Carta vince, carta perde. Il perenne gioco d’azzardo del 47eseimo Presidente degli Stati Uniti stravolge tutti i limiti della decenza e degli equilibri internazionali, ma il più delle volte non è fine a se stesso, ha un obiettivo preciso: mettere alla prova collaboratori, capi dipartimento, ministri e alleati. Per sostituirli con altri ritenuti totalmente obbedienti.
Così, mentre tutti sono intenti a ricostruire le impietose fasi dell’ordalia verbale scatenata da Trump contro Giorgia Meloni e a definire il tycoon con l’intero catalogo del turpiloquio e le peggiori patologie psichiatriche, mentre tutti fanno le pulci al rumoroso silenzio o quasi da parte dei leader del G7 e alle poche righe di commiserazione sulla stampa estera, il proverbiale cui prodest e vari indizi inducono a ritenere che the Donald stia puntando a sostituire la Premier con Roberto Vannacci.

Dopo quasi due giorni di indifferenza, il Generale ha infatti diramato una asettica presa di posizione interpretabile tanto a favore di Trump che di Giorgia Meloni: “Al di là del colore politico di chi guida il Paese, il Presidente del Consiglio rappresenta sempre l’Italia. E l’Italia non si umilia, non si svende, non supplica nessuno“.
Pronto ad allearsi ad Alternative fur Deutschland, il partito neonazista tedesco più volte applaudito dal Vice Presidente Usa DJ Vance, estimatore conclamato di Putin, da lui personalmente conosciuto quando era addetto militare a Mosca, l’eurodeputato Roberto Vannacci rappresenta il prototipo ideale del leader europeo preferito da Trump. Addirittura, sostengono gli esperti di strategie politico militari, più dello stesso Mark Rutte il Segretario Generale della Nato.

Fondato da pochi mesi, il partito del Generale, Futuro Nazionale ha già superato, nei sondaggi, la Lega e insidia Forza Italia, catalizzando consensi nell’area di centrodestra. Oltre alle posizioni politiche più trumpiane di Trump, l’attuale amministrazione americana é molto interessata alla specificità militare della leadership emergente di Vannacci.
Nessuno si nasconde a Washington che l’acuirsi della crisi con l’Italia potrebbe rendere problematico l’attuale assetto strategico fra i due paesi, nonostante a livello diplomatico Roma stia cercando di trovare un compromesso per sterilizzare l’eventuale contemporanea presenza, il 7 e 8 luglio ad Ankara al vertice della Nato, di Giorgia Meloni e Donald Trump.
Assetto strategico che presenta i delicati ed in molti casi superati risvolti che reggono a malapena il logorio di una longevità che ha raggiunto gli 81 anni: ovvero le clausole segrete, mai rese note, del trattato di pace del 1947 fra Italia e Stati Uniti. Clausole che, a prescindere dai dispositivi dell’Alleanza Atlantica, riguarderebbero oltre all’interdipendenza dell’intelligence e dell’apparato difensivo italiano, la presenza delle basi statunitensi sul nostro territorio. In particolare Aviano, Sigonella, Camp Darby e Gaeta. 
A meno di possibili ribaltamenti della situazione, sempre possibili con Trump, il muro contro muro determinato dal bombardamento verbale del tycoon contro la Premier, fa temere -soprattutto agli ambienti istituzionali romani – che in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo possa ripetersi il tumultuoso dopo Sigonella del 1985.

Storicamente, dopo l’apparente riappacificazione fra gli allora Premier Bettino Craxi e Presidente Ronald Reagan, i partiti di governo e Craxi in particolare, vennero investiti da una bufera giudiziaria, passata alla storia come mani pulite, che dietro le quinte evidenziava manine estere e che azzerò l’intera classe dirigente aprendo la strada all’avvento di Bossi e Berlusconi.
In questo caso il timore peggiore é che il ripetersi della storia comprenda le negatività della mutazione genetica dei protagonisti.
