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L’immortalità corre sui social: l’avatar digitale post mortem

by Luisa Borgia

Mark Zuckerberg, presidente e amministratore delegato di Meta Platforms, ha attirato l’attenzione dei media per essere salito sul banco degli imputati della Corte Superiore della Contea di Los Angeles il 18 febbraio 2026.

La causa, considerata pilota perché il suo verdetto influenzerà numerosi casi simili, riguarda l’accusa secondo cui Meta (Instagram/Facebook) e Google (YouTube) avrebbero progettato le loro piattaforme per indurre deliberatamente dipendenza e causare danni alla salute mentale dei giovani.L’immortalità corre sui social: l’avatar digitale post mortem

A portare per la prima volta il giovane imperatore dei social a testimoniare direttamente davanti a una giuria in un tribunale ordinario é stata una giovane californiana di 20 anni, Kaley G.M. col supporto della madre, che ha confermato che la figlia aveva iniziato a usare Instagram a 9 anni con conseguenti danni come ansia, depressione e disturbi alimentari.

In trepidante attesa dell’esito della causa, previsto per la fine di marzo (Snap e TikTok si sono intanto affrettati a raggiugere un accordo in via extragiudiziale) é sfuggito ai più un dettaglio: Zuckerberg aveva richiesto e ottenuto il 30 dicembre 2025 un brevetto per l’“immortalità”.

Meta, infatti, ha progettato un sistema di IA per simulare l’attività degli utenti sui social media anche dopo la loro morte.

Il sistema utilizza il Large Language Model (LLM) addestrato sui dati storici dell’utente (post, commenti, “mi piace” e messaggi) per replicarne il tono di voce e il comportamento online. Un vero e proprio “clone digitale”, in grado di pubblicare autonomamente nuovi contenuti, rispondere ai commenti, interagire con i followers e persino gestire messaggi diretti o simulare chiamate audio e video.L’immortalità corre sui social: l’avatar digitale post mortem

Se qualcuno si stesse chiedendo il fine ultimo di tale bizzarro progetto, potrebbe essere rassicurato dalle dichiarazioni ufficiali, secondo cui il “nostro” ha talmente a cuore l’equilibrio psicologico dei suoi utenti che intende attenuare l’impatto della loro scomparsa sui followers e sulla rete sociale… Insomma, una sorta di prefica postuma progettata per occupare una nicchia di mercato nel crescente e promettente settore della “grief tech” (tecnologia del lutto) e di cui ci si é già occupati nei precedenti articoli (https://www.zerozeronews.it/svolta-bioetica-fra-uomini-e-animali-e-desacralizzazione-delle-sepolture/ e https://www.zerozeronews.it/il-grande-tema-della-bioetica-che-abbraccia-gli-animali-domestici/).

Bisogna senza dubbio prendere atto del fiuto commerciale “premonitore” del “The Eye” (uno dei tanti soprannomi attribuiti a Zuckerberg) che, mai come in questo caso, vede molto, molto lontano…

In una prospettiva bio-giuridica sorgono tuttavia quesiti pesanti come macigni che riguardano, in primis, il principio di autonomia “postuma” e il relativo consenso: bisognerebbe che ogni utente “clonato” fornisse necessariamente un’autorizzazione esplicita affinché le proprie tracce digitali (messaggi, post, “mi piace”) vengano usate per creare un clone interattivo.

Anche in presenza di un consenso fornito in vita, chi può prevedere, infatti, come l’IA potrebbe evolversi o essere utilizzata impropriamente post-mortem?

Tale “buco nero” comporterebbe un complesso problema di responsabilità legale nei casi in cui l’IA, simulando un utente deceduto, pubblicasse contenuti offensivi, diffamatori o illegali.

Chi sarebbe identificato come responsabile legale? Il brevetto non lo chiarisce…L’immortalità corre sui social: l’avatar digitale post mortem

Si configurerebbe, inoltre, l’ipotesi di uno sfruttamento commerciale dell’utente clonato digitalmente, poiché il clone potrebbe essere usato per generare engagement o profitti per la piattaforma, trasformando la memoria di una persona in uno strumento di marketing o in una fonte di “lavoro spettrale” (spectral labor), in barba al vecchio, caro, diritto romano che tutelava il defunto e la sua dignità come “res sacra extra commercium”.

E ci si chiede se é possibile applicare ancora questa tutela al defunto virtuale o é il caso di inserire un nuovo comma nei nostri ordinamenti.

Che dire poi del recente “diritto all’oblio” reclamato a gran voce da utenti e istituzioni per permettere ai fruitori di veder cancellati i propri contenuti nel web?

Chi garantirebbe tale diritto post-mortem? Uno dei cardini giuridici del consenso espresso da un cittadino/paziente é il diritto di revoca: nel caso di un defunto, assunto che abbia espresso il proprio consenso, come si esprimerebbe tale diritto al recesso?

Tornando allo scopo dichiarato dal “Zuck” di lenire il dolore dei followers per la perdita del de cuius : quale potrebbe essere il reale impatto di una simile clonazione sul processo di elaborazione del lutto? Interagire con un’entità che simula perfettamente il defunto non potrebbe impedire la necessaria accettazione della perdita, creando un legame di dipendenza psicologica dal “fantasma digitale” e costituendo, di fatto, un ostacolo all’elaborazione del lutto?  Non solo, ma eventuali errori dell’IA (risposte inappropriate o fuori contesto) potrebbero risultare profondamente traumatici per chi é stato colpito dalla perdita.L’immortalità corre sui social: l’avatar digitale post mortem

Di fronte a tali legittime perplessità non si può non notare il tempismo con cui è stato depositato e ottenuto il brevetto.

Nel marzo 2024 il signor Tang Xiao’ou, fondatore di SenseTime (la start up cinese di IA che nel 2018 ha conquistato il primato di azienda del settore più ricca al mondo con 4,5 miliardi di dollari), ha tenuto ai suoi dipendenti questo discorso: «Ciao a tutti, ci incontriamo di nuovo. L’anno scorso é stato duro per tutti, ma lo abbiamo superato».

Peccato che Tang, 55 anni, fosse morto l’anno prima e che a parlare fosse un clone digitale.

La richiesta di avatar dei defunti sta proliferando in Cina, alimentando un mercato dei “robot del dolore” con un valore del mercato che, da 12 miliardi di yuan nel 2022 si è quadruplicato nel 2025.

Come funziona? I parenti del defunto forniscono foto, video e registrazioni audio e L’IA “ricrea” il defunto, restituendogli un viso, una voce e dei “pensieri”.

Ergo: poteva fallire il fiuto del re Mida del web non presidiando quella nicchia di mercato così “eternamente” redditizio?  Ai posteri…L’immortalità corre sui social: l’avatar digitale post mortem

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Luisa Borgia
Luisa Borgia
Docente di Bioetica all’Università Politecnica delle Marche. Già componente del Comitato Nazionale di Bioetica é attualmente membro dell’ Ufficio di Presidenza del Comitato di Bioetica del Consiglio d’Europa e Presidente del Comitato Sammarinese di Bioetica.
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