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Rubrica di critica recensioni anticipazioni
by Antonino Cangemi
Nell’autunno del 1997 Dario Fo – di cui ricorre il centenario della nascita – era in auto con l’attrice Ambra Angiolini per raggiungere uno studio televisivo quando ricevette la notizia di essere stato insignito del Nobel per la Letteratura.
Una notizia che lo colse incredulo e per molti aspetti clamorosa non solo perché quell’anno erano diversi e autorevoli i papabili al più ambito riconoscimento letterario: tra di essi anche José Saramago che l’avrebbe vinto nell’edizione successiva.

Non mancarono i disappunti da una parte del mondo politico e dagli ambienti ecclesiastici e culturali. Mario Luzi, a lungo vanamente candidato, commentò: «Che fosse un grande teatrante, lo sapevo. Che fosse anche uno scrittore, vengo a saperlo ora».
Storsero il naso i critici letterari Carlo Bo, che manifestò il suo dissenso sul “Corriere della Sera”, Alfonso Berardinelli («Questo Nobel é il sintomo estremo della cattiva conoscenza che all’estero hanno della letteratura italiana del Novecento») e Giulio Ferroni («Gli manca la scrittura fuori dell’uso teatrale, i suoi testi non hanno densità stilistica, vivono solo per l’immediato»). 
Il 10 dicembre il drammaturgo e attore lombardo volò a Stoccolma per la cerimonia di consegna del premio assegnatogli «perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi».
Il suo discorso di accettazione, accompagnato da tavole da lui stesso disegnate, rievocò, encomiandola, la tradizione medioevale dei giullari e non a caso s’intitolò “Contra Jogulatores Obloquentes” riesumando un editto emesso contro di essi nel 1221 da Federico II di Svevia.
In quella prolusione Fo riconobbe in Angelo Beolco, detto Ruzzante, oltre che in Molière – due drammaturgi attori, come lui –, i suoi maestri.

In particolare sottolineò di avere imparato da Ruzzante – «vero padre dei comici dell’Arte» e inventore di una lingua composita miscela di vari dialetti – «a liberarmi della scrittura letteraria convenzionale e ad esprimermi con parole da masticare, con suoni inconsueti, ritmiche e respiri diversi, fino agli sproloqui del grammelot».
Ma sebbene in quella circostanza non citato, oltre al Ruzzante, il teatro di Fo deve molto a un etnologo siciliano dell’Ottocento, Serafino Amabile Guastella di cui nel 1969, mentre si trovava a Ragusa per rappresentare alcuni spettacoli, scoprì la raccolta di novelle “La parità e le storie morali dei nostri villani”, silloge molto apprezzata da Italo Calvino che la considerò «una discesa agli inferi […] uno sguardo su situazioni spietate con occhio spietato» e da Leonardo Sciascia che la definì «ritratto di una condizione umana non indegna di figurare accanto a “I Malavoglia”».
Dalla rielaborazione di una novella di Guastella ebbe origine una delle “giullarate” di “Mistero buffo” – l’opera che più di tutte contribuì alla sua affermazione -, “La nascita del giullare”. In essa un contadino subisce tante di quelle violenze e angherie dal suo signore che, in procinto d’impiccarsi per la disperazione, è salvato da Gesù Cristo che gli affida il compito di deridere i potenti tramite la parola.
Alla premiazione fece seguito, come da rito, la cena al Municipio insieme con i reali. Che Fo consegnò alla cronaca con la consueta verve comica: «A me avevano assegnato un posto accanto alla principessa Cristina, sorella del Re, appassionata di archeologia, con la quale mi fu facile trovare un feeling. Alla mia sinistra, la principessa Vittoria, che i media dicevano colpita da anoressia; in verità mi sembrava tutt’altro che inappetente…si era gettata con voracità sulle portate, tanto che le offrii la metà del mio risotto e lei lo accettò». Nobel oblige… 




