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Rubrica di critica recensioni anticipazioni
by Piero Melati
Non ricordarlo nelle commemorazioni ufficiali, ma ricordarlo all’improvviso, rompendo un protocollo diplomatico, dove nel discorso di Re Carlo III d’Inghilterra dinanzi alle Camere riunite, ci si aspetta esclusivamente formalità e retorica, è un fatto che confonde, lusinga, fa piacere, lascia indifferenti, a seconda dei casi. Ma è un fatto.

Diciamo solo che in Italia avviene molto ma molto raramente che “spontaneamente”, “non obbligatoriamente”, in un appuntamento istituzionale di levatura internazionale, lo si citi. Come figura “leggendaria” poi, alla stregua di re Artù.
Da qui la “standing ovation” dei nostri parlamentari, tutti per una volta riuniti in collettiva ovazione, come per miracolo tutti sotto una stessa bandiera che ci accomuna. E questo accade ancor più raramente.

In Italia non abbiamo mai alcun valore comune condiviso. Sin dai giorni in cui ancora non si era conclusa la guerra civile reale, siamo sempre impegnatissimi in una guerriglia di parole, nel piccolo come nel grande. Fatta la nazione – come è noto – ormai da quel dì ci siamo dimenticati di fabbricare anche gli italiani.
Un applauso, direte, non costa proprio nulla. Ma tutti i nostri parlamentari sono scattati in piedi per esserci, in quel momento. Non poteva mancare nessuno all’illusione di un tetto comune.

La citazione del re Carlo d’Inghilterra risale al gesto della madre regina Elisabetta, che in visita a Palermo il 28 maggio del ’92, cinque giorni dopo la strage di Capaci, appena sbarcata in un aeroporto costruito sui terreni acquistati dal boss Gaetano Badalamenti e le cui terre furono sbancate dalle ditte subappaltatrici di Luciano Liggio, l’aeroporto di Ustica e di Montagna Longa, volle fermarsi insieme al consorte Filippo sul luogo del massacro, anche in quella occasione rompendo il protocollo e forzando la mano ai preoccupati servizi di sicurezza. La regina si volle fermare per guardare la voragine. “Incredibile” ebbe a sussurrare.





