Stragi di mafia 25 anni dopo: evidenti le tracce della regia dietro cosa nostra

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Backstage delle stragi: un quarto di secolo senza verità e giustizia

Stragi di mafia 25 anni dopo evidenti le tracce della regia dietro cosa nostra

Palermo Via D’Amelio 19/ 7 / 1992  pochi minuti dopo l’esplosione dell’auto bomba

Trinacria inafferrabile. Tridimensionalità della natura e della miseria umana. Giustizia, ingiustizia e maledizione del Gattopardo attraversano parallele la Sicilia.

Negli snodi temporali, o alla vigilia di svolte significative, le tenebre del passato riemergono per tentare cancellare i simboli del riscatto antimafia e innescare  veleni sulla Palermo irredimibile.

Mafia archiviata ed esposta al museo del crimine?  Tutt’altro ! Anche se il  miraggio della definitiva sconfitta di cosa nostra si prospetta puntuale ad ogni anniversario di Capaci e via D’Amelio.

Il bilancio resta incompleto e il tracciato verso l’accertamento della verità largamente incompiuto.

Moltissimo é stato fatto, molto resta ancora da fare.  A cominciare dai buchi neri del sistema criminale, di cui sono evidenti più tracce nel backstage della strategia stragista.

Dal corto circuito mafia politica finanza si è potuto risalire finora a varie istantanee, tutte panoramiche, e a molti flash, ma la cabina elettrica non è stata localizzata.

A distanza di  25 anni restano infatti ancora  inspiegati tanto l’inconfessabile contesto quanto l’evidente regia del massacro compiuto per eliminare Paolo Borsellino.

“Credo che la sparizione dell’agenda rossa di Borsellino sia la rappresentazione plastica di un’operazione di manomissione delle prove iniziata già nel fuoco di via D’Amelio. Credo che non sia la scatola nera della Repubblica, non immagino che dentro ci sia la chiave per capire tutto. Ma certo le riflessioni e le indicazioni di Borsellino sarebbero certamente di aiuto per comprendere quel contesto” afferma l’inviato di Repubblica Enrico Bellavia, in prima linea sul fronte dell’informazione in quegli anni a Palermo.

“In particolare, incompleto si è finora rivelato l’accertamento della verità sull’esistenza o meno di mandanti esterni delle stragi del ‘92 e del ’93” sottolinea il Procuratore Guido Lo Forte, per decenni magistrato di primo piano nella trincea della Direzione distrettuale antimafia di Palermo e poi a lungo Procuratore capo a Messina.

Stragi di mafia 25 anni dopo evidenti le tracce della regia dietro cosa nostra Guido Lo Forte

Guido Lo Forte

  • Perché è cosi difficile l’accertamento della verità sull’intero quadro della strage di via D’Amelio e di quella precedente di Capaci?

Guido Lo Forte “Le stragi di Capaci e di via D’Amelio costituiscono il culmine dell’attacco mafioso allo Stato, in una serrata sequenza di omicidi eccellenti, di attentati e di altri avvenimenti inquietanti, che sembra rievocare lo stesso clima dello stragismo terroristico-mafioso degli anni del dopoguerra.

Sebbene le investigazioni delle varie autorità giudiziarie competenti abbiano consentito di aprire importanti squarci di verità, permangono certamente delle inquietanti zone d’ombra su talune vicende chiave di una stagione oscura e violenta, che ha segnato la transizione dalla prima alla  seconda Repubblica.

Secondo tutti i giudici che hanno esaminato queste vicende, la tempistica degli attentati, il tipo e la localizzazione degli obiettivi avvalora infatti l’ipotesi che il nuovo indirizzo stragista co-perseguisse in realtà obiettivi che andavano al di là degli interessi esclusivi di cosa nostra.

Comincia ad emergere, anche sul piano giudiziario, una realtà già ampiamente analizzata a livello di studi storici: il fatto che cosa nostra ha costituito componente e strumento di un sistema criminale più ampio. Un sistema criminale che si può raffigurare come un complesso edificio, in cui cosa nostra ha rappresentato – per le sue tradizioni criminali e per la sua potenza storica – una pietra angolare; ma che, come tutti gli edifici, ha anche altri piani e altri abitanti.”stragi-di-mafia-25-anni-dopo-evidenti-le-tracce-della-regia-dietro-cosa-nostra-enrico-bellavia

Enrico Bellavia “Perché è evidente che non di sola mafia si tratta, molti indizi concordano su presenze estranee al mondo di cosa nostra accanto agli stragisti. Su questo ovviamente le indagini procedono con molta cautela, il rischio di depistaggi è altissimo. Ma in generale, se è eclatante la manomissione di prove e la costruzione ad arte di tesi investigative rivelatesi false per via D’Amelio, in sede di indagini, prima dell’approdo processuale, molte vicende opache si sono consumate anche per Capaci. Nel complesso è come se per entrambe le stragi si fosse voluta concentrare l’attenzione sulla responsabilità di cosa nostra escludendo deliberatamente tutto il resto. Ciò può essere accettabile in termini di economia processuale: porto a casa gli ergastoli sugli stragisti con una ragionevole prognosi di successo e poi tutto il resto. Resta da capire quando avverrà tutto il resto. Quando potremo collocare le stragi nel contesto in cui è ragionevole pensare che siano accadute: un progetto eversivo, terroristico che prevedeva altro e che ha conseguito il risultato di stravolgere l’intero sistema politico della cosiddetta prima repubblica. In quel progetto cosa nostra ha giocato un ruolo attivo e propositivo. Ma non è l’unico soggetto in campo.”

  • Eredità operativa per la magistratura di Borsellino? 

Guido Lo Forte “L’eredità di un impegno professionale, morale e civile, di un metodo di lavoro che – creato e sviluppato da uomini come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, e poi da altri magistrati che hanno condiviso i loro ideali – ha formato, sin dagli anni ’80, un patrimonio di idee, di motivazioni, di esperienze giurisdizionali, di metodi di indagine e di valutazione della prova che è divenuto un punto di riferimento a livello europeo e internazionale. Grazie a questo, alcuni aspetti del nostro sistema-giustizia hanno acquistato una speciale credibilità sul piano internazionale, evidenziando che le armi migliori per combattere i più gravi fenomeni criminali sono quelle offerte dallo Stato di diritto, attraverso l’opera di una magistratura indipendente e radicata nei valori costituzionali di democrazia.”stragi-di-mafia-25-anni-dopo-evidenti-le-tracce-della-regia-dietro-cosa-nostra-

Enrico Bellavia “Borsellino e Falcone sono il metodo della lotta alla mafia: i collaboratori di giustizia dentro una rigorosa ricerca del riscontro, l’uso delle intercettazioni, una visione globale ma nella valorizzazione del particolare investigativo che blinda un fatto nella ricostruzione a posteriori. E c’è poi una forma che è sostanza: Borsellino come Falcone era ben consapevole della necessità del sostegno popolare nell’azione antimafia. Questo non c’entra con i magistrati star capaci anche di rilasciare pagelle e benemerenze ai politici di turno. Quei magistrati, attaccati in vista come politicizzati, erano quanto di più distante dal compromesso si possa immaginare. Ecco: erano la dimostrazione vivente dell’indipendenza della magistratura. Un lascito che andrebbe recuperato e in fretta. “

  • Col senno di poi, in quale contesto si viveva in quegli anni a Palermo e nel Paese?

Guido Lo Forte “Fino ai primi anni ’80 il fenomeno mafioso era incredibilmente, e per certi aspetti maliziosamente, sottovalutato. Si cercava di ridurlo a un fatto di folklore. Questa visione mistificata e riduzionista non fu più possibile dopo i successi ottenuti dalle indagini di Falcone e Borsellino, e dopo la conferma in Cassazione del verdetto del maxi-processo.

La decisione finale del maxi-processo chiarì, o avrebbe dovuto chiarire a tutti, che cosa nostra non era solo una mentalità, una rete nepotistica, o una coalizione di spacciatori di droga. Era infatti ben altro: uno Stato illegale, con una sua politica di relazioni con la società e segmenti delle istituzioni. Questo atteggiamento di riduzionismo/negazionismo non è affatto scomparso, soprattutto quando dalla criminalità militare si passa al terreno dei rapporti mafia-politica-imprenditoria.” 

Enrico Bellavia “La Palermo delle stragi era la Palermo della Primavera interrotta, della libertà conquistata con la fatica dell’intransigenza da piccoli pezzi della città. Era la Palermo che provava a trovare una via per coinvolgere l’intera popolazione in una lotta alla mafia che non fosse solo questione di giustizia ma di coscienza civile e politica. Le stragi arrestarono quel cammino.”

  • Eventualità di nuove rilevanti collaborazioni con la giustizia da parte di capimafia? 

Guido Lo Forte “Il quadro generale attuale non esclude certamente qualche preoccupazione. L’attuale legge sui collaboratori di giustizia e sui testimoni nei procedimenti di criminalità organizzata presenta infatti una specie di profilo compromissorio sulla logica di fondo delle soluzioni finali adottate. La legge infatti racchiude in sé, insieme ad alcune innovazioni apprezzabili, dettate dai problemi reali evidenziati dall’esperienza, anche norme che si prestano a fondate critiche, che sembrano frutto di una pregiudiziale e irragionevole diffidenza verso il fenomeno in sé dei collaboratori di giustizia, e rendono concreto il rischio di negativi contraccolpi sul fenomeno della dissociazione. “

Enrico Bellavia “I pronostici sono difficili. Tuttavia più che sulle collaborazioni concentrerei l’attenzione sulle voci di dentro. Intendo riferirmi a quello strano accadimento che ha visto prima Riina e poi Graviano parlare a ruota libera con co-detenuti: credo che sia materia interessante per capire non solo cosa dicono, ma perché lo dicono e in quale preciso momento. Per poi concentrare la nostra attenzione sui destinatari-bersagli di quelle rivelazioni.”

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Salvatore Riina

  • Si parla molto delle condizioni di salute dell’86enne Riina, cosa cambierebbe dopo la sua scomparsa nell’ambito di cosa nostra ?

Guido Lo Forte “Già da tempo è in atto una fase di transizione, i cui esiti non sono prevedibili con certezza, sia per quanto riguarda il futuro assetto di vertice, sia l’indirizzo politico-criminale dell’associazione mafiosa. Persistono allinterno dell’organizzazione alcuni fattori potenziali di instabilità e di crisi, legati a conflitti interni connessi al controllo di determinati territori, nonché a dissensi interni sulla configurazione e sugli equilibri degli assetti di vertice. Con particolare riferimento alla esigenza di ricomporre situazioni di conflittualità interna tra taluni dei protagonisti della precedente politica stragista, e i fautori di tentativi di mediazione.

Uno scenario, quindi, incerto e contraddittorio, che potrebbe evolversi in direzioni assai diverse: dal mantenimento dell’attuale politica di coesistenza, alla tentazione della riaffermazione di un potere egemonico sull’economia e sulla società.”

Enrico Bellavia “Tramonta la stagione dei corleonesi, l’anomalia di cosa nostra. Una mafia che va alla guerra frontale. Che ha tutto da perdere. La storia dimostra che la coesistenza pacifica è stata la norma. Ma sarebbe un errore liquidare la stagione corleonese come la velleitaria eversione immaginata da Riina. Era un disegno politico di terrorismo a violenza programmata che avrebbe potuto avere successo e in parte lo ha avuto se fosse cambiato il quadro politico. Ora si tratta di ragionare su chi altri si è preso in carico l’organizzazione e chi sono i referenti delle mafie del nostro Paese.”

 

 

 

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