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Gli italiani orfani dei mondiali di calcio e la sindrome degli abatini

Ci vorrebbe un incipit alla Gianni Brera per far percepire le vertigini e lo smarrimento dei tifosi per l’abisso dell’imminente Mondiale 2026 senza il calcio italiano.

Gli italiani orfani dei mondiali di calcio e la sindrome degli abatini
Gianni Brera

Vertigini dal retrogusto al cacao meravigliao per la sorprendente qualificazione di Curaçao, isola stato di 185.000 abitanti di fronte alle coste del Venezuela, assurta a simbolo di una storia calcistica capace di superare confini geografici, aspettative tecniche e limiti strutturali.

Sono in molti a rimpiangere le ormai lontane glorie della Nazionale e ad evocare la sindrome dell’abatino coniata da Gianni Brera.

Monumento nazionale del giornalismo sportivo, considerato l’aulico precursore della lingua del calcio, Brera sosteneva che la causa delle frequenti défaillance accusate negli anni ‘80 dai giocatori italiani e che imperversano tuttora, era da addebitarsi ai calciatori «eleganti, ma gracili, così dotati di stile da apparire manierati». Degli abatini appunto, termine che divenne celebre soprattutto perché associato a Gianni Rivera, ma che in realtà descriveva una intera categoria di giocatori molto tecnici e raffinati, che a giudizio del celebre giornalista difettavano di forza atletica, caparbietà agonistica e continuità.

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Gigi Riva

Que reste-t-il de nos amours per lo sport più amato e seguito dagli italiani ?  Inutile fare confronti con Gigi Riva, Sandro Mazzola, Rivera, Paolo Rossi, Totti, Roberto Baggio, Gigi Meroni, Mario Corso, Pirlo, Antognoni, Bulgarelli, Del Piero, Totò Schillaci, Zoff e tutti i campioni protagonisti dei tre titoli mondiali della nazionale azzurra che fu e che non é più perché per la terza volta consecutiva non riesce a qualificarsi e a cimentarsi sul palcoscenico globale del calcio. Tanto da fare rilanciare sulla stampa estera la terribile definizione di Wiston Churchill: “Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio.”Gli italiani orfani dei mondiali di calcio e la sindrome degli abatini

Che resta di quella gloria e di tanto tifo? A parte la nostalgia, per chi tiferanno gli italiani? Intanto per le nazionali che hanno per allenatore un connazionale.

La lista e comprende il Brasile allenato da Carlo Ancelotti, la Turchia di Vincenzo Montella e l’Uzbekistan di Fabio Cannavaro. E se a loro aggiungiamo altre nazionali non presenti ai mondiali, come la Slovacchia allenata di Francesco Calzona, Malta con Emilio De Leo, la Lettonia di Paolo Nicolato, l’Albania di Rolando Maran, e le isole Comore allenate da Stefano Cusin, lo scenario internazionale dei tecnici evidenzia come gli allenatori abbiano più successo all’estero che non con la Nazionale azzurra e tengano alto a suon di risultati l’efficacia della scuola tattica italiana esportata nel mondo.

Una scuola prevalentemente difensivistica che privilegia il contropiede. Altro scenario sul quale Gianni Brera avrebbe continuato a scrivere parecchio, insistendo sulla la necessità di adottare il catenaccio per riportare il calcio giocato dell’ Italia ai più alti livelli internazionali. Perché, sosteneva, i nostri calciatori – almeno quelli dei suoi tempi – non potevano impostare un calcio sistematicamente offensivo per 90 minuti e quindi era essenziale giocare d’astuzia, economizzando le energie e utilizzando tattiche di opportunità.

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Gli azzurri campioni del mondo del 1982

E’ lo schema che consentì all’Italia di Bearzot e di Zoff, Bergomi, Cabrini, Collovati, Gentile, Scirea, Oriali, Tardelli, Conti, Altobelli e Rossi di vincere il Mondiale del 1982 in Spagna.

Ma allora perché, dopo il bagliore della conquista del Campionato europeo del 2025 a Londra, siamo ridotti a tifare per altri?

Errori tattici e sconfitte cruciali, presunzione e mancanza di umiltà, ma anche sfortuna, hanno caratterizzato gli ultimi 12 anni di storia della nazionale azzurra.

O più semplicemente é subentrata la conclusione di un lungo ciclo sportivo, non più alimentato da un vivaio calcistico nazional popolare d’eccellenza.

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Jannik Sinner

In  molti ritengono anche che sia cambiato il Paese. All’Italia laboriosa e popolare post unitaria e dei due terribili dopo guerra, che impazziva per Meazza e Valentino Mazzola, per Coppi e per Bartali, sarebbero via via subentrate generazioni che hanno scoperto il tennis, la pallavolo, lo sci ed il nuoto, sedotte dagli exploit altrettanto mondiali di Jannik Sinner, delle nazionali maschili e femminili di volley e dagli ori olimpici dei campioni e delle campionesse azzurre.

La magia del calcio, l’ebrezza del gol, del dribbling, di tunnel, pallonetto, rovesciata e parate rimangono, tuttavia, insostituibili e intramontabili miti contemporanei per i tifosi delle storiche quadre che si cimentano nel glorioso campionato di calcio italiano. Tifosi che sono ancora in larga maggioranza rispetto agli altri sport.Gli italiani orfani dei mondiali di calcio e la sindrome degli abatini

Il calcio societario italiano che compete a vari livelli in campo internazionale appare il solo che possa risollevare la Nazionale e rilanciarla, attraverso una rivitalizzazione culturale dei vivai.

Facendo riconquistare alla Nazionale quella sublime dimensione sociale attribuitale da Antonio Gramsci, secondo il quale  “il calcio é il regno della lealtà umana esercitata all’aria aperta.”Gli italiani orfani dei mondiali di calcio e la sindrome degli abatini

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Gianfranco D'Anna
Gianfranco D'Anna
Fondatore e Direttore di zerozeronews.it Editorialista di Italpress. Già Condirettore dei Giornali Radio Rai, Capo Redattore Esteri e inviato di guerra al Tg2, inviato antimafia per Tg1 e Rai Palermo al maxiprocesso a cosa nostra. Ha fatto parte delle redazioni di “Viaggio attorno all’uomo” di Sergio Zavoli ed “Il Fatto” di Enzo Biagi. Vincitore nel 2007 del Premio Saint Vincent di giornalismo per il programma “Pianeta Dimenticato” di Radio1.
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