HomeMafia SecretsLe donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste?

Le donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste?

by Antonio Borgia

Com’è noto, nelle più importanti organizzazioni mafiose italiane solo gli uomini possono essere affiliati, ma la parte femminile ha assunto un ruolo crescente.

Per un lungo periodo, la presenza delle donne, oltre ad essere negata dagli stessi criminali, é stata intesa come marginale dai magistrati, determinando la sorprendente convinzione che non si dovesse perseguirle penalmente, ovvero contestando al massimo il reato di favoreggiamento personale, così facendo nascere la ricorrente tesi del “paternalismo giudiziario”.

A ciò ha contribuito una celebre sentenza del Tribunale di Palermo che, nel 1983, affermò: “una donna appartenente a una famiglia di mafiosi, pur  <<nel mutevole evolversi dei costumi sociali>>, non ha << ancora assunto ai giorni nostri una tale emancipazione e autorevolezza da svincolarsi dal ruolo subalterno>> e che, dunque, non può <<partecipare alla pari […] alle vicende che coinvolgono il clan familiare maschile”>>.

Lo scrittore Alessandro Bellardita, in un articolo pubblicato il 14 marzo 2022 sulla rivista Micromega, ha ben spiegato che questo pensiero giuridico ha determinato un duplice effetto: l’immagine di subalternità della donna, incapace di assumere scelte personali, e l’esaltazione della ritenuta innocenza ontologica della stessa, abbondantemente smentita nel tempo.

La problematica é stata ben descritta dalla ricercatrice Federica Iandolo nel suo libro del 2024 Madrine di ‘ndrangheta, ove spiega che l’imputabilità femminile ha dato luogo ad ampie discussioni giuridiche, ipotizzando attenuazioni della pena, diminuzione o esclusione, in virtù del principio della infirmitas sexus, ovvero l’impedimento dovuto al sesso in quanto la donna era considerata per natura inferiore all’uomo e ciò inficiava la colpevolezza per i suoi reati.

D’altronde, come non “comprendere” questo insensato pensiero se consideriamo che due reati nel nostro Codice Penale, quello del cd “matrimonio riparatore” e l’altro del “delitto d’onore”, ricalcanti l’epocale visione arcaica sulla donna, sono rimasti in vigore fino al 1981, quando la legge 442 del 5 agosto li ha abrogati solo a seguito dell’enorme interesse mediatico conseguente al coraggioso rifiuto di Franca Viola, una ragazza alcamese che, nel 1966, si rifiutò di sposare il suo sequestratore Filippo Melodia, nipote del boss mafioso Vincenzo Rimi.

Melodia aveva, infatti, ritenuto di forzare il rifiuto della ragazza e della sua famiglia con il rapimento e la successiva violenza sessuale, fidandosi dell’articolo 544 del Codice Penale, allora in vigore, nonché del diffuso timore che una donna oggetto di stupro potesse essere etichettata come “disonorata”.

Le donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste ?
Franca Viola

La vicenda di Franca Viola ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese, come ha  sottolineato il  Presidente Napolitano allorché, nel 2014, ha insignito dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana la protagonista della emblematica ribellione, ma non ha certo variato lo status del popolo femminile all’interno delle mafie.

Lo specifico pensiero, poi, è finalmente mutato grazie ad una sentenza della Corte di Cassazione (I Sezione Penale) del 26 maggio 1999: “La partecipazione della donna nell’associazione mafiosa non può ricavarsi da un’asserita massima di esperienza tratta dal dato sociologico o di costume, che assume un ruolo di passività e di strumentalità della stessa, ma va ricostruita attraverso l’esame delle concrete e peculiari connotazioni della vicenda”, così aprendo la strada a numerose e gravi incriminazioni che hanno portato alla condanna di molte donne per l’art. 416-bis C.P..

Naturalmente, non tutte coloro che sono inserite nel contesto mafioso (in special modo, in cosa nostra e ‘ndrangheta) partecipano alle attività illecite delle rispettive organizzazioni. La maggior parte, infatti, é destinata a vivere in uno stato di sudditanza psicologica e materiale, intrappolata nelle ferree tradizioni che inducono padri, mariti e fratelli a controllarne la quotidianità, decidere come devono vestirsi, se possono continuare gli studi, chi possono frequentare, chi devono sposare e, soprattutto, come punirle in caso di violazione delle regole sulla fedeltà al coniuge, anche in caso di morte o condanna all’ergastolo del marito.

Ciò, purtroppo, in totale contrapposizione alla libertà dei mariti che sono liberi di tradire, con l’unico vincolo di non separarsi dalle mogli. Significativo, in proposito, quanto ha scritto il killer pentito di ‘ndrangheta Antonio Zagari – operante nel varesotto – nel libro Santisti & ‘ndrine in relazione alla sua decisione di accettare la separazione legale della consorte e alle conseguenti parole del padre – boss della locale ‘ndrina – che lo rimproverava di essere un “cornuto”: «Un vero uomo d’onore con i coglioni al posto giusto può concedere alla moglie separazione e divorzio solo a suon di luparate».Le donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste ?

Federica Iandolo, correttamente, ricorda che la rigida educazione impartita alle donne che hanno la sfortuna di nascere nel contesto mafioso non è altro che un riadattamento, ai fini della cultura criminale, della famiglia patriarcale di alcune parti del nostro Meridione.

Per la ricercatrice, il divario di genere, soprattutto per quanto concerne il riconoscimento pubblico delle donne, purtroppo ancora esistente nelle mafie, ha significato per lungo tempo che l’unica condizione in grado di meritare la visibilità fosse la «singolarità di outsider» ovvero essere considerate matte, sante, puttane, vergini suicide, malate, morte giovani, isteriche, ninfomani, streghe o zitelle.

Appartenere a famiglie mafiose e vivere nelle zone maggiormente intrise di mafia ha significato la totale accettazione delle regole imposte, pena l’isolamento o, talvolta, la morte al fine di ripristinare l’onore “sporcato” da comportamenti non consoni al pensiero comune o per l’esternato desiderio di allontanarsi da un mondo opprimente.

Nel primo caso, occorre però segnalare l’anomala situazione personale dello stragista Matteo Messina Denaro che, nel corso della sua lunga latitanza, ha potuto tranquillamente “violare” la regola base di cosa nostra circa il divieto di intrattenere rapporti con le mogli di altri mafiosi. Le diverse amanti o conviventi identificate, una addirittura sposata con un ergastolano condannato per un duplice omicidio eseguito su ordine proprio del boss, contribuiscono a sottolineare l’ipocrisia di tale mondo.

Innumerevoli sono i casi di femminicidi per mano familiare, dovuti a strangolamento, ingerimento di acido muriatico o arma da fuoco, che la cronaca ha raccontato, nei decenni, soprattutto nell’ambito della ‘ndrangheta e di cosa nostra, purtroppo posti in essere anche in epoca recente.

La donna, pertanto, per poter vivere senza problemi, deve: “limitarsi” a salvaguardare la reputazione familiare (consentendo al marito di fare carriera nell’organizzazione), assicurandone l’onore e la stabilità; trasmettere il codice culturale mafioso, con i “giusti” disvalori,  ai figli maschi; educare le figlie alla subordinazione all’autorità maschile nonché la negazione di sé come donne e il corretto comportamento sessuale (la verginità prima delle nozze e la successiva castità extramatrimoniale).

Gli studiosi hanno sottolineato come le donne di mafia, di norma private di autonomia e amore, abbiano cercato di riscattarsi grazie alla cosiddetta “astuzia dell’impotenza femminile” ovvero mettendo al mondo figli, meglio se maschi, traducendo il legame con questi ultimi in un possesso esclusivo, così da influenzarli permanentemente e rendere vivo l’esclusivo rapporto con la madre, a differenza di quello da osteggiare con il restante mondo femminile.

Molti boss mafiosi hanno, nel tempo, dimostrato di non riuscire a rendersi indipendenti da tale vincolo ossessivo. Si narra che Luciano Liggio, il potente e sanguinario capo dei Corleonesi, seppur latitante, tornasse periodicamente al paese di origine, rischiando ogni volta la cattura, solo per rivedere la madre.  Le donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste ?

Alcuni studiosi hanno, anche, parlato di “matriarcato occulto”, con ciò riferendosi alla partecipazione attiva della creazione dell’esercito mafioso attraverso l’educazione e formazione dei figli, così concorrendo all’evoluzione e potenziamento dell’organizzazione.

Da non dimenticare, poi, la funzione attiva di istigatrici al delitto che molte donne di mafia hanno esercitato per l’onore della famiglia, come quelle riguardanti le lunghe e feroci faide calabresi,  aventi il fine di cancellare il cognome della parte avversa mediante il sistematico omicidio dei maschi.

L’immagine classica delle donne vestite di nero, sedute accanto al cadavere dei propri familiari uccisi e invocanti la vendetta non è che una delle manifestazioni di tale funzione.

Nel 1984, due studiosi della provincia di Palermo – Giuseppe Casarrubea e Pino Cipolla – pubblicarono su “Quotidiano e immaginario di Sicilia” una ricerca sul ruolo delle donne nella società mafiosa in cui, oltre all’immagine in estinzione della “sacerdotessa” in scialle nero avente i tradizionali compiti di trasmissione dei valori mafiosi e il ruolo di parassitismo rispetto all’uomo, si iniziava a intravedere il progressivo ritaglio di spazi vitali per un contributo alle decisioni più delicate dell’azienda-famiglia.

In seguito, con l’aumento della repressione verso le mafie, che ha consentito di condannare un numero crescente di affiliati, le organizzazioni hanno dovuto “fidarsi” dell’apporto femminile, divenuto man mano sempre più incisivo. Dagli iniziali compiti di staffetta fra detenuti e affiliati in libertà per informare e ricevere ordini, si è passati alla partecipazione attiva alla gestione finanziaria e criminale delle varie cosche, all’intestazione di beni – in qualità di prestanome -, alla reggenza di famiglie e alla loro totale direzione, all’attività di consulenza, soprattutto in regioni centro-settentrionali dove il patriarcato è meno sentito e la libertà di movimento per le donne più accentuata.

Tale trasformazione è stata formalizzata dall’ex Procuratore aggiunto della Procura di Palermo – Annamaria Picozzi-, il 28 marzo 2025, nel capoluogo siciliano, nel corso di un convegno organizzato da Our voice e intitolato “Donne, antimafia e giustizia”.Le donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste ?

Questo il sunto dell’intervento: “Le donne per molti anni erano le vestali dell’ortodossia mafiosa, avevano un ruolo importante, perché crescevano i propri figli nel rispetto dei principi dell’organizzazione mafiosa…È successo che dopo le stragi, con il rinforzarsi dell’attività antimafia di contrasto attraverso le numerosissime operazioni che avevano decapitato l’organizzazione ed il numero sempre più cospicuo di collaborazioni, cosa nostra ha vissuto un momento di fibrillazione e ha fatto ricorso alle donne e ai minorenni”.

L’errore di molti studiosi nell’approfondire il ruolo delle donne, perché non suscitava alcun interesse, è stato poi evidenziato dal sociologo Nando Dalla Chiesa nell’editoriale al numero 2/2024 di Cross, la rivista dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano.

Per l’accademico, le donne erano considerate solo soggetti subalterni e prive del diritto di voto fino all’Italia libera nonché imprigionate in reti resistentissime di pregiudizi e di convenzioni. In seguito, improvvisamente, ci si è accorti che i clan continuavano a funzionare anche in presenza degli uomini imprigionati e da lì è stata avviata una generale riflessione.

Ombretta Ingrascì, docente di sociologia della criminalità organizzata all’Università di Milano, in un articolo del 23 giugno 2017 sul quotidiano La Repubblica, ha ricordato come la DDA di Milano fosse riuscita, nei primi anni Novanta, a individuare il ruolo delle donne nella ‘ndrangheta lombarda (come Maria Serraino, che gestiva un traffico internazionale di eroina) grazie alle rivelazioni di Rita Di Giovine (figlia della Serraino), prima collaboratrice di giustizia appartenente alla mafia calabrese.

Nel 1994, poi, il collaboratore di giustizia Marcianò indicò Maria Morello quale «sorella d’omertà», carica che prevedeva, come scritto nella sentenza, servizi di «fiancheggiamento in ruoli non prettamente militari» nella ‘ndrangheta.

Dai processi celebrati negli anni 2000 in Lombardia, è stata infine accertata la presenza di donne usate per custodire armi, riscuotere denaro presso le vittime di estorsioni e usura o per condurre operazioni di reinvestimento del denaro illecito nell’economia legale.

Ora, addirittura, alcune donne sono entrate a far parte della componente “riservata” della ‘ndrangheta, come dichiarato dal PM Giuseppe Lombardo della DDA di Reggio Calabria, nel convegno denominato “Donne e ‘ndrangheta”, tenuto in quella città il 25 gennaio 2022. Per il magistrato, per destrutturare l’organizzazione calabrese occorre partire proprio dalle donne.

Le donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste ?
Ombretta Ingrascì

Tale convinzione é stata fatta propria dal Sostituto Procuratore di Catanzaro Marisa Manzini che, in un’intervista rilasciata al Corriere della Calabria in data 21 novembre 2025, ha segnalato che:
«Le donne hanno un ruolo di assoluta rilevanza perché possono cambiare il volto della ‘ndrangheta in Calabria. Significa avere la capacità di incrinare il fenomeno, fino a debellarlo…».

Alcuni processi sulla ‘ndrangheta svolti al Nord hanno dimostrato che, fuori dai territori di origine, ove vige un ossessivo controllo sociale sulle donne, il loro consapevole ruolo nell’organizzazione viene considerato positivamente dai boss che le utilizzano più spesso come prestanome o consulenti.

Vengono, cioè, sfruttate la loro istruzione e competenza, lasciando autonomia di gestione, nel quadro di un’evoluzione delle mafie al Nord intesa ad adattarsi alle diverse cultura e mentalità.

Un interessante articolo della ricercatrice Federica Iandolo su La via libera, datato 9 gennaio 2024, ha preso in esame lo spazio concesso alle donne nella ‘ndrangheta, solo quando non fanno parte della famiglia e fuori dai territori di origine, prendendo spunto dal processo «Aemilia» tenutosi nel 2015, in cui sono rimaste coinvolte una ventina di figure femminili.

Tutte le imputate avevano in comune di non essere nate e cresciute in un contesto mafioso tradizionale e di non appartenere formalmente ad una famiglia di ‘ndrangheta.

Secondo l’autrice “Alcune storie recenti sembrano dimostrare un maggiore coinvolgimento delle donne nei gruppi organizzati quando questi agiscono in contesti non tradizionali. Al contrario dei contesti tradizionali e familiari della ‘ndrangheta, dove le donne sono più spesso relegate a ruoli marginali e talvolta oppresse. Le differenze possono dipendere dalla zona geografica in cui si trovano i gruppi e dai legami con la famiglia mafiosa. Le donne che appartengono per nascita a un clan vengono più spesso spogliate della loro individualità, per essere riconosciute solo all’interno del “noi” rappresentato dalla famiglia criminale. Molto cambia però se ci spostiamo al di fuori dei territori della Calabria e se le donne non hanno un’origine anch’essa mafiosa”.Le donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste ?

Le donne quali soggetti esterni “estranei alla cultura mafiosa della violenza e dell’intimidazione, non hanno paura di dire ciò che pensano e far valere le proprie ragioni, di prendersi il posto che vogliono e pensano di meritare nell’organizzazione.
Alle mogli, sorelle, madri, mai si sarebbe permesso un comportamento uguale e di così ampia autonomia di movimento, perché in quei casi il legame di sangue o il matrimonio tra componenti di famiglie è fondamento e garanzia per l’esistenza stessa dell’organizzazione criminale. Le regole ferree sono inviolabili perché la mantengono in vita.
Le donne che appartengono per nascita alla famiglia criminale hanno un’autonomia parziale, le decisioni che prendono sono sempre soggette al vaglio dei padri o dei fratelli o comunque della cosca, tipicamente quando gli uomini sono assenti per latitanza o detenzione. Il controllo del territorio, degli affiliati, delle donne e persino dei loro corpi è un’ossessione che in alcuni casi rasenta la patologia.”

In un articolo del 19 ottobre 2024, apparso sul sito del Corriere della Calabria, é stato riassunto l’intervento della Pm Annamaria Frustaci del pool antimafia di Catanzaro, in occasione dell’evento Contromafie corruzione di Libera a Vibo Valentia.

Raccontando l’evoluzione del ruolo della donna della ‘ndrangheta, il magistrato ha ricordato che, ormai, vi sono sempre più donne condannate in via definitiva per mafia e detenute in regime di 41-bis.
Oggi le donne assumono il ruolo di capo promotori all’interno delle organizzazioni mafiose… Non più figure che si limitano alla mera esecuzione di compiti o attività illecite, ma vere e proprie menti e soggetti attivi all’interno delle ‘ndrine. Anche a causa delle vicende giudiziarie che “decapitano” i clan, con le donne che diventano così figure apicali all’interno dei clan…Se prima erano solo soggetti in grado di educare e tramandare i valori mafiosi, oggi diventano anche soggetti attivi nella gestione dei patrimoni mafiosi, di riciclaggio dei proventi illeciti, diventano figure centrali della ‘ndrina. Per troppo tempo si è sottovalutato il ruolo delle donne nella ‘ndrangheta”.

Il variato ruolo femminile è reso palese anche dal numero di donne detenute nelle carceri italiane, come segnalato dall’Associazione Antigone, sulla base dell’elaborazione dei dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Al 31 marzo 2025, risultano esservi 2.703 donne (numero in costante aumento dal 2000, molto più rapidamente di quello degli uomini), cioè il 4,3% dell’intera popolazione carceraria, di cui 766 straniere.

Fra i reati ascritti a detta popolazione, il 4,1% riguarda l’associazione di stampo mafioso (art. 416-bis C.P.), nella quasi totalità concernente donne italiane. Al marzo 2023, altresì, in regime di massima sicurezza risultavano esservi 230 detenute, di cui 218 riguardanti le organizzazioni di stampo mafioso.Le donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste ?

A descrivere il variato apporto femminile in queste organizzazioni vi è anche il secondo rapporto della Fondazione Magna Grecia, intitolato “La mafia nell’era digitale – Focus su TikTok”, presentato all’ONU il 15 ottobre 2025 e coordinato dal Professore Marcello Ravveduto dell’Università di Salerno.

In detto studio, si evidenzia come le mafie usino il linguaggio di un brand, facendosi pubblicità, nello specifico spazio digitale denominato mafiosfera, in cui mediante il coinvolgimento dei media, la comunicazione politica e la cultura popolare, nonché l’utilizzazione di romanzi, cinema, serie televisive, reportage giornalistici, videogiochi e social media, si distorce la narrazione e si costruisce una realtà alternativa, al fine di manipolare il senso, costruire il consenso mediante la paura, la diffusione di codici simbolici ambigui e ritualizzati e la riproduzione di un potere fondato sull’intimidazione, sull’omertà e sulla mitizzazione delle mafie, così da far apparire legittimo il potere mafioso attraverso codici comportamentali, rituali di sacralizzazione e azioni violente.

I ricercatori hanno potuto notare una forte presenza femminile in detto contesto, in special modo quella delle donne di camorra, oltre a esponenti femminili estranee formalmente alle organizzazioni (denominate “mafiofile”), queste ultime impegnate a rendere “accattivante” il prodotto.

Circa le donne di camorra, è stata segnalata la caratteristica principale della “loro indipendenza e frammentazione sentimentale, in contrasto con la rappresentazione tradizionale della moglie sottomessa e subalterna. Molte hanno un passato di matrimoni travagliati, tradimenti, divorzi e separazioni dai mariti, non confacente con il modello patriarcale della moglie sottomessa e deferente.”

Secondo lo studio citato, le donne di camorra che usano i social come loro palcoscenico svelano un radicamento maschile e maschilista, accettando di veder considerare il proprio corpo come un oggetto da possedere od ostentare, comunque una proprietà privata.

Le stesse mostrano una devozione estrema al compagno e l’ambizione a, e l’ostentazione di, relazioni sentimentali con fidanzati “malessere” dalle precise caratteristiche estetiche (taglio dei capelli, lo stile di abbigliamento, la prestanza fisica, tatuaggi, barba lunga, canotte, in grado di attirare l’attenzione e suscitare il desiderio femminile) e comportamentali (prepotenza, violenza gratuita, omofobia, gelosia morbosa ed eccesso di possessività).

Come cantato dalla neomelodica napoletana Fabiana nel brano del 2023 «Malessere» (che ha riscosso notevole apprezzamento sui social), il ragazzo troppo educato e gentiluomo, magari laureato, non riscuote l’apprezzamento femminile in tale contesto, orientato incredibilmente ad accettare un patriarcale dispotismo maschile con la conseguente approvazione che il corpo femminile diventi un oggetto da possedere ed ostentare, come una proprietà privata.

Ancora, secondo lo studio, la maggior parte delle donne che popolano la mafiosfera sembra scoraggiare i propri uomini alla collaborazione con la giustizia e mostra astio verso i pentiti, inneggia all’omertà, vantandosi del rispetto e della deferenza che deriva dal cognome, probabilmente mosse anche dalla paura della perdita di identità individuale, relazionale e territoriale.

In pratica, accantonando le donne che hanno preso in mano il loro destino rivolgendosi alle Autorità, quali collaboratrici o testimoni di giustizia nonché affidandosi al progetto “Liberi di scegliere”, avviato nel 2011 dall’ex Presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria,-Roberto di Bella, ora con eguale incarico alla sede di Catania, e fatto proprio anche dalla Procuratrice per i minorenni di Palermo, Claudia Caramanna, il resto di coloro che continuano a vivere nelle famiglie di mafia è ben conscia del modello di vita che le attende, accettandone i risvolti limitativi della propria libertà.

A tal proposito, nel suo libro del 2022 Donne custodi donne combattenti, il magistrato Marisa Manzini, riferendosi alla ‘ndrangheta (per la sua attività professionale in Calabria, quale Sostituto alla Procura di Catanzaro, ma l’analisi è certamente estensibile anche a cosa nostra) divide le donne in:

Le donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste ?
donne alla ricerca del potere: con un particolare rapporto con la violenza, tendenti a rinnegare la loro femminilità per ottenere un riconoscimento nell’organizzazione;
donne frustrate: pur soffrendo la subordinazione, rimangono nella famiglia criminale per non rinunciare ai privilegi, calpestando la loro dignità;
donne combattenti: coloro che si allontanano da casa e lottano per la libertà personale e dei figli;
donne estranee: provenienti da altre regioni italiane o dall’estero, viste con diffidenza per non avere la medesima cultura criminale.

Per concludere, nonché per rispondere alla domanda se le donne nelle mafie siano vittime o protagoniste, si può affermare che queste donne nascono tutte vittime di un retrivo patriarcato e, salvo le “combattenti” appena descritte, per evitare di soccombere accettino di comportarsi secondo il modello imposto, talvolta cercando di migliorare la propria posizione, così diventando protagoniste, con un coinvolgimento diretto nelle attività criminali, magari trasferendosi al seguito di familiari operanti in altri territori nazionali o esteri, dove l’adattamento delle cosche alla differente mentalità può consentire una vita sicuramente più accettabile.

Il tutto nella speranza, difficile ma non impossibile, che un giorno siano proprio le donne, in un impeto di ribellione e dignità, a determinare la fine delle mafie, bloccando l’educazione criminale  delle nuove generazioni, così portando a compimento la famosa previsione di Giovanni Falcone sul fenomeno umano della mafia che, in quanto tale, é destinato a finire.Le donne nei ranghi delle mafie: vittime o protagoniste ?

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Antonio Borgia
Antonio Borgia
Generale in pensione della Guardia di Finanza, ha prestato servizio in Sicilia dal 1979 al 1996, nel pieno della guerra di mafia e delle stragi di cosa nostra. Ha collaborato con diversi magistrati a Trapani e Palermo quali Dino Petralia, Ottavio Sferlazza, Carlo Palermo ed i Pm della DDA di Palermo allora guidata dal Procuratore Giancarlo Caselli, in particolare Alfonso Sabella. Attualmente é editorialista della Gazzetta di Asti.
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