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La violenza sulle donne che talvolta si annida dietro la compassione

Per i sofisti il termine compassione aveva un non so che di magico, che faceva percepire la sensibilità per la sofferenza e lo sforzo di alleviala, per MezzoCielo, 35ennale rivista palermitana di politica cultura e ambiente, pensata e realizzata da donne, la compassione viene sovente utilizzata come strategia psicologica tentare di anestetizzare la violenza e continuare a dominare surrettiziamente le vittime.La violenza sulle donne che talvolta si annida dietro la compassione

La violenza sulle donne che talvolta si annida dietro la compassioneBy Rosalba Bellomare*

“ Faticoso é lottare contro la violenza di un sistema che ci promette la felicità solo a patto di adeguarci ai suoi meccanismi”, scrive Sara Ahmed, studiosa femminista britannica di origine pakistana, che ha riflettuto a lungo su come le emozioni orientano il nostro modo di stare al mondo.

È una frase che torna mentre guardiamo il presente. Il genocidio del popolo palestinese, la devastazione di Gaza, le guerre diffuse dalla Siria al Sudan, dal Congo all’Iran, insieme alle politiche antimigranti e al razzismo istituzionale sempre più feroce, sono sintomi di una deriva segnata da un’escalation bellica e da una violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche.

A Gaza, secondo stime aggiornate, oltre 75.000 persone sono state uccise, più di 20.000 sono bambini: una generazione colpita al cuore.

La guerra colpisce in modo sistematico anche le donne, con decine di migliaia di vittime. La violenza sulle donne che talvolta si annida dietro la compassione

In Italia, in un contesto formalmente pacificato, la violenza mantiene la stessa radice: nel 2025 sono state uccise 97 donne, per lo più in ambito familiare, spesso da partner o ex partner.

Nei primi mesi del 2026 sono già tredici: una ogni quattro, cinque giorni. È lo stesso ordine che agisce su scale diverse: dalla guerra ai corpi delle donne, dalla geopolitica alla vita quotidiana, la violenza si struttura come dispositivo di controllo e dominio.

Di fronte a questa escalation, la parola che torna é compassione. Ma che cosa facciamo, davvero, quando proviamo compassione?

La compassione non sempre interrompe la violenza. A volte la assorbe, la rende sopportabile, la ricolloca dentro un ordine che resta intatto.

È la stessa dinamica che ritroviamo nella violenza contro le donne. Anche qui la compassione si attiva per la vittima, ma spesso scivola verso il carnefice: lo comprendiamo, lo spieghiamo, lo psicologizziamo.

In questo slittamento il patriarcato si rivela: non solo come dominio, ma come sistema che chiede alle donne di farsi carico anche della sua tenuta, di curare il violento, di non rompere l’equilibrio.La violenza sulle donne che talvolta si annida dietro la compassione

Dentro questo ordine, la compassione non è distribuita in modo neutro: è richiesta soprattutto alle donne, come lavoro emotivo, come cura, come riparazione. Non si chiede solo di riconoscere il dolore, ma di farsene carico, di assorbirlo senza far saltare l’equilibrio. Nella violenza maschile contro le donne, questo è evidente.

Accanto al racconto della vittima, si apre quello del carnefice: la sua fragilità, la sua sofferenza. “Era un bravo uomo”, “non ha retto”. In questo racconto, la compassione si sposta e riequilibra ciò che dovrebbe restare asimmetrico: la responsabilità. Curare il violento, per non incrinare l’ordine. Non è la compassione a mancare. È il coraggio di sottrarla al sistema che la usa per restare intatto.

Dalla guerra alla casa, la compassione può rendere la violenza abitabile. È un lavoro invisibile che tiene insieme il mondo così com’è. Su scala globale, questo meccanismo non scompare: cambia dimensione. Anche nelle guerre assistiamo a una redistribuzione della compassione che finisce per neutralizzare la responsabilità politica della violenza. Ma mentre la compassione viene invocata, i corpi continuano a essere sacrificati. Forse allora il punto non è difendere la compassione, ma sottrarla a questa funzione. Restituirle un limite. Perché una compassione che comprende tutto rischia di diventare complicità. Non una compassione che consola, ma una compassione che prende posizione. E questo scarto, tra ciò che sentiamo e ciò che accade, è il punto più difficile da sostenere.La violenza sulle donne che talvolta si annida dietro la compassione

Dalla guerra ai femminicidi, la violenza attraversa il presente e chiama in causa le nostre emozioni. Ma la compassione non è neutra: può rendere la violenza sopportabile invece che interromperla. Non è un caso se, anche sulla scena internazionale, la compassione torna spesso attraverso i corpi delle donne. In questi giorni, la richiesta di liberare alcune detenute in Iran viene esibita come gesto di umanità dentro una trattativa politica. Ma è proprio qui che si rivela l’ambiguità: la compassione del potente non interrompe la violenza, la negozia. Ancora una volta, sono i corpi delle donne a diventare terreno simbolico su cui si misura il potere.

La violenza sulle donne che talvolta si annida dietro la compassione
*Rosalba Bellomare, Architetta, fondatrice di MezzoCielo e Presidente dell’Associazione che pubblica la rivista.

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