by Gianfranco D’Anna
Ci saranno tutti tranne l’essenziale. Mercoledì a Palermo ci saranno tutti alla commemorazione del 40° anniversario dell’assassinio da parte di cosa nostra del vice Questore Ninni Cassarà e dell’agente Roberto Antiochia.
Ci sarà il Ministro dell’Interno, il Capo della Polizia, Prefetto, Questore, i vertici della Magistratura, Presidente della Regione e Sindaco.

Ed in silenzio e dolore ci saranno la vedova, Laura Iacovoni, che ha assistito dal balcone alle terribili fasi dell’agguato teso al marito sotto casa, ed i tre figli: Gaspare, Marida ed Elvira.
E ci saranno le sorelle e il fratello del vice Questore, Rosalba, Liliana e Sergio. Colleghi e amici. Si, ci saranno tutti. Mancheranno soltanto la verità e la completa giustizia.
Impossibile nascondere che senza verità e giustizia il vulnus alla democrazia del Paese ed il dolore dei familiari aumenta di anno in anno, mentre si rincorrono e passano stanchi gli anniversari delle uccisioni dei protagonisti della lotta alla mafia.
La spoon river delle stragi e degli agguati mafiosi attraversa molte delle strade e delle piazze della Palermo, ex roccaforte di cosa nostra che ha avuto la forza e la capacità di prendere coscienza e di trasformarsi nella capitale dell’antimafia.

Il tempo si é fermato nel cortile interno dei palazzi fra i numeri civici 77 e 81 in via Croce Rossa, a Palermo. Si sente ancora l’eco delle infinite raffiche di mitra e della pioggia di colpi esplosi il sei agosto del 1985 da un commando di almeno quindici killer per massacrare il 38enne Vice Questore Ninni Cassarà e il 23enne agente di Polizia Roberto Antiochia, che pur essendo in ferie aveva insistito per scortare il dirigente.
Medaglia d’Oro al valor civile, investigatore di livello internazionale, colto, ironico, determinato, amico personale e punto di riferimento di Giovanni Falcone e dell’appena costituito pool antimafia dell’ufficio istruzione, Ninni Cassarà venne letteralmente braccato e assassinato da cosa nostra perché aveva capito davvero tutto.
Dai canali del riciclaggio dei narcodollari alle connessioni mafia-politica-finanza che ruotavano attorno a Vito Ciancimino e agli esattori Salvo, dalle complicità nelle istituzioni, ai traditori e doppiogiochisti della porta accanto, in Questura.
Per eliminarlo le cosche mafiose formarono un’apposito squadrone della morte con i sicari più spietati di ogni mandamento. Dopo aver eliminato i collaboratori più stretti di Cassarà, l’agente Calogero Zucchetto e il Commissario Beppe Montana, i killer si appostarono per giorni e giorni negli appartamenti vuoti e nello scantinato del palazzo di fronte a quello dove abitava il dirigente investigativo.
Il Vice Questore aveva fiutato l’agguato, si muoveva con circospezione e quasi sempre dormiva in ufficio, alla Squadra Mobile. Qualcuno, però, alle 15,30 del 6 agosto del 1985 avvisò i sicari di quella che doveva essere una sua rapida e improvvisata visita a casa, nell’ora più calda e sonnolenta del pomeriggio.

Appena sceso dall’auto Ninni Cassarà venne così investito da una tempesta di oltre duecento colpi di kalashnikov che non gli lasciarono scampo.
Chi avvisò i killer ? Chi spiava le indagini di Ninni Cassarà ? Domande rimaste fino adesso senza risposta. Come gli analoghi interrogativi sugli agguati a Boris Giuliano, a Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Nino Agostino, Paolo Borsellino e a tante altre vittime.
Se non si fa piena luce sul contesto dell’intera sequenza dei delitti di mafia non si potrà mai comprendere realmente cosa rimane celato dietro la faccia ancora sconosciuta di cosa nostra.

“La mia più grande sconfitta é stata quella di vedere per terra il cadavere di Ninni Cassarà fra le braccia della moglie che cercava di rianimarlo” ripete in tutte le interviste e negli incontri con le scolaresche Francesco Accordino, in quegli anni capo della squadra omicidi della Questura di Palermo, collega ed amico fidato del Vice Questore assassinato.
Accordino si definisce “un sopravvissuto di quell’avamposto di uomini perduti. Spesso mi chiedo perché non sono morto pure io. Non lo so, ma sicuramente é morta una parte di me con i miei colleghi, oltre a Ninni, Beppe Montana, Calogero Zucchetto, Natale Mondo e Roberto Antiochia.”
Eredità di Cassarà tuttora essenziale per l’azione di contrasto contro le mafie o eredità dispersa?
“Ninni Cassarà era un investigatore eccezionale e sotto la sua guida redigemmo lo storico rapporto Greco più 161, che divenne poi la base del maxi processo. Una radiografia della mafia fatta con i nostri mezzi, senza computer, senza pentiti. L’esempio e l’eredità di Ninni non sono andati perduti, ma anticipano la rivoluzione nella mentalità comune avvenuta dopo le stragi del ’92 di Falcone e di Borsellino. Soltanto allora iniziarono manifestazioni pubbliche contro la mafia, come quella dei lenzuoli, e soltanto allora cominciò una coscienza antimafiosa e per l’affermazione della legalità. Oggi a Ciaculli, così come a Brancaccio e in molti altri quartieri campeggiano grandi murales di Padre Puglisi, di Falcone e Borsellino che sorridono. Ma non bisogna illudersi. Chi crede che arrestando Matteo Messina Denaro la mafia sia finita, sbaglia. La mafia non é affatto finita ha solo cambiato metodo. La differenza fra la mafia degli anni ’80 e quella di ora sta essenzialmente nei metodi di lavoro. Oggi é possibile che il mafioso stia in giacca e cravatta, in uffici pubblici, in banca o vicino al flusso di soldi. Come intuì Giovanni Falcone: segui i soldi e arriverai alla mafia”.





