by Luisa Borgia
Ci amano incondizionatamente, vivono e muoiono accanto a noi gli animali domestici. Non hanno l’angoscia del domani. Vivono esistenze serene e gioiose, per loro e per le famiglie che li crescono come figli. E la loro scomparsa, oltre allo stesso dolore, comporta sempre di più l’analogo epilogo degli esseri umani.
Nell’articolo “Il grande tema della bioetica che abbraccia gli animali domestici”, disvelavo il probabile orizzonte in progress per i nostri animali d’affezione: permessi retribuiti ai proprietari per l’elaborazione del lutto, clonazione e sepoltura in appositi cimiteri o direttamente nello stesso loculo del loro padrone.
Il tutto come inevitabile conseguenza del nuovo sostanziale status che si prefigge di cancellare, di fatto, le differenze ontologiche fra uomini e animali. Livellamento valoriale, dunque? Non solo, temo, perché dagli indizi provenienti dalle posizioni più radicali si intravede una ulteriore evoluzione: il ribaltamento gerarchico tra specie, con quella umana che scivola inesorabilmente verso la retroguardia.
Secondo una prospettiva ambientalista hard, in assoluto il primo posto, ça va sans dire, spetta all’ambiente. Onde evitare spiacevoli mistificazioni del mio pensiero, ribadisco anche in questa sede che é comunque un preciso dovere della specie umana tutelare responsabilmente le altre specie viventi.
Come potrebbe essere diversamente per un bioeticista? Il termine “bioetica” (crasi di “bios” ed “ethos”) indica proprio il comportamento che l’uomo deve attuare per tutelare tutto il bios.
Le proposte più spinte dell’ideologia più radicale sono esemplificative della direzione intrapresa: prima ancora di quella relativa agli animali domestici si propone da più parti la sostituzione della sepoltura o cremazione umana con il compostaggio, o inumazione direttamente nella terra, per evitare – si sostiene – di produrre anidride carbonica, di consumare foreste (per costruire bare) e terreni (per i cimiteri).
L’inumazione (o humusation) costituirebbe un «processo naturale ed ecologico, che non intacca la dignità» e il funerale green é già una realtà normata in alcuni Stati degli USA e sta riscuotendo attenzione anche in Francia.
Ma mentre ci si interroga su tale pratica, spunta già l’ultima e molto più avanzata frontiera del radicalismo ecologista: l’“acquamazione” , detta anche biocremazione, perché fa ricorso all’idrolisi, e riduce ancor più del compostaggio le immissioni di carbonio nell’aria.

Il tutto con una spesa di circa 6/7000 dollari e, per i più raffinati e benestanti, le ceneri del defunto possono diventare un diamante da sfoggiare, realizzando così la nota promessa “un diamante é per sempre”.
Di radicalismo in radicalismo, poiché non sono ammesse distinzioni gerarchiche tra persone, gli ecologisti più oltranzisti sono così giunti a domandarsi: “perché non dare l’esempio a partire dalla figura ritenuta più sacra da milioni di credenti?”
Si, proprio lui, il Papa. No, non è una fake news o uno scherzo di pessimo gusto, ma quanto riportato nell’editoriale del blasonato “British Medical Journal” in occasione della morte di Papa Benedetto XVI: Why I wish they had composted the Pope, in cui si auspica che il Vaticano dia il “buon esempio” facendo compostare il Pontefice defunto, perché diventi fertilizzante per carote con cui sfamare i poveri…



