Come quelle dei soldi e dell’oro, le vie del petrolio sono infinite. Con una grande differenza, spostare le rotte del greggio fuori dallo Stretto di Hormuz non basta per metterle al riparo dalla guerra.
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq stanno accelerando oleodotti, terminali e corridoi terrestri diretti verso il Mar Rosso, il Golfo di Oman e il Mediterraneo, ma il conflitto fra l’Iran, Stati Uniti ed Israele ha mostrato che ogni deviazione apre un nuovo fronte: Yanbu e Jizan sono nel raggio dei missili e dei droni yemeniti, Fujairah é esposta agli attacchi iraniani, mentre le direttrici irachene attraversano territori segnati dalla presenza di milizie e da equilibri politici fragili.
Il risultato non é la sostituzione di un passaggio vulnerabile con una rotta sicura, bensì la costruzione di una rete meglio distribuita e difficile da paralizzare, nella quale aumentano però anche i bersagli da proteggere.
In condizioni normali, attraverso Hormuz transitano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti raffinati, pari a quasi un quinto dei flussi mondiali. Largo appena 33 chilometri nel punto più angusto e compreso tra l’Iran a nord e la penisola omanita di Musandam a sud, lo Stretto rappresenta lo sbocco obbligato del Golfo Persico verso l’Oceano Indiano.
La chiusura di fatto impostata dall’Iran durante il conflitto del 2026 ha quindi accelerato progetti già esistenti per portare gli idrocarburi direttamente su coste esterne allo Stretto. Le alternative possono assorbire una parte crescente delle esportazioni regionali, ma non sono ancora in grado di sostituire integralmente la capacitaà di Hormuz, soprattutto per Qatar, Kuwait e Bahrein.
L’Arabia Saudita dispone del corridoio più importante. L’oleodotto Est-Ovest, noto anche come Petroline, parte dagli impianti di Abqaiq, nella Provincia Orientale affacciata sul Golfo Persico, attraversa per circa 1.200 chilometri l’intera penisola arabica e raggiunge Yanbu, sulla costa saudita del Mar Rosso.
La capacità nominale di un oleodotto, tuttavia, non coincide automaticamente con la quantità di greggio che può essere esportata. Servono stazioni di pompaggio, serbatoi, terminali, punti di ormeggio e petroliere disponibili nel momento e nel luogo necessari. Occorre inoltre coordinare qualità differenti di greggio e prodotti raffinati.
E’ questo il principale limite delle cifre aggregate sui corridoi alternativi: sulla carta possono muovere diversi milioni di barili al giorno, ma la capacità effettivamente aggiuntiva dipende dalla disponibilità dell’intera catena logistica e dalla possibilita’ di mantenerla operativa sotto attacco.
La geografia di Yanbu offre un vantaggio decisivo, ma non elimina il rischio marittimo. Il terminale si trova nella parte settentrionale della costa saudita del Mar Rosso. Le petroliere dirette in Europa possono risalire verso il Canale di Suez senza attraversare Hormuz né lo Stretto di Bab el Mandeb. 
Le spedizioni destinate ai mercati asiatici devono invece navigare verso sud, superare Jizan e le coste occidentali dello Yemen, attraversare Bab el Mandeb tra Yemen, Gibuti ed Eritrea e raggiungere il Golfo di Aden.
E’ proprio lungo questa direttrice che gli Houthi hanno concentrato per anni la propria campagna contro il traffico commerciale. A luglio, il gruppo ha annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita e ha avvertito le compagnie di non utilizzare i porti del Regno. Dopo le minacce, alcune petroliere cariche di greggio saudita e dirette verso Cina e India hanno invertito il rotta nel Mar Rosso, dirigendosi a nord verso Suez, invece di proseguire verso Bab el Mandeb. La deviazione consente di ridurre l’esposizione alle coste yemenite, ma impone alle navi dirette in Asia di circumnavigare l’Africa passando per il Capo di Buona Speranza, con un aumento dei tempi, dei costi del carburante, dei premi assicurativi e del numero di petroliere necessario per trasportare gli stessi volumi.
Gli Emirati Arabi Uniti stanno seguendo una strategia diversa, trasferendo il greggio da Abu Dhabi a Fujairah, sulla costa orientale del Paese affacciata direttamente sul Golfo di Oman. L’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline, lungo circa 380 chilometri, collega gli impianti di Habshan, nell’entroterra occidentale dell’emirato di Abu Dhabi, con il terminale di Fujairah e può trasportare 1,8 milioni di barili al giorno. Adnoc sta costruendo una seconda condotta con una capacità prevista di 1,5 milioni di barili al giorno, che dovrebbe entrare in funzione nel 2027.
L’infrastruttura era completata per circa la metà nel maggio scorso e porterà la capacita’ complessiva di trasferimento fuori da Hormuz a oltre 3 milioni di barili al giorno. Fujairah dispone inoltre di terminali petroliferi, raffinerie, depositi e di un impianto sotterraneo capace di contenere 42 milioni di barili di greggio. La posizione sul Golfo di Oman consente alle petroliere di caricare senza entrare nel Golfo Persico e permette di raggiungere direttamente l’Oceano Indiano ei mercati asiatici, che nel 2025 hanno assorbito il 99 per cento delle esportazioni emiratine di greggio e condensati. E’ la soluzione più completa oggi disponibile nella regione dopo quella saudita, ma anche in questo caso “fuori da Hormuz” non significa “al riparo della guerra”.
Fujairah e’ stata colpita ripetutamente con droni durante il conflitto del 2026. Il porto si trova al di là dello Stretto di Hormuz, ma é distante soltanto poche decine di chilometri dalla costa iraniana ed é raggiungibile con droni, missili e mezzi navali.
La stessa concentrazione di oleodotti, depositi e terminali che rende Fujairah un’alternativa efficiente ne aumenta il valore come obiettivo.
Per il Kuwait, la ricerca di una via d’uscita e’ ancora a uno stadio preliminare. Tutti i terminali petroliferi del Paese si trovano all’interno del Golfo Persico e la chiusura di fatto di Hormuz é stata azzerata per un periodo le esportazioni.
Ancora più complessa é la posizione del Qatar. Doha può utilizzare collegamenti regionali per una parte del gas destinato ai Paesi vicini, ma non dispone di un grande rottame alternativo per le esportazioni di gas naturale liquefatto (Gnl). Le metaniere devono lasciare gli impianti di Ras Laffan, sulla costa nord-orientale della penisola qatariota, e attraversare Hormuz per raggiungere i mercati internazionali. Trasformare il Gnl in un flusso terrestre richiederebbe nuovi gasdotti attraverso l’Arabia Saudita o gli Emirati ed infrastrutture di liquefazione o rigassificazione alle estremità della rete.
Il Bahrein presenta una vulnerabilità analoga per le proprie esportazioni e per l’approvazione della raffineria di Sitra, anche se i volumi sono molto inferiori a quelli qatarioti o kuwaitiani.
L’Iraq dispone in teoria di uno sbocco settentrionale attraverso l’oleodotto tra Kirkuk e il terminale turco di Ceyhan, sul Mediterraneo orientale, ma questa direttrice non può assorbire la maggior parte della produzione concentrata nei giacimenti meridionali di Bassora.
Baghdad sta quindi studiando nuovi collegamenti da Bassora verso Haditha, nell’Iraq occidentale, con possibili prosecuzioni fino a Ceyhan oppure a Baniyas, sulla costa siriana del Mediterraneo. Il vantaggio sarebbe quello di collegare direttamente il sud petrolifero iracheno a porti esterni al Golfo.
Il percorso, tuttavia, attraverserebbe aree caratterizzate dalla presenza di milizie, tensione tra Baghdad ed Erbil e, nel caso siriano, da una sicurezza ancora precaria. Il rischio marittimo verrebbe cosi’ sostituito da una lunga vulnerabilità terrestre.
Le alternative commerciali non petrolifere seguono la stessa logica. I porti omaniti di Sohar, Duqm e Salalah, Khorfakkan e Fujairah negli Emirati e Gedda sul Mar Rosso possono essere collegati con trasporti terrestri agli scali e ai centri produttivi interni al Golfo.
Container e merci possono essere scaricati fuori da Hormuz e trasferiti su camion o ferrovia, ma il costo ei tempi aumentano rispetto alla navigazione diretta.
Ma più che il tempo, le vere unità di misura delle rotte alternative del petrolio sono rappresentate dalla quantità e soprattutto dalla sicurezza.
Fonte: Agenzia Nova
