Ennesima fumata nera. I flebili spiragli di tregua e l’incerto ottimismo per quelle che Teheran considera “aperture”, si dimostrano ancora una volta dei miraggi destinati a non rimuovere le cause del conflitto tra Usa e Iran, in corso da sette mesi.
Poche ore dopo che dall’Assemblea delle Nazioni Unite, il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, aveva annunciato, che la Repubblica Islamica aveva presentato agli Stati Uniti un piano specifico per la riapertura dello Stretto di Hormuz, la Casa Bianca ha respinto la proposta, ritenuta ingannevole, avanzata solo per guadagnare tempo e ha replicato: nessun accordo, anzi, dopo le elezioni di midterm riprenderanno gli attacchi contro l’Iran.
Nonostante il regime degli ayatollah avesse promesso di consentire le ispezioni nucleari, secondo Washington il piano non contiene reali novità, perché tutte le condizioni avanzate erano quelle già stabilite a giugno nel Memorandum d’intesa di Islamabad non rispettato da Teheran: cessazione delle ostilità, fronte libanese compreso, scongelamento di parte dei beni iraniani, alleggerimento delle sanzioni sul petrolio e revoca del blocco navale.
Queste ultime tre richieste sono fondamentali per l’economia iraniana sempre più in crisi, con un’inflazione ormai altissima, al punto da rappresentare una miccia pronta a esplodere nuovamente come accaduto lo scorso gennaio con le proteste represse nel sangue dal regime. Non viene soprattutto assicurata l’immediata e completa riapertura dello stretto di Hormuz.





