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Rubrica di critica recensioni anticipazioni
by Piero Melati
So che non è politicaly correct ma mi definirei the hunter, il cacciatore.
Da bambino passavo ore nei negozi di giocattoli a scegliere il più adatto, da adolescente trascorrevo le stesse ore nelle edicole a selezionare i fumetti che poi divoravo, da ragazzo (e ancora oggi) ho trascorso giornate intere o lunghe notti negli store o mercati di dischi di ogni città dove sono approdato (il triangolo delle Bermude di Piccadilly, Virgin, Hmv e Tower, tirava fino a tardi, come Fnac a Parigi, la Tower a Frisco o il più bel negozio di musica mai visitato a Louiville).
Poi, quasi in contemporanea con i dischi, è toccato anche ai libri. Non sono un collezionista o un bibliofilo, ma un bookaholic certamente.
Cacciatore non é predatore, o almeno non solo. Se la guardi in termini della cosiddetta preistoria, puoi persino prediligere i cacciatori agli agricoltori. I primi viaggiavano, i secondi cominciarono a stivare le derrate alimentari che faranno scoppiare le prime epidemie e daranno vita a tutti i mali dovuti alla stanzialità, colonialismo e patriarcato compresi.
Nei giorni scorsi, scavando tra gli scaffali, e non guardando i banconi che espongono in bella vista i volumi destinati in buona parte a tre settimane di vita, e poi al macero (dovremmo ribellarci in loro difesa) ho beccato questo Paul Valèry, Argo edizioni “Ciò che scrivo non è scrivere. Modelli di pensiero, problemi di poesia“
Tre quaderni, uno già edito da Adelphi, due inediti in Italia. Per leggerlo, devi persino imparare segni, sigle e abbreviazioni di cui è fornito glossario.



