Gioco delle parti in corso, ma precario, fra Teheran e Washington. I pasdaran inscenano l’ennesimo gioco delle tre carte e Trump, suo malgrado, si immedesima nella definizione di Taco, affibbiatagli dalla stampa Usa: tycoon always chickens out, fa sempre marcia indietro.
L’Iran ottiene l’intervento diplomatico di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per andare oltre, dietro le quinte, l’ultima proposta negoziale in 14 punti predisposta dai pasdaran e Trump sospende il conto alla rovescia della ripresa dei bombardamenti.

Teheran ha modificato in particolare, ma non si conosce ancora in che misura, l’iniziale rifiuto allo smantellamento del programma nucleare del quale accettava solo un congelamento a lungo termine. Resta incerta la destinazione dell’uranio già arricchito che secondo gli iraniani dovrebbe essere trasferito in Russia invece che negli Usa. Mentre per lo stretto di Hormuz rimane l’iniziale proposta di una riapertura graduale.
Anche se agli esperti di strategie politico militari la mossa iraniana appare come una calcolata oscillazione tattica, la Casa Bianca, impelagata nel braccio di ferro con il Congresso per i poteri presidenziali in caso di guerra ed assediata dai sondaggi negativi sulla crisi economica, non ha potuto evitare, come si dice a poker, d’andare a vedere l’eventuale bluff di Teheran, annullando gli ordini già emanati per una nuova fase di attacchi congiunti assieme ad Israele.

Lo stillicidio di proposte negoziali iraniane evidenzia forti contrasti all’interno del regime islamico. L’ala moderata guidata dal Presidente della Repubblica islamica Masoud Pezeshkian e dal Ministro degli esteri Abbas Araghchi si contrappone all’oltranzismo fondamentalista dei pasdaran, capeggiati dal presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf, ossessionati dalla realizzazione della bomba atomica e dalla vendetta contro gli Usa, Israele e l’Occidente.


