Metafora e simbologia dei cent’anni di Leonardo Sciascia

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Metafora e simbologia dei cent’anni di Leonardo Sciascia
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni Metafora e simbologia dei cent’anni di Leonardo Sciascia

by Antonino Cangemi

Metafora e simbologia dei cent’anni di Leonardo Sciascia. In un paese in cui l’istruzione gode di modesta considerazione, per un letterato, anche importante, il fatto che una percentuale, ancorché non alta,  di uomini di media cultura, ne ricordi il nome è già qualcosa.

Quando accade, quello scrittore o poeta è generalmente associato a qualcosa riferito alla sua produzione che finisce per identificarlo secondo le logiche riduttive e fuorvianti degli stereotipi. Sicché Tomasi di Lampedusa e il suo “Gattopardo” è dai più riassunto nella formula “cambiare tutto per non cambiare nulla” malgrado il trasformismo sia solo uno dei temi, e tra gli altri marginale, del suo unico e superlativo romanzo.

Leonardo Sciascia invece è, per la generalità degli italiani, lo scrittore della mafia. Anche in questo caso, per identificarlo, si ricorre a un luogo comune, e i luoghi comuni, come si sa, se hanno qualcosa di vero, tantissimo hanno di falso. Vero è che Sciascia è stato tra i primi a scrivere un romanzo che proietta i riflettori sulla mafia (tra i primi, attenzione, e non il primo, come spesso si dice: prima di lui certamente vi è stato, almeno, il giudice palermitano Giuseppe Guido Lo Schiavo con “Piccola pretura” da cui il film di Germi “In nome della legge”), ma, esaminando le sue innumerevoli pagine, il numero di quelle dedicate alla mafia è limitato. A proposito vale la pena ricordare che nel suo ultimo romanzo, “Una storia semplice”, lo scrittore di Racalmuto non pronuncia la parola “mafia”: volutamente, come preciserà in un’intervista, perché di quell’organizzazione criminale, così come si era evoluta, conosceva assai poco per poterne scrivere.

Altro luogo comune su Sciascia è il suo pessimismo. Che in lui prevalesse il pessimismo della ragione su un acritico ottimismo della volontà era vero ma, come lui amava rispondere a chi lo accusava di pessimismo, il fatto che trovasse la forza di scrivere era una prova della sua fiducia, per quanto travagliata, in un riscatto civile. Tanto più ove si consideri che la scrittura per lui non costituiva un mero esercizio letterario, ma anche uno strumento d’intervento nel contesto socio-politico inteso in senso lato.

Anche riguardo al suo ”impegno”, occorre confutare un ulteriore luogo comune. Quello per il quale Sciascia apparterrebbe alla schiera degli scrittori impegnati che con le loro denunce mirano a cambiare la società e che puntano solo a ciò tralasciando la qualità della scrittura. Molti, anche qualche critico letterario, insistono col dire che Sciascia si avvale di una scrittura asciutta, di semplicissima e perfino sciatta articolazione. Ma Sciascia ama la scrittura asciutta ma al tempo stesso elaborata: la semplicità non è affatto sinonimo di elementarità, anzi è frutto di laboriosa ricerca. Lo scrittore di Racalmuto citava spesso un passo della recensione del giovanissimo Pasolini su uno dei suoi primissimi scritti, “Favole della dittatura”, in cui si sottolineava come la purezza del suo linguaggio rischiasse di snaturare la crudezza della realtà che rappresentava. La scrittura di Sciascia è tutt’altro che trasandata: tende alla sintesi, recide gli orpelli e il residuo, è essenziale ma elegante. Inoltre, Sciascia può sì definirsi uno scrittore impegnato, ma la sua attenzione non è limitata ai fatti sociali e politici: è estesa a questioni di largo respiro, in un certo senso esistenziali, prima tra tutti la giustizia.Metafora e simbologia dei cent’anni di Leonardo Sciascia

Definire uno scrittore con un’espressione che sintetizza il fulcro della sua creatività è oltremodo difficile. Ancor più per Sciascia, le cui opere, a leggerle bene, hanno mille sfaccettature.

Sciascia scrittore illuminista? Sì e no, perché in lui il razionalismo conduce non a certezze ma a dubbi, come magistralmente notò Moravia nell’articolo sul Corriere della sera apparso il giorno dopo la sua morte. L’autore degli “Indifferenti” lo definì un’”illuminista al contrario”. Sciascia poeta del dubbio? Forse, a nostro avviso, è la definizione meno azzardata, fermo restando che ogni semplificazione è essa stessa un azzardo.

La grandezza di Sciascia, al di là di ogni etichetta, sta nell’avere indagato, nelle sue opere, sull’oscurità del potere e sugli enigmi della  giustizia – due temi strettamente correlati – e di averlo fatto utilizzando schemi letterari originalissimi: il poliziesco che, a dispetto di quel genere – che pure amava tanto – partiva da  certezze per giungere a conclusioni che confutavano tutto ciò che di chiaro vi era nelle premesse; il romanzo-saggio che ricostruendo fatti della storia, spesso minimali, ne metteva in rilievo le contraddizioni, i lati oscuri, indecifrabili.

“Contradisse e si contradisse” era la frase che aveva scelto come epigrafe sulla sua tomba che poi, contraddicendosi, in punto di morte – quando il suo agnosticismo tendente all’ateismo fu attratto dalla scommessa di Pascal – volle fosse sostituita da “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”.Metafora e simbologia dei cent’anni di Leonardo Sciascia

 

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