Fine della Presidenza tossica di Donald Trump ? Non del tutto, ma la strada appare in discesa. Mentre il mondo, e soprattutto lo sconsolato Grand Old Party, lo storico Partito Repubblicano degli Stati Uniti, si chiedono ancora come sia stato possibile che in meno di 24 mesi di Presidenza, Trump abbia subito una sconfitta planetaria di così abnormi dimensioni, le prospettive per l’America e l’Occidente sono già profondamente cambiate.
La situazione é analoga a quella della quiete dopo la tempesta: l’opinione pubblica americana é euforica, mercati e borse sprizzano fiducia e mostrano indici in forte rialzo, il prezzo del petrolio sta precipitando ed in Israele Eisenkot, Lieberman, Bennet e gli altri leader anti Netanyahu si apprestano a formare un governo con i partiti arabi e a dare il foglio di via all’attuale Premier guerrafondaio, mentre l’Iran é pronto ad accettare, almeno a parole, le condizioni di Washington: niente nucleare e stretto di Hormuz libero.
È ancora presto per calcolare l’impatto della decapitazione politica di Trump sulle destre europee. Anche se non sarà un effetto domino, un strategica refluenza politica é comunque inevitabile a partire dalle elezioni spagnole del 29 novembre, poi alle presidenziali francesi della primavera prossima e alle consultazioni elettorali del 2027 in Italia e Polonia.
Con 258 seggi dei Democratici alla Camera contro i 139 dei repubblicani, ed i 54 seggi del Partito Democratico al Senato, che con gli indipendenti potrebbero sfiorare i 60 seggi, la catastrofe delle elezioni di midterm ha assunto proporzioni talmente imponenti da impedire a Trump ogni possibile contestazione strumentale, come quella che provocò l’assalto a Capitol Hill. Le giustificazioni balbettate dal tycoon appaino impacciate e illogiche.
Basta mettere in fila solo le sue più eclatanti intemerate, dalle minacciate invasioni di Groenlandia e Canada, alla sala da ballo della Casa Bianca, dall’attacco indecente e immotivato a Papa Leone XIV, il primo Pontefice americano che ha replicato con una mezza, ma come si è visto efficacissima, scomunica dell’amministrazione, all’auto candidatura al Nobel per la pace seguita dalla guerra scatenata contro l’Iran, dagli archi di trionfo, le statue e l’intitolazione di portaerei, montagne, oceani e stretti, alla promessa dell’età dell’oro trasformatasi nel galoppo di prezzi e bollette, al caos dei dazi, tutte le sbroccate di Trump mostrano che ha fatto tutto da solo.

Si è dato letteralmente la zappa sui piedi ed al culmine del narcisismo e della vanagloria ha trasformato le già tradizionalmente ostiche consultazioni di metà mandato in un referendum sul proprio operato, partecipando ossessivamente alla campagna elettorale.
Una strategia suicida che ha finito per precipitare nella sconfitta quasi tutti i candidati sostenuti direttamente dalla Casa Bianca. Un boomerang provvidenziale, argomentano i commentatori politici che sottolineano come il disastro elettorale di Trump abbia scongiurato l’accentuazione della sciagura rappresentata dalla sua Presidenza senza limiti.
Il dato più rassicurante, a proposito della sciagura senza limiti del tycoon, é che il viscerale, omogeneo e generalizzato pollice verso manifestatogli dal popolo americano, pone una pietra tombale su tutti i malcelati retropensieri di una terza candidatura presidenziale.
Un inammissibile strappo alla Costituzione che Trump accarezzava di compiere, aggirando con trucchi e cavilli al limite del colpo di stato l’espresso divieto di un terzo mandato. Opzione scellerata che avrebbe potuto giustificare al grido di “è il popolo che lo vuole” esclusivamente nel caso di un successo alle elezioni di midterm, conclusesi invece con la sua epocale e inappellabile bocciatura.
Una bocciatura destinata ad espandersi a macchia d’olio e che segna l’avvio di un’altra fondamentale corsa: quella per le presidenziali del 2028.
Il crash-the Donald, lo schianto del tycoon, sta già provocando la resa dei conti nel campo repubblicano. Non é un mistero che, prima dello tsunami midterm, aspiravano alla candidatura il vicepresidente Vance, il Segretario di Stato Marco Rubio e il Segretario alla Difesa, pardon della Guerra, Pete Hegseth.
Ma ora é impossibile immaginare non solo se e come il Presidente definitivamente uscente sia interessato a incardinare la successione, ma soprattutto se e come i repubblicani glielo possano consentire. Invece, dopo le macerie della Presidenza Biden e della candidatura di Kamala Harris, in casa democratica l’impetuosa onda blu che ha sovrastato il Congresso prospetta la fioritura di diversi leader in grado di cimentarsi per la nomination.
Da James Talarico eletto a furor di popolo Senatore di in Texas, da quasi 40 anni appannaggio dei repubblicani, a Jon Ossoff che ha strappato con il 63 per cento la Georgia ai conservatori, fino ad Abigail Anne Spanberger, Governatrice della Virginia. Tutti e tre considerati come i nuovi Barack Obama e con le carte per ambire alla corsa alla Casa Bianca. Poi c’è Gavin Newsom, governatore della California, il democratico che più di tutti ha portato il peso di essere il volto dell’opposizione a Trump in questi due anni. Paradossalmente Newson rischia di essere svantaggiato proprio il fatto di essere californiano, Stato giudicato troppo liberale.





