Spionaggio e molto altro ancora. La pervasività della Cina é tale da avere infiltrato preventivamente attraverso corruzioni e rilevamenti elettronici gli apparati investigativi che in Europa, Stati Uniti e in tutti paesi occidentali indagano sulle attività riconducibili a Pechino o semplicemente le monitorano.
L’anticipazione degli accertamenti, la semplice conoscenza dello “stato dell’arte” e la percezione dei dati acquisiti, consente ai servizi cinesi di ridurne al minimo l’impatto, di chiudere le attività scoperte e trasferire il personale altrove.
Esempio: in Italia vengono scoperte decine di “stazioni” di polizia cinese, in particolare a Prato, Firenze, Bolzano, Venezia e in Sicilia, utilizzate per controllare i dissidenti e i connazionali all’estero? Pechino mantiene un basso profilo, finge di rimpatriare e delocalizza i “poliziotti del popolo”, come vengono definiti, negli altri 53 Paesi del mondo nei quali sono state scoperte le stazioni illegali della polizia cinese.
Ultima scoperta in Francia dove sono state smantellate nove strutture clandestine riconducibili alla sicurezza pubblica cinese.
Una casistica che si ripropone continuamente in tutti i Paesi europei in cui Pechino dispone di reti associative numerose, ben radicate e spesso opache.
Andando a fondo nelle indagini si é però scoperto che c’è ben altro. Il controllo dei dissidenti all’estero viene usato in realtà per “mimetizzare” l’attività di falsi dissidenti, in particolare sedicenti ex appartenenti ad apparati di sicurezza o manager industriali, utilizzati per fornire alle intelligence occidentali informazioni verosimili, ma estremamente deleterie e fare il doppio gioco.

Una strategia silenziosa ma devastante già smascherata dall’inchiesta “China Targets” condotta dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ).
Una strategia con tre obiettivi: repressione, controllo delle comunità all’estero e dissidenti sfruttati come “cavalli di troia” per inquinare il controspionaggio occidentale


