Se non è già in corso, “a pezzi” (papa Francesco), una Terza guerra mondiale è comunque all’orizzonte. Nessuna iniziativa (governativo-diplomatica o sociale di base) è superflua per tentare di stralciare questa terribile ipotesi dallo spettro delle possibilità.
Questa la prospettiva del convegno nazionale di presentazione, presso l’Università di Palermo, della Rete Italiana per la Mediazione Internazionale co-organizzato da AP (Agency for Peacebuilding), 3IM (Iniziativa Italiana per la Mediazione Internazionale), WIIS Italy (Women in International Security Italy) e dal Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Una delle peculiarità del Convegno è stato l’intreccio fra contributi accademici e testimonianze di buone pratiche nel territorio, tra le quali l’esperienza ormai triennale dell’ “Officina siciliana per la nonviolenza”. Officina perché basata sulla convinzione che la nonviolenza sia, inscindibilmente, teoria e prassi: i suoi laboratori sono concepiti programmaticamente come momenti di conoscenza, ma anche di sperimentazione. Siciliana perché radicata nell’isola al centro del Mediterraneo, ma senza provincialismi autoreferenziali: i formatori sono non solo siciliani, ma ospiti invitati da tutto il Paese. Per la nonviolenza: che è una scienza e un’arte, memoria di una tradizione secolare e inventività creativa davanti a conflitti inediti.
Cosa può apportare di specifico al tema della “mediazione” un’Officina siciliana per la nonviolenza così strutturata?
Intanto la lezione di un grande esponente della nonviolenza, il siciliano di adozione Danilo Dolci, che – fra molto altro – ha sottolineato un tassello centrale: la distinzione fra la condanna inappellabile di un sistema criminale e il rispetto, la fiducia, in un certo senso perfino l’amore per le persone inserite in quel sistema perverso. Nel contesto meridionale Dolci sintetizzava questo principio come odio per la mafia, ma non per i mafiosi. Livatino, Falcone, Borsellino e tanti altri magistrati non avrebbero raggiunto i risultati che hanno ottenuto se – secondo la testimonianza di tanti inquisiti – non avessero conciliato la severa fermezza del contrasto giudiziario con l’umanità del loro modo di rapportarsi agli indagati.
Questa distinzione, che nel linguaggio teologico tradizionale sarebbe fra “peccato” e “peccatore”, può convincere o meno; ma nessuno può spacciarsi per “nonviolento” nel senso di Gandhi o di Martin Luther King, se la respinge come insostenibile.
Rosario Livatino
Ghandi
Martin Luther King
Altrettanto sinteticamente si potrebbe indicare un secondo apporto che la cultura siciliana può offrire alla ricerca sperimentale di “mediazione”: la necessità e l’insufficienza della legalità nei rapporti interpersonali e internazionali. La legalità nasce come strategia di prevenzione della violenza nella gestione dei conflitti nonché tentativo di rimedio nei casi in cui tale prevenzione fallisce. Il timore della sanzione alcune volte funziona, ma proprio i numerosi fallimenti del diritto e dell’apparato giurisdizionale attestano l’insufficienza della legalità formale, che stabilisce regole e divieti in generale, e la necessità che essa ceda il passo – tutte le volte che le parti in conflitto lo richiedano o lo consentano – all’equità sostanziale, traguardo ideale di ogni “mediazione”.
Un traguardo irraggiungibile senza la reciproca disponibilità, paziente, all’ascolto e al confronto fra le soggettività in campo. Questa postura, che privilegia la relazione rispetto alla norma, non è priva di rischi: se, infatti, non è attraversamento e superamento della legislazione ma negazione (illegalità) o evitamento (alegalità) della stessa, apre porte e portoni alla mentalità mafiosa sia all’interno di uno Stato che nelle relazioni fra gli Stati. Ma è un rischio che merita di essere affrontato se non ci si accontenta di stoppare – quando è possibile – gli scontri violenti e si vuole arrivare alle radici dei contrasti per sradicarle, evitando che presto o tardi da esse promanino nuovi e più gravi scontri.