by Gianfranco D’Anna
La quotidiana bomba mediatica di Apocalypse Trump, come é stato ribattezzato il Presidente americano, colpisce al cuore il Pentagono.
Con un secco messaggio su Truth, il social network della Trump Media & Technology Group, una delle tante aziende del tycoon, la Casa Bianca ha licenziato in tronco il Generale Charles Quinton Brown, Capo dello stato maggiore congiunto, la massima carica militare degli Stati Uniti , in carica dal 2023, l’ Ammiraglio Lisa Franchetti, Comandante in capo della Marina, ed il generale James Slife, vice capo dell’Aeronautica. Sempre via Truth, Brown é stato sostituito con Dan Caine, un generale dell’aeronautica a tre stelle poco conosciuto e da qualche anno in pensione.
La rimozione immotivata dei vertici della difesa, da sempre immuni al cambio d’amministrazione, incrina i principi costituzionali e mette a rischio la sicurezza nazionale, denuncia senza mezzi termini la stampa americana.
“Fino a dove si spingerà Trump prima di essere fermato, se verrà fermato, e in che stato lascerà gli Stati Uniti?” si chiede dall’altra preoccupatissima sponda dell’Atlantico il settimanale inglese The Economist in un articolo emblematicamente titolato “The would-be King” il futuro Re. Come dire che questa volta la considerazione che Trump passa ma gli Stati Uniti restano, rischia di essere superata perché da un mese, da quando é rientrato alla Casa Bianca, tutte le prime pagine della stampa internazionale sono monopolizzate da Donald Trump con titoli iperbolici. 
Tradizionale alleata, quasi in simbiosi con gli Stati Uniti, l’Inghilterra é a dir poco allarmata dalla deriva americana. “Trump sta facendo a pezzi l’alleanza atlantica. La visita di Starmer negli USA può evitarlo?”, dubita il quotidiano inglese The Guardian che sintetizza così l’ apocalisse che il Presidente americano sta scatenando: “L’inconcepibile é diventato non solo possibile, ma probabile, o come ha detto Macron “non si può pensare che l’impensabile non possa accadere, incluso il peggio”.
Ritrovatasi sulla spinta degli eventi alla guida di un vecchio continente smarrito e atterrito, l’Inghilterra di Sir Keir Starmer incarna anche storicamente la metafora degli infiniti rimpianti per le occasioni mancate dell’Europa.
Controproducente piangersi addosso e tormentarsi per la notte di un’Europa che non c’è, reagiscono a Londra. Inutile continuare a citare Churchill o evocare i rischi di un replay della genesi della terribile tragedia mondiale del nazismo.
La mutazione genetica di Trump e Putin non lascerà scampo se non la si affronta unitariamente con la consapevolezza che é in gioco l’esistenza stessa della democrazia e delle libertà individuali, insistono lungo le rive del Tamigi.

Più che l’indomito storico Premier inglese dell’ora più buia, é essenziale cogliere il senso della lezione di Sant’Agostino sul pensiero che si fa azione, guidato dalla spinta ideale di una fede, che attualizzata rappresenta i valori supremi della democrazia e della libertà.
“La speranza – sostiene in sintesi Sant’Agostino- ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle.”
In attesa che il coraggio concretizzi il rapido battesimo di un’Europa compiuta, sul piano politico e della difesa, la speranza essenziale é quella riposta nella capacità degli Stati Uniti d’America di liberarsi definitivamente dell’aberrazione pseudo culturale e politica di Donald Trump.
Un’ incubo che l’America migliore davvero non merita. Quell’ America che amiamo profondamente e che non cessa nonostante, tutto, di rappresentare un paese simbolo del liberalismo e della democrazia.
Come evidenziano gli esterrefatti editorialisti e opinionisti della stampa Usa, le indecenti mistificazioni e degli sconquassi verbali di Trump, stanno sconvolgendo gli stessi repubblicani, ma soprattutto allarmano non poco gli ambienti dell’intellingence community che rappresentano l’anima del deep state, lo stato profondo sottoposto ai contraccolpi strategici e militari del Big Bang pressoché quotidiano di un Presidente che in poche settimane ha già letteralmente messo a soqquadro gli equilibri economici e geo politici dei rapporti internazionali degli Stati Uniti. Con una inintelligibile virata filo putiniana che sta velocemente isolando la politica estera Usa, senza che ancora si scorgano effettive iniziative di pace da parte di Mosca, che ha anzi intensificato gli attacchi all’Ucraina e i sabotaggi alle comunicazioni intercontinentali.
Se spostare il baricentro dall’Europa all’area indo-pacifica significa consegnare il vecchio continente al predominio militare russo e a quello economico della Cina, osservano a Washington gli ambienti diplomatici e della difesa, gli Stati Uniti rischiano di perdere contemporaneamente i naturali alleati occidentali e i loro ricchi mercati commerciali.
La Trump strategy viene considerata totalmente perdente perché oltre a rimettere in sesto una Russia boccheggiante, fortemente penalizzata da tre anni di fallimentare guerra in Ucraina e a regalare a Putin una prospettiva di regime dittatoriale praticamente a vita, penalizza fortemente l’Europa e la spinge ad “aprirsi” alla penetrazione commerciale e finanziaria cinese. Che sarà seguita dal dilagare dell’intelligence di Pechino.
Mentre il New York Times formula già ipotesi su chi verrà dopo Trump, a preoccupare maggiormente gli ambienti, non solo liberal ma anche economici americani (il Financial Times rivela un drastico calo azionario provocato da cupe previsioni macro economiche) é anche la prospettiva del proliferare in Europa di un populismo sovranista che presenta molti tratti comuni con l’ideologia nazifascista. Un populismo, alimentato e sostenuto dietro le quinte da Mosca, con un DNA anti americano e antioccidentale che una volta superata la Presidenza Trump sarà poi difficile riassorbire.
Più esplicito il Washington Post che scrive testualmente che l’amministrazione Trump ha abbandonato la cosiddetta strategia rope-a-dope, la quale sfruttando le debolezze degli avversari ha consentito agli Stati Uniti di sconfiggere l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda e successivamente di isolare la Cina lanciata all’arrembaggio dell’economia mondiale. Questo capovolgimento di strategia consentirà a Mosca e Pechino di sostituire Washington al vertice dell’ordine internazionale che ha finora guidato. E così grazie al marasma provocato da Trump, la Cina emergerà come la superpotenza dominante del mondo.
“Per capire perché la politica di Trump é destinata a trasformarsi in un autogol americano” – scrive ancora testualmente il Washington Post – “é necessario innanzitutto comprendere due principi alla base degli approcci strategici di Mosca e Pechino. In primo luogo, entrambi credono nelle sfere di influenza. Come sovrano revanscista, Vladimir Putin interpreta il ruolo di Pietro il Grande, mentre Xi Jinping si considera il leader di un regno di mezzo al centro del mondo. In entrambi i casi, la geografia definisce l’impero.” Il loro impero.
In secondo luogo prosegue l’analisi del Washington Post “sia la Russia che la Cina venerano l’idea che il più forte prende tutto. Dalla Georgia all’Ucraina, e dallo Stretto di Taiwan al Mar Cinese Meridionale, Mosca e Pechino non hanno scrupoli a impiegare aggressioni militari, economiche e diplomatiche contro nazioni sovrane. Al contrario, gli Stati Uniti applicano l’ethos animatore della loro sfera interna – e pluribus unum, da molti uno – anche agli affari internazionali: sia in patria che nel resto del mondo, crediamo che prosperità e sicurezza derivino dal lavorare di concerto con gli alleati. L’amministrazione Trump sta ora gettando via il tradizionale multilateralismo americano, non solo abbracciando le tattiche di Putin e Xi, ma anche adottando la loro filosofia di fondo.”





