“Si pentono o lanciano messaggi criptici ? ” si domandano gli ambienti politico finanziari.
Nessuno pronuncia il nome dei fratelli capimafia Giuseppe e Filippo Graviano, tantomeno al telefono, ma tutti capiscono al volo e trattengono il fiato leggendo lo scoop del Fatto Quotidiano che titola a tutta pagina “ Il boss Graviano: voglio parlare su Berlusconi e dell’Utri”.

Che sia o meno un sotterraneo effetto collaterale della bocciatura referendaria della riforma della giustizia e della fine dell’ultima speranza dei padrini detenuti di vedere sovvertire la legislazione antimafia, il timore di alcuni vertici politici e imprenditoriali é che la richiesta di Giuseppe Graviano di rendere dichiarazioni spontanee davanti al Gip e al Procuratore della Repubblica di Caltanissetta nel procedimento per le stragi mafiose del 1992, faccia scoprire l’altra faccia della Luna e preluda ad uno tsunami giudiziario sui retroscena dei rapporti fra cosa nostra ed esponenti del gotha dell’imprenditoria mediatico-palazzinara degli anni ’80 e ’90.

Uno tsunami di rivelazioni sui mandanti, le motivazioni e gli obiettivi delle stragi compiute dalla mafia nel 1992 a Capaci e via D’Amelio e nel 1993 a Firenze, Roma Milano.
L’istanza di rendere dichiarazioni spontanee, presentata dal legale del padrino della Borgata palermitana di Brancaccio, riguarda infatti i 20 miliardi di lire che negli anni 70 il nonno materno dei Graviano, Filippo Quartararo, avrebbe investito nelle società di Silvio Berlusconi a Milano in cambio – sostiene il boss – del 20% dell’attività della holding dell’allora rampante imprenditore.
Erano gli anni dei colossali proventi del traffico di eroina fra Sicilia e Stati Uniti monopolizzato da cosa nostra. Fiumi di narcodollari che le cosche riciclavano attraverso imprenditori, ma anche banchieri e finanzieri del calibro di Roberto Calvi e Michele Sindona, entrambi poi assassinati per non avere mantenuto gli impegni.

Dell’ investimento dei 20 miliardi del nonno, Giuseppe Graviano ha già parlato in un processo a Reggio Calabria, tanto che nel 1921 la Procura di Firenze, che indagava sulle stragi mafiose, ha disposto perquisizioni nei confronti di familiari e presunti fiancheggiatori dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e della vedova di un loro cugino, alla ricerca della scrittura privata che attesterebbe il versamento dei 20 miliardi di Filippo Quartararo.
A Reggio Calabria Giuseppe Graviano rivelò anche di essersi recato a Milano col fratello per rivendicare gli utili del 20% dell’attività di Berlusconi che sarebbe loro spettata. Circostanze sempre decisamente smentite da Berlusconi e dai suoi legali.
Poco dopo l’incontro col Cavaliere che, sempre secondo il capomafia, si sarebbe svolto in un ristorante, il 27 gennaio del 1994 i fratelli Graviano vennero però arrestati a Milano e da allora sono detenuti e, processati, hanno collezionato diverse condanne all’ergastolo per stragi e omicidi, fra i quali quello di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio che predicando il Vangelo sottraeva consensi popolari e manovalanza alla mafia.





