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C’era una volta il Libano: da Svizzera del Medio Oriente ad epicentro terroristico

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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Pasquale Hamel *

Il Libano è stato a lungo considerato la Svizzera del Medio Oriente, un paese piccolo ma dinamico, caratterizzato da un’economia vivace, un sistema bancario solido e una relativa convivenza tra comunità religiose diverse.

Fino agli anni Sessanta, Beirut era un centro finanziario e culturale di primo piano nella regione. Tuttavia, questa immagine nascondeva fragilità strutturali profonde che, con il passare del tempo, avrebbero portato il paese a una crisi quasi permanente.

Alla base del sistema libanese vi era un delicato equilibrio confessionale, formalizzato dopo l’indipendenza del 1943. Le principali cariche dello Stato erano ripartite tra le diverse comunità religiose: il presidente maronita, il primo ministro sunnita, il presidente del Parlamento sciita. Questo modello funzionò inizialmente, ma si fondava su presupposti statici in una società dinamica. I cambiamenti demografici, le disuguaglianze economiche e la crescente politicizzazione delle identità religiose finirono per minarne la stabilità.

Un elemento decisivo di destabilizzazione fu l’arrivo massiccio dei profughi palestinesi dopo la Guerra arabo-israeliana del 1948 e, in misura ancora maggiore, dopo il Settembre Nero. Il Libano, per la sua posizione geografica e per la debolezza dello Stato, divenne uno dei principali luoghi di insediamento per i rifugiati palestinesi. Tuttavia, la questione non fu soltanto umanitaria o demografica: presto assunse una dimensione politico-militare.

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Beirut

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina stabilì nel sud del Libano una base operativa da cui lanciava attacchi contro Israele. In questo modo, una parte del territorio libanese sfuggiva al controllo dello Stato centrale e veniva di fatto trasformata in una piattaforma per il conflitto regionale. Le ritorsioni israeliane colpivano direttamente il Libano, aggravando le tensioni interne e alimentando il risentimento tra le diverse comunità. Molti cristiani libanesi percepivano la presenza palestinese come una minaccia esistenziale, mentre una parte dei musulmani la sosteneva come parte della lotta contro Israele. Questa frattura contribuì in modo decisivo allo scoppio della Guerra civile libanese.

La guerra civile segnò il punto di non ritorno. Il paese si frammentò in una miriade di milizie confessionali, ciascuna sostenuta da potenze esterne. La Siria intervenne militarmente, così come Israele, che nel 1982 invase il Libano per colpire l’OLP. In quel contesto di violenza diffusa si verificò anche il massacro nel capo profughi di Sabra e Shatila, uno degli episodi più tragici e simbolici del conflitto. Alla fine della guerra, nel 1990, il Libano era profondamente devastato, non solo materialmente ma anche istituzionalmente: lo Stato centrale risultava indebolito e le milizie avevano acquisito una legittimità di fatto.C'era una volta il Libano: da Svizzera del Medio Oriente ad epicentro terroristico

Proprio durante la guerra civile, e in particolare dopo l’invasione israeliana del 1982, emerse un nuovo attore destinato a cambiare radicalmente gli equilibri interni: Hezbollah.

Nato con il sostegno dell’Iran, Hezbollah si presentò inizialmente come un movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana. Tuttavia, nel tempo si é trasformato in una forza politico-militare estremamente potente, dotata di un proprio esercito, di una rete di servizi sociali e di una forte influenza sulla comunità sciita.

Il problema principale rappresentato da Hezbollah non risiede soltanto nella sua ideologia o nei suoi legami con l’Iran, ma nel fatto che esso opera come uno “Stato nello Stato”. Le sue decisioni militari non sono subordinate al governo libanese, e questo significa che il paese può essere trascinato in conflitti regionali senza un reale controllo istituzionale. La guerra con Israele del 2006 ne é un esempio emblematico. In questo senso, Hezbollah ha consolidato una dinamica già emersa durante la guerra civile: quella della frammentazione del monopolio della forza.

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milizie hezbollah

Dopo la fine della guerra, il Libano non é riuscito a costruire uno Stato realmente funzionante. Il sistema confessionale é rimasto inalterato, e le élite politiche hanno continuato a gestire il potere secondo logiche clientelari e settarie. La corruzione é diventata sistemica, mentre le istituzioni si sono progressivamente paralizzate. L’influenza esterna non é mai venuta meno: prima la Siria, poi l’Iran attraverso Hezbollah, hanno continuato a esercitare un ruolo determinante.

Negli ultimi anni, questa fragilità strutturale é sfociata in un vero e proprio collasso. A partire dal 2019, il Libano ha vissuto una crisi economica devastante, con il crollo della valuta, il fallimento del sistema bancario e un impoverimento diffuso della popolazione. A ciò si è aggiunta la tragedia dell’Esplosione del porto di Beirut, che ha simbolicamente mostrato al mondo il livello di negligenza e disfunzione dello Stato libanese.

Alla luce degli sviluppi più recenti, in particolare dei ripetuti attacchi israeliani nel sud del Libano e lungo il confine, il quadro appare ancora più critico. Questi attacchi si inseriscono nella dinamica di confronto tra Israele e Hezbollah, ma le loro conseguenze ricadono sull’intero paese. Ancora una volta, il Libano si trova coinvolto in un conflitto che non controlla pienamente, proprio a causa della presenza di una forza armata autonoma rispetto allo Stato.

Questa situazione mette in evidenza una contraddizione fondamentale: da un lato, Hezbollah rappresenta per una parte della popolazione un elemento di deterrenza nei confronti di Israele; dall’altro, la sua autonomia strategica espone il Libano al rischio costante di escalation militare. In un contesto di Stato debole e crisi economica profonda, anche conflitti limitati possono avere effetti devastanti sulle infrastrutture, sugli investimenti e sulla vita quotidiana dei cittadini.

Inoltre, gli attacchi israeliani aggravano ulteriormente la già fragile coesione interna. Alcuni settori della società libanese accusano Hezbollah di trascinare il paese in guerre che non riflettono l’interesse nazionale, mentre altri ne difendono il ruolo come forza di resistenza. Questa divisione riproduce, in forme diverse, le stesse fratture che hanno segnato la storia libanese negli ultimi decenni.C'era una volta il Libano: da Svizzera del Medio Oriente ad epicentro del terrorismo

In conclusione, la crisi attuale del Libano appare come il risultato di un intreccio di fattori storici e contemporanei. Il ruolo dei profughi palestinesi prima e quello di Hezbollah poi hanno contribuito in modo significativo alla perdita di sovranità dello Stato e alla militarizzazione del territorio. Tuttavia, la radice del problema resta una struttura politica incapace di evolversi e di affermare un’autorità statale piena.

In questo contesto, ogni nuova escalation regionale, come quella legata agli attacchi israeliani, non fa che rendere ancora più evidente la vulnerabilità di un paese che continua a trovarsi al centro di equilibri che lo superano.

C'era una volta il Libano: da Svizzera del Medio Oriente ad epicentro terroristico*Pasquale Hamel editorialista, storico ed autore di numerosi saggi e romanzi

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