Dodici chili d’oro, azioni di banche estere, resort di lusso, decine e decine di immobili, depositi bancari per quasi 13 milioni di euro: un vero tesoro, un tesoro sporco di sangue e di cocaina, quello sequestrato dalla Procura antimafia di Palermo agli eredi ed ai prestanome del padrino di cosa nostra Matteo Messina Denaro.

Ma si tratta soltanto di una parte dell’ingente tesoro del boss trapanese perché, afferma il Procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Maurizio De Lucia: “Non è stato individuato tutto ciò che il clan é riuscito ad accumulare in Italia e all’estero negli anni. I duecento milioni dei beni sequestrati in questo momento sono soltanto una valutazione orientativa. Siamo sicuri che esistano altri importanti capitali e sappiamo già, e stiamo cercando le prove, di tutto il denaro che é nella disponibilità di questa famiglia trapanese “.

Le indagini condotte dalla Guardia di Finanza sono scaturite dalla segnalazione dell’autorità giudiziaria del Principato di Andorra, un piccolo stato sovrano ubicato nei Pirenei tra Francia e Spagna. La segnalazione riguardava una donna originaria del comune trapanese di Campobello di Mazara con rilevanti disponibilità economiche in quel Paese. I successivi accertamenti hanno consentito di verificare che la donna era stata sposata con Giacomo Tamburello, 66 anni, di Campobello di Mazara, narcotrafficante fedelissimo di Matteo Messina Denaro e considerato dagli investigatori “di elevato spessore criminale”, già destinatario di diverse condanne e “con rapporti di stretta contiguità con cosa nostra”.

A questi riscontri si sono innestate le recenti rivelazioni rese da più collaboratori di giustizia, che hanno spiegato agli investigatori della Guardia di Finanza come parte del flusso di denaro connesso ai traffici di droga fosse destinata, in modo sistematico, nella misura del 10%, al mandamento di Castelvetrano e del suo capo, Matteo Messina Denaro. 
Da Andorra, seguendo i flussi finanziari gli accertamenti si sono estesi a Spagna, Lussemburgo, il Principato di Monaco ed il Libano ed hanno consentito di tracciare e individuare un’imponente patrimonio sedimentato in oltre 40 anni come reimpiego dei proventi delle attività di narcotraffico. Capitali che nel tempo sono stati reimmessi nei circuiti dell’economica legale e oggi sono disseminati in una moltitudine di intrecci finanziari, partecipazioni azionarie, rapporti bancari, holding societarie e altre aziende utilizzate come schermatura e paravento, localizzate soprattutto in Spagna, Lussemburgo, Principato di Monaco, Isole Cayman, Libano e Gibilterra.
In particolare sono state individuate otto società estere – di cui cinque in Spagna, 2 con sede a Gibilterra e una alle Isole Cayman – impiegate prevalentemente come contenitori di investimenti immobiliari e gestione patrimoniale. Sul piano delle disponibilità, sono stati accertati numerosi rapporti bancari e portafogli di titoli, distribuiti in diversi paesi, per un valore pari a circa 12,5 milioni di euro ed una quota di partecipazione di rilevantissimo valore nell’azionariato di un istituto di credito libanese. Le indagini della Guardia di Finanza hanno ricostruito le operazioni di investimento in metalli preziosi: in particolare in oltre 12 chili di oro, poi confluiti nelle disponibilità finanziarie sottoposte a sequestro. Di straordinario pregio, inoltre, sono gli immobili individuati: 22 in tutto, molti dei quali veri e propri resort di lusso, tra Marbella, Benahavis e Puerto Banus, in alcune tra le località più esclusive della costa del Sol.
Di pari passo con la ricostruzione di queste ricchezze, le indagini hanno evidenziato come le stesse siano state nel tempo gestite, sotto la supervisione di Tamburello, dalla ex moglie Antonina Bruno e soprattutto dal figlio Luca, tutti e tre arrestati.

“E’ stata un’attività molto complessa andare a rintracciare i capitali perché i protagonisti di questi investimenti hanno dimostrato una notevole preparazione finanziaria, spostando il denaro su conti correnti di società ubicate in paradisi fiscali, movimentando continuamente questo denaro, in tempi rapidissimi proprio per schermare il riciclaggio con una diversificazione degli investimenti” ha spiegato il Procuratore aggiunto di Palermo, Vito Di Giorgio, che ha partecipato alla conferenza stampa al Palazzo di Giustizia assieme al Procuratore Capo De Lucia e al Procuratone Nazionale antimafia Giovanni Melillo.


