Paralizzate dai veti incrociati ed impotenti al cospetto delle guerre che dilaniano il Medio Oriente, l’Ucraina e il mondo, superate di gran lunga dal Vaticano, le Nazioni Unite cercano un nuovo Segretario Generale.

Per il dopo António Guterres sono in lizza l’ex presidente del Cile Michelle Bachelet, il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Rafael Mariano Grossi, l’economista ed ex vicepresidente del Costa Rica, Rebeca Grynspan e l’ex presidente del Senegal Macky Sall.
Nell’aula dell’Assemblea Generale dopo le audizioni dei candidati davanti ai 193 Stati membri e alla società civile, il procedimento di nomina del successore del portoghese Guterres in carica dal 2017 e in scadenza a fine anno, si sposta ai “voti informali e segreti” nel Consiglio di Sicurezza a cui spetta la decisione finale, con i cinque membri permanenti, Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia, che possono esercitare il loro potere di veto.

Tra i temi centrali, la richiesta di una maggiore rappresentanza femminile, mai nessuna donna é stata Segretaria Generale, e il rilancio della credibilità dell’Onu in un contesto globale segnato da sempre maggiori conflitti e divisioni.
I quattro curriculum e i profili dei candidati delineano differenti visioni:
Michelle Bachelet, 74 anni, ha un’impronta fortemente politica e multilaterale. Due volte presidente del Cile, é stata Alto Commissario ONU per i diritti umani dal 2018 al 2022. È considerata una figura esperta, con una forte identità sui diritti umani, ma anche polarizzante, soprattutto a Washington e a Pechino per le sue critiche dirette alla Cina sui diritti umani. Anche se il nuovo governo cileno le ha revocato l’appoggio, é sostenuta da Brasile e Messico.
Rafael Mariano Grossi, 65 anni, rappresenta una linea più tecnica e orientata alla sicurezza internazionale perché guida da anni l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Diplomatico argentino di lungo corso, é stimato per il suo delicato ruolo nelle crisi nucleare, dall’Iran all’Ucraina. Non sembrerebbe avere nel Consiglio di Sicurezza contrari perché anche la Russia ne ha riconosciuto l’abilità diplomatica durante la crisi delle centrali nucleari in Ucraina.
Rebeca Grynspan, 70 anni, economista, é attualmente segretaria generale della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo. Ex vicepresidente del Costa Rica, è una delle figure più rispettate nel campo dello sviluppo e della cooperazione internazionale. Intercetta il tema delle disuguaglianze globali, sempre più centrale nell’agenda ONU. Il fatto che inoltre provenga dall’America Latina e sia donna, rendono la sua candidatura competitiva.
Macky Sall, 64 anni, ex presidente del Senegal evidenzia un profilo politico con forte radicamento nel continente africano. Tuttavia, la sua corsa appare più complessa, anche per la mancanza di un sostegno compatto da parte del suo stesso continente. Su di lui gravano anche le accuse di aver calpestato i diritti umani quando era al potere a Dakar.
Tra veti politici, crisi del multilateralismo e sfide giuridiche internazionali, il profondo declino delle Nazioni unite é sotto gli occhi di tutti.
Non è un caso che i candidati siano solo quattro rispetto ai 13 del 2016 quando venne nominato Guterres. Ad 81 anni dalla fondazione é la prova della desolante marginalità dell’Onu che da decenni si aggira ai margini di tutti i conflitti e le crisi umanitarie mondiali come un imbarazzante, ingombrante e costoso fantasma.
Clamorosa la penosa inutilità delle Nazioni Unite in Ucraina, nella tragedia di Gaza, nella guerra all’Iran e al Libano. Tragico, oltre che sconcertante, nel Libano l’esempio della rischiosa inconsistenza del ruolo di interposizione delle forze Unifil dell’Onu.

In assenza di un riferimento internazionale, il concreto baricentro della pace mondiale é stato assunto dal Vaticano e da tutti i Pontefici succedutesi dal 26 giugno 1945, giorno consegnato alla storia con una solenne cerimonia di fondazione a New York durante la quale venne letto uno statuto magniloquente: «Noi, popoli delle Nazioni Unite, ci impegniamo a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, […], a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole ». Aulici e ampollosi proclami seguiti da parziali risultati iniziali, poi bruscamente interrotti dai veti delle superpotenze.
Mentre da Giovanni XXIII, a Paolo VI, a Karol Wojtyła, a Ratzinger, Bergoglio e Robert Prevost, tutti i Pontefici hanno inciso concretamente come apostoli della pace.
Un incisività che con Papa Leone XIV ha raggiunto, nel corso dei 10 giorni di trascinante pellegrinaggio in Africa, toni da possente anatema contro la “manciata di dittatori che stanno distruggendo il mondo”. Altro che ignavia dell’Onu.

