Sette, otto colpi di calibro 38 sparati da distanza ravvicinata contro Piersanti Mattarella. Massacro e tenebre. Mosaico di un delitto senza alcun flash di verità e giustizia. Come rivela l’articolo di Sandra Figliuolo su La Sicilia, l’ inchiesta sull’agguato dell’Epifania del 1980 é entrata nella fase più delicata dell’esatto posizionamento di tutte le tessere del mosaico investigativo col quale si stanno ricostruendo, vagliando e verificando tutti i retroscena di uno degli omicidi istituzionalmente più gravi e dirompenti della Repubblica. Raramente un’inchiesta su un delitto politico talmente destabilizzante e scioccante come quello del fratello maggiore dell’attuale Capo dello Stato, si é trascinata per quasi mezzo secolo. Non a caso gli unici paragoni possibili sono quelli con l’assassinio di Aldo Moro e le stragi di Piazza Fontana e di Bologna. Come se una parte dello Stato abbia fatto e continui in parte a fare di tutto per impedire ad altri organi dello Stato legale, la magistratura, gli investigatori, le commissioni parlamentari d’inchiesta, di indagare fino in fondo e di scoprire la realtà dei fatti. Ad appena due anni dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, del quale era considerato l’erede e il successore politico al vertice della Dc, l’assassinio di Piersanti Mattarella, definito un cattolico democristiano autentico, apparve subito anomalo. Le indagini giudiziarie, tra cui l’ultimo atto investigativo di Giovanni Falcone nella qualità di Procuratore aggiunto prima di trasferirsi a Roma, lo catalogano tra gli omicidi politico mafiosi. Falcone é convinto della colpevolezza dei terroristi di estrema destra Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, membri dei Nar, quali esecutori materiali del delitto, in un contesto di cooperazione tra movimenti eversivi e Cosa Nostra. Entrambi però vengono definitivamente assolti. Della galassia terroristica dei Nuclei armati rivoluzionari, che ruotava attorno alla banda della Magliana, facevano parte Francesco Mangiameli, Pier Luigi Concutelli e Alberto Volo che orbitavano fra Palermo e Roma. Lo stesso contesto dell’articolo de La Sicilia .
Fotogramma dal film ” Il delitto Mattarella” di Aurelio Grimaldi
by Sandra Figliuolo*
Con l’iscrizione l’anno scorso di due mafiosi – Nino Madonia e Giuseppe Lucchese – nel registro degli indagati per l’omicidio del Presidente della Regione Piersanti Mattarella, avvenuto il 6 gennaio 1980 in via Libertà, nel cuore di Palermo, sembrava che la pista nera che collegherebbe ambienti neofascisti al delitto dovesse essere accantonata (cosa che suscitò anche delle polemiche).
A riprova che la Procura guidata da Maurizio De Lucia non abbia invece mai completamente scartato questa ipotesi e che indaga, come si suol dire, “a 360 gradi”, sono alcuni nuovi accertamenti compiuti in queste settimane.
In particolare alcune perquisizioni e l’audizione di diverse “persone informate sui fatti”, come la moglie e la figlia di Francesco “Ciccio” Mangiameli, insegnante palermitano di Filosofia, militante del Fuan con Pierluigi Concutelli, passato da Ordine Nuovo e dal Fronte Nazionale, e infine rappresentante di Terza Posizione, movimento neofascista ed eversivo.
Mangiameli
Fioravanti
Volo
Mangiameli venne ucciso dal “fuoco amico” di un commando dei Nar (i Nuclei Armati Rivoluzionari), di cui facevano parte anche i terroristi neri Giusva Fioravanti (assolto per l’omicidio Mattarella) e Francesca Mambro: tre colpi di pistola, il cadavere zavorrato con dei pesi e buttato nel laghetto romano di Tor de’ Cenci il 9 settembre del 1980, ovvero 8 mesi dopo l’uccisione del fratello dell’attuale Presidente della Repubblica.
E’ evidente che le nuove verifiche compiute dalla polizia rivitalizzano – anche se non è chiaro fino a che punto – proprio la pista nera. E questo accade mentre gli elementi a carico dei due mafiosi, accusati di essere gli esecutori materiali dell’omicidio Mattarella, si sono imbattuti contro i limiti della scienza: quell’impronta repertata all’epoca sulla 127 usata dai killer, che avrebbe potuto incastrarli, é infatti risultata inutilizzabile e non ha consentito l’estrazione di un dna.
Se gli assassini di Mangiameli sono stati individuati, il movente non é mai stato del tutto chiarito. Certo é che avrebbero dovuto essere uccise anche sua moglie e sua figlia, persone che adesso sono state sentite dai pm come testimoni nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio Mattarella.
Piersanti Mattarella
Già Cristiano Fioravanti, fratello di Giusva, che con lui partecipò all’uccisione di Mangiameli pur senza conoscerne il reale motivo, ipotizzò che la vittima potesse essere stata a conoscenza di fatti gravissimi: Giusva avrebbe preso accordi con altre persone proprio in casa di Mangiameli, a Palermo, in vista dell’omicidio del Presidente della Regione.
Ma avrebbe saputo qualcosa anche della strage di Bologna del 2 agosto 1980, dalla quale si sarebbe dissociato.
A tirare in ballo Mangiameli per il delitto Mattarella é anche un suo amico, Alberto Volo, pure lui militante neofascita siciliano, deceduto nel 2020 e che nel 1989 parlò al giudice Giovanni Falcone proprio della pista nera in relazione all’uccisione del Presidente della Regione, di cui avrebbe avuto contezza in virtù del suo stretto legame con Mangiameli. Questi gli avrebbe confidato che a decidere l’omicidio sarebbe stato Licio Gelli (a capo della loggia P2) e che l’obiettivo sarebbe stato quello di contrastare l’apertura a sinistra di Mattarella.
Palermo, Via Libertà, 6 gennaio 1980, l’auto all’interno della quale all’uscita dal garage di casa é stato assassinato il Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella
Volo è però uno strano personaggio (per alcuni un mitomane). Mangiameli gli avrebbe fatto delle confidenze su mandanti e movente dell’assassinio del presidente della Regione pochi giorni prima di essere ucciso. Sono dichiarazioni note da anni e non è chiaro se i nuovi accertamenti nascano effettivamente da questi elementi. E neppure dove porteranno.
*Sandra Figliuolo Giornalista professionista, cronista giudiziaria del quotidiano La Sicilia.