by Antonio Borgia
Com’è noto, nelle più importanti organizzazioni mafiose italiane solo gli uomini possono essere affiliati, ma la parte femminile ha assunto un ruolo crescente.
Per un lungo periodo, la presenza delle donne, oltre ad essere negata dagli stessi criminali, é stata intesa come marginale dai magistrati, determinando la sorprendente convinzione che non si dovesse perseguirle penalmente, ovvero contestando al massimo il reato di favoreggiamento personale, così facendo nascere la ricorrente tesi del “paternalismo giudiziario”.
A ciò ha contribuito una celebre sentenza del Tribunale di Palermo che, nel 1983, affermò: “una donna appartenente a una famiglia di mafiosi, pur <<nel mutevole evolversi dei costumi sociali>>, non ha << ancora assunto ai giorni nostri una tale emancipazione e autorevolezza da svincolarsi dal ruolo subalterno>> e che, dunque, non può <<partecipare alla pari […] alle vicende che coinvolgono il clan familiare maschile”>>.
Lo scrittore Alessandro Bellardita, in un articolo pubblicato il 14 marzo 2022 sulla rivista Micromega, ha ben spiegato che questo pensiero giuridico ha determinato un duplice effetto: l’immagine di subalternità della donna, incapace di assumere scelte personali, e l’esaltazione della ritenuta innocenza ontologica della stessa, abbondantemente smentita nel tempo.
La problematica é stata ben descritta dalla ricercatrice Federica Iandolo nel suo libro del 2024 Madrine di ‘ndrangheta, ove spiega che l’imputabilità femminile ha dato luogo ad ampie discussioni giuridiche, ipotizzando attenuazioni della pena, diminuzione o esclusione, in virtù del principio della infirmitas sexus, ovvero l’impedimento dovuto al sesso in quanto la donna era considerata per natura inferiore all’uomo e ciò inficiava la colpevolezza per i suoi reati.
D’altronde, come non “comprendere” questo insensato pensiero se consideriamo che due reati nel nostro Codice Penale, quello del cd “matrimonio riparatore” e l’altro del “delitto d’onore”, ricalcanti l’epocale visione arcaica sulla donna, sono rimasti in vigore fino al 1981, quando la legge 442 del 5 agosto li ha abrogati solo a seguito dell’enorme interesse mediatico conseguente al coraggioso rifiuto di Franca Viola, una ragazza alcamese che, nel 1966, si rifiutò di sposare il suo sequestratore Filippo Melodia, nipote del boss mafioso Vincenzo Rimi.
Melodia aveva, infatti, ritenuto di forzare il rifiuto della ragazza e della sua famiglia con il rapimento e la successiva violenza sessuale, fidandosi dell’articolo 544 del Codice Penale, allora in vigore, nonché del diffuso timore che una donna oggetto di stupro potesse essere etichettata come “disonorata”.

La vicenda di Franca Viola ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese, come ha sottolineato il Presidente Napolitano allorché, nel 2014, ha insignito dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana la protagonista della emblematica ribellione, ma non ha certo variato lo status del popolo femminile all’interno delle mafie.
Lo specifico pensiero, poi, è finalmente mutato grazie ad una sentenza della Corte di Cassazione (I Sezione Penale) del 26 maggio 1999: “La partecipazione della donna nell’associazione mafiosa non può ricavarsi da un’asserita massima di esperienza tratta dal dato sociologico o di costume, che assume un ruolo di passività e di strumentalità della stessa, ma va ricostruita attraverso l’esame delle concrete e peculiari connotazioni della vicenda”, così aprendo la strada a numerose e gravi incriminazioni che hanno portato alla condanna di molte donne per l’art. 416-bis C.P..
Naturalmente, non tutte coloro che sono inserite nel contesto mafioso (in special modo, in cosa nostra e ‘ndrangheta) partecipano alle attività illecite delle rispettive organizzazioni. La maggior parte, infatti, é destinata a vivere in uno stato di sudditanza psicologica e materiale, intrappolata nelle ferree tradizioni che inducono padri, mariti e fratelli a controllarne la quotidianità, decidere come devono vestirsi, se possono continuare gli studi, chi possono frequentare, chi devono sposare e, soprattutto, come punirle in caso di violazione delle regole sulla fedeltà al coniuge, anche in caso di morte o condanna all’ergastolo del marito.
Ciò, purtroppo, in totale contrapposizione alla libertà dei mariti che sono liberi di tradire, con l’unico vincolo di non separarsi dalle mogli. Significativo, in proposito, quanto ha scritto il killer pentito di ‘ndrangheta Antonio Zagari – operante nel varesotto – nel libro Santisti & ‘ndrine in relazione alla sua decisione di accettare la separazione legale della consorte e alle conseguenti parole del padre – boss della locale ‘ndrina – che lo rimproverava di essere un “cornuto”: «Un vero uomo d’onore con i coglioni al posto giusto può concedere alla moglie separazione e divorzio solo a suon di luparate».
Federica Iandolo, correttamente, ricorda che la rigida educazione impartita alle donne che hanno la sfortuna di nascere nel contesto mafioso non è altro che un riadattamento, ai fini della cultura criminale, della famiglia patriarcale di alcune parti del nostro Meridione.
Per la ricercatrice, il divario di genere, soprattutto per quanto concerne il riconoscimento pubblico delle donne, purtroppo ancora esistente nelle mafie, ha significato per lungo tempo che l’unica condizione in grado di meritare la visibilità fosse la «singolarità di outsider» ovvero essere considerate matte, sante, puttane, vergini suicide, malate, morte giovani, isteriche, ninfomani, streghe o zitelle.
Appartenere a famiglie mafiose e vivere nelle zone maggiormente intrise di mafia ha significato la totale accettazione delle regole imposte, pena l’isolamento o, talvolta, la morte al fine di ripristinare l’onore “sporcato” da comportamenti non consoni al pensiero comune o per l’esternato desiderio di allontanarsi da un mondo opprimente.
Nel primo caso, occorre però segnalare l’anomala situazione personale dello stragista Matteo Messina Denaro che, nel corso della sua lunga latitanza, ha potuto tranquillamente “violare” la regola base di cosa nostra circa il divieto di intrattenere rapporti con le mogli di altri mafiosi. Le diverse amanti o conviventi identificate, una addirittura sposata con un ergastolano condannato per un duplice omicidio eseguito su ordine proprio del boss, contribuiscono a sottolineare l’ipocrisia di tale mondo.
Innumerevoli sono i casi di femminicidi per mano familiare, dovuti a strangolamento, ingerimento di acido muriatico o arma da fuoco, che la cronaca ha raccontato, nei decenni, soprattutto nell’ambito della ‘ndrangheta e di cosa nostra, purtroppo posti in essere anche in epoca recente.
La donna, pertanto, per poter vivere senza problemi, deve: “limitarsi” a salvaguardare la reputazione familiare (consentendo al marito di fare carriera nell’organizzazione), assicurandone l’onore e la stabilità; trasmettere il codice culturale mafioso, con i “giusti” disvalori, ai figli maschi; educare le figlie alla subordinazione all’autorità maschile nonché la negazione di sé come donne e il corretto comportamento sessuale (la verginità prima delle nozze e la successiva castità extramatrimoniale).
Gli studiosi hanno sottolineato come le donne di mafia, di norma private di autonomia e amore, abbiano cercato di riscattarsi grazie alla cosiddetta “astuzia dell’impotenza femminile” ovvero mettendo al mondo figli, meglio se maschi, traducendo il legame con questi ultimi in un possesso esclusivo, così da influenzarli permanentemente e rendere vivo l’esclusivo rapporto con la madre, a differenza di quello da osteggiare con il restante mondo femminile.
Molti boss mafiosi hanno, nel tempo, dimostrato di non riuscire a rendersi indipendenti da tale vincolo ossessivo. Si narra che Luciano Liggio, il potente e sanguinario capo dei Corleonesi, seppur latitante, tornasse periodicamente al paese di origine, rischiando ogni volta la cattura, solo per rivedere la madre. 
Alcuni studiosi hanno, anche, parlato di “matriarcato occulto”, con ciò riferendosi alla partecipazione attiva della creazione dell’esercito mafioso attraverso l’educazione e formazione dei figli, così concorrendo all’evoluzione e potenziamento dell’organizzazione.
Da non dimenticare, poi, la funzione attiva di istigatrici al delitto che molte donne di mafia hanno esercitato per l’onore della famiglia, come quelle riguardanti le lunghe e feroci faide calabresi, aventi il fine di cancellare il cognome della parte avversa mediante il sistematico omicidio dei maschi.
L’immagine classica delle donne vestite di nero, sedute accanto al cadavere dei propri familiari uccisi e invocanti la vendetta non è che una delle manifestazioni di tale funzione.
Nel 1984, due studiosi della provincia di Palermo – Giuseppe Casarrubea e Pino Cipolla – pubblicarono su “Quotidiano e immaginario di Sicilia” una ricerca sul ruolo delle donne nella società mafiosa in cui, oltre all’immagine in estinzione della “sacerdotessa” in scialle nero avente i tradizionali compiti di trasmissione dei valori mafiosi e il ruolo di parassitismo rispetto all’uomo, si iniziava a intravedere il progressivo ritaglio di spazi vitali per un contributo alle decisioni più delicate dell’azienda-famiglia.
In seguito, con l’aumento della repressione verso le mafie, che ha consentito di condannare un numero crescente di affiliati, le organizzazioni hanno dovuto “fidarsi” dell’apporto femminile, divenuto man mano sempre più incisivo. Dagli iniziali compiti di staffetta fra detenuti e affiliati in libertà per informare e ricevere ordini, si è passati alla partecipazione attiva alla gestione finanziaria e criminale delle varie cosche, all’intestazione di beni – in qualità di prestanome -, alla reggenza di famiglie e alla loro totale direzione, all’attività di consulenza, soprattutto in regioni centro-settentrionali dove il patriarcato è meno sentito e la libertà di movimento per le donne più accentuata.
Tale trasformazione è stata formalizzata dall’ex Procuratore aggiunto della Procura di Palermo – Annamaria Picozzi-, il 28 marzo 2025, nel capoluogo siciliano, nel corso di un convegno organizzato da Our voice e intitolato “Donne, antimafia e giustizia”.
Questo il sunto dell’intervento: “Le donne per molti anni erano le vestali dell’ortodossia mafiosa, avevano un ruolo importante, perché crescevano i propri figli nel rispetto dei principi dell’organizzazione mafiosa…È successo che dopo le stragi, con il rinforzarsi dell’attività antimafia di contrasto attraverso le numerosissime operazioni che avevano decapitato l’organizzazione ed il numero sempre più cospicuo di collaborazioni, cosa nostra ha vissuto un momento di fibrillazione e ha fatto ricorso alle donne e ai minorenni”.
L’errore di molti studiosi nell’approfondire il ruolo delle donne, perché non suscitava alcun interesse, è stato poi evidenziato dal sociologo Nando Dalla Chiesa nell’editoriale al numero 2/2024 di Cross, la rivista dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano.
Per l’accademico, le donne erano considerate solo soggetti subalterni e prive del diritto di voto fino all’Italia libera nonché imprigionate in reti resistentissime di pregiudizi e di convenzioni. In seguito, improvvisamente, ci si è accorti che i clan continuavano a funzionare anche in presenza degli uomini imprigionati e da lì è stata avviata una generale riflessione.
Ombretta Ingrascì, docente di sociologia della criminalità organizzata all’Università di Milano, in un articolo del 23 giugno 2017 sul quotidiano La Repubblica, ha ricordato come la DDA di Milano fosse riuscita, nei primi anni Novanta, a individuare il ruolo delle donne nella ‘ndrangheta lombarda (come Maria Serraino, che gestiva un traffico internazionale di eroina) grazie alle rivelazioni di Rita Di Giovine (figlia della Serraino), prima collaboratrice di giustizia appartenente alla mafia calabrese.
Nel 1994, poi, il collaboratore di giustizia Marcianò indicò Maria Morello quale «sorella d’omertà», carica che prevedeva, come scritto nella sentenza, servizi di «fiancheggiamento in ruoli non prettamente militari» nella ‘ndrangheta.
Dai processi celebrati negli anni 2000 in Lombardia, è stata infine accertata la presenza di donne usate per custodire armi, riscuotere denaro presso le vittime di estorsioni e usura o per condurre operazioni di reinvestimento del denaro illecito nell’economia legale.
Ora, addirittura, alcune donne sono entrate a far parte della componente “riservata” della ‘ndrangheta, come dichiarato dal PM Giuseppe Lombardo della DDA di Reggio Calabria, nel convegno denominato “Donne e ‘ndrangheta”, tenuto in quella città il 25 gennaio 2022. Per il magistrato, per destrutturare l’organizzazione calabrese occorre partire proprio dalle donne.




