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Trump fra il cinismo degli ayatollah e la quasi scomunica del Papa americano

Molto più di un report d’intelligence o di un insider trading delle trattative, é la stessa immagine riflessa dei negoziati di Islamabad ad offrire un quadro oggettivo della situazione in Iran e dei motivi del rifiuto di concludere un accordo di pace con gli Stati Uniti.

Le sei settimane di bombardamenti e decapitazioni dei vertici del regime hanno aperto una voragine all’interno della Repubblica islamica.

Paradossalmente, sospinti dalle distruzioni provocate dal diluvio di bombe e di missili, l’ala moderata del regime degli ayatollah, che fa capo al Presidente della Repubblica Masoud

Masoud Pezeshkian

ed al Ministro degli esteri Abbas Araghchi, ha ottenuto anche grazie all’intervento della Cina e del Pakistan l’accettazione da parte degli irriducibili pasdaran di una tregua per avviare negoziati.

Tregua interpretata in maniera duplice: dai guardiani della rivoluzione che controllano militarmente il Paese, come occasione per guadagnare tempo, riorganizzarsi e rifornirsi di nuovi sistemi di difesa aerea forniti da Pechino e dalla Corea del Nord, ed invece da parte dei moderati come reale chance per allentare il fondamentalismo ed impegnarsi nella ricostruzione e nella ripresa economica dell’Iran.

Divergenza di intenti evidenziata dalla  delegazione di Teheran ai negoziati di Islamabad,  guidata dal Presidente del parlamento iraniano ed ex generale dei pasdaran Mohammad Baqer Ghalibaf e della quale fa parte il Ministro degli Esteri Araqchi. Una delegazione iraniana numerosissima con quasi cento componenti, come se si dovessero controllare a vicenda.

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Mohammad Baqer Ghalibaf

Cosi, a differenza dell’accettazione iniziale con la mediazione del Pakistan delle precondizioni per la tregua, riguardanti lo stretto di Hormuz libero e la dismissione delle scorte di uranio arricchito, accettate dal ministero degli esteri iraniano guidato da Araghchi, in sede di negoziati a Islamabad le stesse identiche proposte di pace sono state rigettate dal presidente del parlamento iraniano Ghalibaf .

Il vice Presidente degli Stati Uniti, JD Vance che ha guidato la delegazione Usa, ha confermato che i lunghi colloqui si sono conclusi senza un accordo perché Teheran si é risolutamente rifiutata di impegnarsi a non sviluppare un’arma nucleare, il che rappresenta una delle principali ragioni che hanno spinto Washington ad entrare in guerra.

Nonostante i bombardamenti in profondità di Stati Uniti ed Israele, secondo gli esperti, l’Iran possiede ancora centrifughe ed un sito sotterraneo in grado di arricchire l’uranio. Ma l’incubo principale é costituito dai circa 450 chilogrammi di uranio quasi pronto alla produzione di armi nucleari. La maggior parte dell’uranio arricchito, secondo l’agenzia atomica delle Nazioni Unite, sarebbe sepolto in contenitori in un tunnel in profondità sotto il sito nucleare di Isfahan.

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Centrifughe per l’arricchimento dell’uranio

L’intenzionalità dell’Iran di avviare trattative per guadagnare tempo, riorganizzarsi e riarmarsi,  balza agli occhi anche dalle assicurazioni con le quali prima della tregua Teheran aveva indicato di essere pronto a cedere il suo uranio arricchito consapevole che, assieme allo stretto di Hormuz, si trattava di una precondizione senza la quale Trump non avrebbe accettato l’interruzione delle ostilità. Ottenuta la tregua però, con l’alibi del Libano dove gli israeliani stanno contrastando i continui lanci di missili degli Hezbollah agli ordini dei pasdaran contro le città dello stato ebraico, l’Iran ha eluso l’impegno a fare transitare liberamente le petroliere dallo stretto di Hormuz e si é rimangiato le premesse sull’uranio.

Cosa può riuscire a fare l’Iran o ad ottenere da Cina, Corea del Nord e Russia in due settimane di tregua? si chiede Washington.  L’immediato rientro alla casa Bianca del vice Presidente Vance mette in dubbio il fragile cessate il fuoco e farebbe pensare a una reazione immediata. L’operazione di sminamento dell’imbocco dello stretto di Hormuz, avviata da due cacciatorpedinieri della marina americana, lascerebbe intravedere  anche ad un intervento aeronavale degli Usa per scortare le petroliere ed eventualmente per predisporsi ad operazioni offensive sui litorali iraniani per neutralizzare le batterie lanciamissili dei pasdaran.

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Donald Trump

Per quanto altamente rischiosa, l’unica opzione militare per sradicare un regime islamico come quello iraniano, rintanato in bunker sotterranei e che usa la popolazione come scudi umani, é quella dell’invasione di parte del territorio o di raid sui siti atomici.

Non c’è dubbio che il fallimento dei negoziati e lo stallo del braccio di ferro con Teheran sovraespone Donald Trump e ad una condizione di sostanziale impotenza militare con disastrose ricadute economiche. Sei settimane di bombardamenti – é la critica ricorrente – non sono servite a piegare l’Iran, ma sono state più che sufficienti a sconvolgere l’assetto economico mondiale.

Come rimediare?  Anche se i negoziati proseguiranno a livello di tecnici e gli ayatollah hanno dichiarato che l’Iran non ha fretta, Trump ha urgenza di raddrizzare la crisi petrolifera che sta oltremodo penalizzando l’intera l’economia occidentale e, soprattutto, ha urgenza di arginare il collasso di gradimento dell’opinione pubblica americana.

Notevole perdita di consensi alla quale si aggiungono i continui moniti contro i conflitti che sconvolgono l’umanità del primo Pontefice americano della storia. Possenti j’accuse, quelli di Papa Leone XIV, come quello dell’Angelus domenicale: “ il mondo ha tanto bisogno di pace. Il principio di umanità, inscritto nella coscienza di ogni persona e riconosciuto dalle leggi internazionali, comporta l’obbligo morale di proteggere le popolazioni civili dagli atroci effetti della guerra” che suonano come implicite scomuniche per Trump .

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Papa leone XIV e Donald Trump

Appelli che Robert Francis Prevost amplificherà da domani in Africa nel corso del viaggio Apostolico che fino al 23 effettuerà in Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale. Una missione ecumenica nel segno della pace, alla quale il Pontefice tiene molto perché gli consentirà, durante le due tappe algerine, di visitare Annaba il capoluogo costiero del nord-est dove sorgeva la romana Ippona, la città nella quale visse, fu Vescovo e morì Sant’Agostino nel 430. Luoghi e momenti dai quali Papa Leone XIV farà simbolicamente spiccare il volo del suo innovativo pontificato nel segno della pace.

Una pax antagonista della, per molti versi giustificabile, urgenza di Trump di stroncare per sempre il fondamentalismo islamico dell’Iran.Trump fra il cinismo degli ayatollah e la quasi scomunica del Papa americano

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Gianfranco D'Anna
Gianfranco D'Anna
Fondatore e Direttore di zerozeronews.it Editorialista di Italpress. Già Condirettore dei Giornali Radio Rai, Capo Redattore Esteri e inviato di guerra al Tg2, inviato antimafia per Tg1 e Rai Palermo al maxiprocesso a cosa nostra. Ha fatto parte delle redazioni di “Viaggio attorno all’uomo” di Sergio Zavoli ed “Il Fatto” di Enzo Biagi. Vincitore nel 2007 del Premio Saint Vincent di giornalismo per il programma “Pianeta Dimenticato” di Radio1.
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