Maxiprocesso a cosa nostra top Secret: immagini segrete di Buscetta e retroscena

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Maxiprocesso a cosa nostra

Maxi processo a cosa nostra top Secret

        Interrogatorio di un pentito nell’aula bunker di Palermo

10 febbraio 1986, nell’aula bunker del carcere palermitano dell’Ucciardone entra la Corte d’Assise per la prima udienza del maxiprocesso a 221  imputati detenuti, 59 a piede libero, 194  latitanti. Complessivamente 474  fra padrini e gregari delle cosche.

E’ il primo storico processo unitario alla mafia. L’hanno istruito Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e il pool di magistrati costituito da Rocco Chinnici e poi guidato da Antonino Caponnetto.

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Immagini storiche che segnano una svolta decisiva nella lotta per arginare delitti e profitti della ramificata, e fino ad allora pressoché impunita,  associazione criminale denominata cosa nostra.

Della Corte d’Assise presieduta da Alfonso Giordano fa parte,come giudice a latere, l’attuale Presidente del Senato Piero Grasso.

Dietro le sbarre l’intero gotha della mafia:

  • Luciano Liggio,
  • Michele Greco,
  • Leoluca Bagarella,
  • Nitto Santapaola,
  • i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano,
  • i Madonia,
  • i Bono,
  • Masino Spadaro,
  • Pietro Vernengo,
  • Gaetano Fidanzati

e tanti altri boss e “picciotti” accusati di una impressionante serie di stragi e di un migliaio fra omicidi e lupare bianche.

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Luciano Liggio

Per la prima volta con un decreto vengono nominati due Pubblici Ministeri, Giuseppe Ayala e Domenico Signorino, un Presidente supplente, un Giudice a latere supplente.

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Domenico Signorino, Giuseppe Ayala, Giovanni Falcone

I giudici popolari fra effettivi e supplenti sono 16 perché si teme teme che il venir meno di alcuni giudici possa bloccare il maxiprocesso, protrattosi per 24 mesi.

ALDO SARULLO: IL REGISTA DELLE IMMAGINI SEGRETE DI MASINO BUSCETTA

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Tommaso Buscetta

“Il maxiprocesso di Palermo è l’evento più importante della storia giudiziaria del dopoguerra – sottolinea a Voci del Mattino, Radio1 Rai,  lo scrittore e drammaturgo Aldo Sarullo che nel 1986 curò per la Rai la regia delle fasi iniziali del  dibattimento – ” Più di mille fra giornalisti e tecnici accreditati, circa 300 avvocati. Una enormità, una sorta di comunità che per quasi due anni animò l’aula bunker costruita appositamente accanto al carcere dell’Ucciardone.”

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Aldo Sarullo

“C’era la percezione evidente – aggiunge Aldo Sarullo –  che quello che nasceva in quel momento sarebbe diventato subito un fatto storico. Uno dei primi colpi di scena fu rappresentato dalla testimonianza del pentito Masino Buscetta, un evento incredibile perché per la prima volta si verificava ciò che era stato tanto ricercato e auspicato ma mai realizzato: un pentito del calibro di  Buscetta, che raccontava dal di dentro la mafia , che svelava i segreti fino allora impenetrabili di Cosa nostra. Una testimonianza fondamentale per capire sino in fondo cosa era quella organizzazione criminale e che fu determinante anche per ottenere le condanne degli imputati. Ma per rigidissime disposizioni giudiziarie non potevamo riprendere integralmente  Buscetta  che non doveva mai  essere inquadrato in volto e pertanto bisognava riprenderlo parzialmente, solo dal mento in giù. E  questo penalizzava molto la mia idea di  leggere, attraverso gli occhi, gli stati d’animo e i sentimenti delle persone.”

L’allora regista della Rai della sede di Palermo decise di ricorrere ad un escamotage : “feci registrare integralmente, senza coprire o escludere il volto, l’immagine di Buscetta riversandola esclusivamente su un registratore posto accanto a me in regia. Alla fine della deposizione di Buscetta, durata molti giorni “  – racconta  Aldo Sarullo – “consegnai all’allora Capo Redattore della Rai di Palermo Nino Rizzo Nervo la cassetta delle immagini “segrete” su cui scrissi: “Buscetta desnudo”.

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Tommaso Buscetta

“Era la storia di quella testimonianza attraverso le immagini di Buscetta inquadrato per intero, immagini che all’epoca ovviamente non potevamo vedere, ma che consegnai agli archivi della Storia, e quando Buscetta sarebbe uscito dalla fase di pericolo, sarebbero state immagini a disposizione di  tutti, e infatti adesso possiamo vedere un Buscetta nel pieno della sua compiutezza fisica.”

Autore del  “Venditore di pensieri” (Novantacento – Palermo, 2010)  Aldo Sarullo è stato inserito fra i venti drammaturghi italiani viventi di maggior interesse  (Arezzo,Teatro  internazionale del Teatro 1979-80), ha ottenuto vari riconoscimenti fra i quali il Premio Pirandello  (nel 1978, con il dramma “Chiamami Cesare”) il Premio Rai per radiodrammi (nel 1984, con “Acquario”) ed il Premio Asla per il teatro (1992) ed è stato finalista del Premio internazionale  Susa di teatro di prosa (1984, con il dramma “Cieli Privati”).  E  nel 1986 è stato chiamato dalla Harvard University di Boston–Cambridge  a commemorare il cinquantenario della morte di Luigi Piranedello.

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Le imagini segrete non furono il solo snodo della storia inedita delle riprese del maxiprocesso.  “Un  altro problema fu rappresentato  – rivela ancora Aldo Sarullo – da come rendere l’immediatezza del confronto fra Buscetta e Pippo Calò. Allora, grazie a un espediente chiamato ” tendina”, io ripresi entrambi  faccia a faccia  nei momenti più drammatici, più intensi, nei quali i due si scambiavano accuse nella grammatica tipica dei mafiosi,  una sorta di enciclopedia del pensiero mafioso. E’ stata una scelta importante – conclude Sarullo – grazie alla quale abbiamo restituito la drammaticità di quei momenti pensando al dopo, a quando sarebbe scemata la tensione emotiva e sarebbe subentrata una fase di analisi e di riflessione storica”.

PEPPINO AYALA: IL PUBBLICO MINISTERO CHE FECE CONDANNARE I PADRINI ALL’ERGASTOLO

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Giuseppe Ayala

Il maxiprocesso ha segnato una svolta storica: sino ad allora quasi tutte le azioni di contrasto giudiziario alla mafia – afferma Giuseppe Ayala nell’intervista rilasciata a Voci del mattino di Rai Radio1 –  si erano risolte con un’assoluzione. Si può affermare che il bilancio del Palazzo di giustizia di Palermo era fallimentare. Tanto che la mafia cambia strategia e comincia a eliminare esponenti delle istituzioni:

  •  il Vice Questore Boris Giuliano,
  •  il Presidente della Regione Piersanti Mattarella,
  •  il  procuratore Gaetano Costa,
  •  il segretario del Pci siciliano Pio La Torre,
  • il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa,
  •  il  Giudice  Rocco Chinnici
  •  il Vice Questore Ninni Cassarà
  •  i Capitani dei Carabinieri Emanuele Basile e Mario D’Aleo
  •  il Commissario Beppe Montana

e tanti altri servitori dello Stato.

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Ninni Cassarà, Giovanni Falcone, Rocco Chinnici

Nel frattempo nel 1981 era scoppiata la cosiddetta “guerra di mafia“: i corleonesi, protagonisti dell’attacco allo Stato, decidono di impadronirsi del vertice di “Cosa Nostra”  e con oltre 300 omicidi decimano con inaudita ferocia le cosche palermitane .

Questo cambiamento di strategia determinò, per cosa nostra l’abbandono della politica per cosi dire “clandestina”, quella di trafficare e tramare nell’ombra, per essere talmente visibile, temibile e violenta da inquietare e preoccupare le coscienze di tutto il Paese.

Fu allora che – spiega Ayala-  un gruppo di giudici istruttori, capitanati da  Rocco Chinnici, e poi quando questi fu ucciso, da Antonino Caponnetto, e poi ancora Falcone e Borsellino e altri, si cominciarono ad organizzare e la Procura di Palermo dove ero sostituto Procuratore fece altrettanto, costituendo dei team specializzati di magistrati antimafia.”

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Strage Capaci

“In quella fase la magistratura siciliana venne totalmente sostenuta da parte dello Stato. E questo è il dato più rilevante, a mio avviso – sottolinea Ayala –  In quel contesto criminale cosi intriso di violenza, lo Stato comprese che doveva sostenere con forza chi si opponeva all’attacco criminale. Prova ne sia la costruzione dell’aula bunker, opera colossale realizzata in soli sei mesi, che consentì lo svolgersi di questo processo che resta a mio avviso un unicum nella storia di questo Paese: tantissimi imputati coinvolti, ben 19  ergastoli comminati, 2.665 anni di carcere in totale. E non è un  caso che, durante gli anni in cui si articolò il maxiprocesso nei suoi tre gradi di giudizio, non vi fu alcun eclatante omicidio di mafia. Dal 1986 al 1992, l’anno terribile delle stragi, sei anni di silenzio assoluto. La mafia non uccise più. Ma, piano piano, – ricorda il Pubblico Ministero del Maxiprocesso-  questo grande sostegno delle Istituzioni nei  confronti della magistratura venne meno. Lo dimostra inconfutabilmente la vicenda di Giovanni Falcone, delegittimato da più parti, operazione alla quale non si sottrasse nemmeno il CSM, e poi trucidato a Capaci.

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l’autostrada della strage di Capaci

Una vita blindata, Giuseppe Ayala, Peppino per gli amici intimi primo fra tutti Falcone, dal 1994 al 2006  viene eletto deputato e senatore  nelle file del centrosinistra ed è stato Sottosegretario alla Giustizia nei Governi Prodi e D’Alema.

“Nella requisitoria al maxiprocesso – ricorda il giudice Ayala – spiegai chiaramente cos’era la mafia. Non era un cosa così scontata o banale, perché sino ad allora si erano fatte molte congetture, molte ipotesi, ma mai in un aula di Tribunale, e quindi in nome del popolo italiano,  si era detto tutto quello che c’era da sapere sul fenomeno mafioso.”

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Vigilia del maxiprocesso: i pool antimafia al completo della Procura e dell’Ufficio Istruzione di Palermo con l’allora Ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro

“La difesa – aggiunge Ayala- usò ogni arma  ostruzionistica per bloccare il processo, compreso la pretesa che si desse lettura integrale degli atti del processo, procedura che avrebbe richiesto la lettura ininterrotta di oltre 800 mila pagine e quindi anni, e che generalmente il presidente del Tribunale  “aggira”   con una dichiarazione a verbale.”

Ebbene, anche in quel caso, lo Stato intervenne e addirittura promulgò una legge in Parlamento che modificava quella norma, consentendo al maxiprocesso di arrivare a compimento nei tempi ragionevoli in cui ci arrivò”.

ALFONSO GIORDANO:

IL PRESIDENTE DELLA CORTE D’ASSISE CHE INFLISSE A COSA NOSTRA LE CONDANNE PIU’ PESANTI  MAI SUBITE

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“Il maxiprocesso è stata la grande  idea di Giovanni Falcone, ed è stato realizzato nel migliore dei modi” – sottolinea il Presidente Giordano ai microfoni di Voci del mattino di Rai Radio1.

Esperto di diritto civile da poco passato al penale nel 1986  Alfonso Giordano, per i familiari e gli amici Fofò , aveva 56 anni. Fu il nono Presidente di Sezione al quale  venne proposto di Presiedere la Corte d’Assise del maxiprocesso. Tutti gli altri avevano reclinato la nomina….

“A 30 anni di distanza – dice il Presidente Giordano- lo  Stato nella lotta alla mafia non è così vigile come allora, però i passi avanti ci sono stati. La lotta è proseguita, anche perché la mafia non ha più l’intensità di prima. Non voglio dire che la mafia non esiste più, sia chiaro, è un fenomeno complesso e ci vorranno ancora molti anni per sconfiggerla del tutto. Ma la situazione è migliore dagli anni del maxiprocesso perché col quel primo storico procedimento unitario si è perseguito non soltanto il singoli responsabili ma è stata perseguita l’organizzazione mafiosa nella sua totalità.”

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Alfonso Giordano legge la sentenza del Maxi Processo

” Uno dei momenti cruciali fu senza dubbio il confronto Buscetta-Calò. E fu un trionfo da parte di don Masino che assestò un colpo decisivo ai fini del processo e dimostrò come Buscetta conoscesse bene Calò, i suoi misfatti, le sue debolezze” ricostruisce il Giudice Giordano. Che aggiunge:

“Al momento di ritirarci in Camera di Consiglio, Michele Greco  il cosiddetto “Papa della mafia” ci augurò la pace eterna….. chissà se sinceramente oppure strumentalmente, visto che il personaggio era ambiguo. E io gli risposi: “pace anche a lei”.

“La sentenza, letta da me la sera del 16 dicebre 1987 , fu uno di quei fatti che non dimenticherò mai: fu un momento di grande emozione, in un aula enorme e silenziosa”.

“Dovevo avere la giusta attenzione e concentrazione: stavo comminando 19 ergastoli e pene pesantissime per oltre due millenni di carcere. Ancora oggi – ricorda il Presidente Giordano – se  chiudo gli occhi vedo gli sguardi degli  imputati dietro le sbarre e degli avvocati che attendono pieni di ansia e preoccupazione la lettura del dispositivo. Se chiudo gli occhi – ripete il giudice- vedo l’aula bunker la sera della sentenza…”.                                                                   

La sentenza che segnò l’inizio della fine di cosa nostra !

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