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Rubrica di critica recensioni anticipazioni
Dalle rivolte giovanili alla denatalità: le contraddizioni di un Occidente che ha moltiplicato il benessere, ma fatica a trasmetterne il valore.
by Giuseppe Governale*
C’è qualcosa che non torna nella rappresentazione delle rivolte giovanili che, ultimamente, finiscono per occupare le cronache e alimentare il dibattito politico. Si parla di povertà, di emarginazione, di disuguaglianze, di difficoltà di integrazione. Questioni reali, naturalmente. Ma siamo sicuri che bastino a spiegare ciò che accade?
Prendiamo Milano. Se un gruppo di ragazzi assalta negozi, danneggia vetrine e si appropria di merci, la prima domanda dovrebbe riguardare anche la natura di quei prodotti. Non si tratta necessariamente di generi alimentari, di beni indispensabili alla sopravvivenza. Si cercano oggetti firmati che appartengono all’universo del consumo giovanile. Non semplicemente cose costose, ma cose considerate alla moda, capaci di essere cool agli occhi del gruppo.
La distinzione non è marginale. Nella protesta, infatti, sembra affacciarsi qualcosa che riguarda il desiderio di riconoscersi in un modello, di appartenere a una comunità che attribuisce valore solo a quegli oggetti.
Naturalmente, non tutti i giovani che adottano quei codici partecipano a comportamenti violenti. Ma proprio questa osservazione conduce a una seconda domanda.
Quella violenza è davvero soltanto spontanea? O può accadere che una rabbia priva di un preciso progetto politico incontri qualcuno disposto a darle una direzione?
Le indagini sui disordini milanesi hanno portato all’attenzione un giovane di trent’anni, Youssef Siher, di origini marocchine, fermato nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto Movimento 17 ottobre.
Una sua fotografia colpisce. Occhiali rotondi, sorriso appena accennato, due dita alzate nel segno di vittoria. Accanto, un pc aperto. Potrebbe essere uno studente universitario. E in effetti è un giovane che si è formato alla Statale, ha svolto un tirocinio all’Istituto per gli studi di politica internazionale e ha collaborato con testate giornalistiche nazionali.

È il percorso di un figlio di immigrati che ha potuto accedere alle migliori opportunità formative. Una vicenda che mostra quanto l’integrazione possa essere un processo di crescita culturale, senza comportare necessariamente un’identificazione con le istituzioni o con l’ordine sociale esistente.
Le sue responsabilità dovranno essere accertate, così come l’esatta natura del suo ruolo. Ma la vicenda suggerisce una distinzione.
Chi assalta un negozio per impossessarsi di un paio di scarpe firmate può non necessariamente contestare la società in cui vive, anzi desiderare di possedere proprio ciò che quella società propone come simbolo del successo. Diverso è il caso di chi cerca di trasformare questi comportamenti in una protesta politica. La rabbia dei primi e la razionalità dei secondi possono incontrarsi, pur avendo differenti motivazioni.
Ma torniamo alla domanda iniziale: che cosa alimenta quel malcontento? Perché giovani provenienti da ambienti sociali diversi finiscono per riconoscersi negli stessi modelli e nelle stesse aspirazioni?
Prendiamo, ad esempio, un ragazzo della Milano bene; perché si veste come un coetaneo delle periferie, ne adotta il linguaggio, le acconciature, gli atteggiamenti e talvolta frequentarne gli stessi luoghi?
Non è la perif, in quanto condizione economica, ad attirarlo, ma la sua rappresentazione culturale, che negli ultimi quindici anni almeno è andata diffondendosi attraverso i social, la musica, gli influencer, i personaggi dello sport e dello spettacolo. Un modello che mescola le appartenenze e finisce per accomunare ragazzi provenienti da famiglie ricche, povere e immigrate.
Nel 2021, in un testo sulla mafia, “Sapevamo già tutto” mi soffermai sulle periferie culturali del nostro Paese, quelle del sud del neo melodico Niko Pandetta che deride e accusa il mondo dei pentiti e degli sbirri, e quelle del nord, per l’appunto, le perif, in cui si afferma una sorta di democratizzazione delle aspirazioni, cui non corrisponde necessariamente una democratizzazione delle opportunità.
Tutti possono desiderare gli abiti, le scarpe e gli oggetti esibiti dai personaggi più popolari, imitarne il taglio dei capelli, i tatuaggi, gli atteggiamenti, lo stile di vita. Ma pochi possono raggiungere le condizioni economiche e sociali di quei personaggi.
E soprattutto, quanti desiderano davvero affrontare il percorso che ha condotto i loro idoli, cantanti, attori al successo?
La domanda vale anche per altre professioni. Il professionista di successo che compare nelle fiction è generalmente giovane, affascinante, ricco, circondato da automobili prestigiose e da una vita sentimentale altrettanto brillante. Raramente viene rappresentato come chi ha trascorso decenni sui libri, a lavorare fino a notte fonda, a costruire pazientemente una competenza. Non viene in alcun modo diffusa la cultura del dovere, del sacrificio.
Il risultato viene esibito. Il percorso scompare.
È una trasformazione culturale che riguarda tutti, ma che produce conseguenze differenti.
Il ragazzo di una famiglia bene può anche attraversare una stagione di trasgressione, frequentare determinati ambienti, adottarne i codici e, dopo qualche anno, ritrovare un percorso universitario o professionale sostenuto dalle risorse e dalle relazioni familiari.
Per il ragazzo di una famiglia economicamente svantaggiata le possibilità di sicuro sono più ristrette. La distanza tra ciò che ha imparato a desiderare e ciò che concretamente può ottenere rischia di diventare più difficile da colmare.
Per il figlio di immigrati può aggiungersi un’ulteriore contraddizione. È cresciuto nella stessa società, ha frequentato le stesse scuole, conosce gli stessi personaggi, desidera gli stessi oggetti. Ma può scoprire che le sue opportunità sono più limitate e che, nel mercato del lavoro, gli vengono offerte occupazioni che molti suoi coetanei non vogliono svolgere.
Non è una condizione universale, né un destino inevitabile. Ma sarebbe ingenuo ignorarne le possibili conseguenze.
E qui entra in gioco una questione che il dibattito pubblico tende a lasciare sullo sfondo: la famiglia.
Chi educa questi ragazzi? Chi insegna loro che esiste una differenza tra desiderare qualcosa e averne diritto? Chi spiega che il successo richiede tempo, impegno, capacità di sopportare una sconfitta? Chi trasmette il significato del limite?
Non si tratta di rimpiangere la famiglia del passato. E neppure di immaginare che le generazioni precedenti fossero migliori delle attuali. Ma una differenza sembra essersi prodotta.
Negli anni Settanta, anche nelle famiglie considerate permissive, il rapporto tra genitori e figli era segnato da una netta distinzione dei ruoli. I giovani arrivavano a contestare l’autorità degli adulti proprio perché quell’autorità esisteva ed era riconoscibile. Si poteva discutere sull’ora del rientro, ottenere qualche concessione, entrare in conflitto. Ma il genitore rimaneva il genitore.
Oggi, in molte famiglie, il rapporto sembra essersi rovesciato. L’adulto cerca l’approvazione del figlio. Teme di contrariarlo, lo asseconda, ne giustifica i comportamenti, confonde l’affetto con l’assenza di regole. Spesso, pur essendo continuamente raggiungibile attraverso il telefono, conosce poco la vita reale del suo ragazzo.
Si può controllare in ogni momento dove si trovi un figlio e non sapere davvero chi frequenti, quali modelli ammiri, quali convinzioni stia maturando.
Il paradosso è che proprio un giovane insofferente alle regole potrebbe avere bisogno di un adulto capace di dirgli di no. Non per umiliarlo, ma per offrirgli un riferimento, un consiglio.
Il limite ovviamente non si insegna solo attraverso un divieto. Occorre indicare la via del ragionamento, delle conseguenze delle proprie azioni. Un ragazzo può condannare il saccheggio di un negozio e, nello stesso tempo, considerare legittima l’aggressione a un poliziotto, senza avvertire la contraddizione. Può ripetere che la violenza è necessaria per cambiare la società senza essersi mai interrogato su ciò che la violenza ha realmente prodotto nella storia.
È qui che la responsabilità educativa della famiglia incontra quella della scuola: non basta insegnare quali comportamenti siano vietati, bisogna aiutare a comprendere perché.
La famiglia, tuttavia, non è soltanto il luogo nel quale si educano i figli. È anche il luogo nel quale si decide, sempre più spesso, di non averne.
Ed è qui che la riflessione sulle rivolte giovanili incontra una questione ancora più ampia: la crisi demografica dell’Occidente.
Perché facciamo sempre meno figli? La risposta di solito richiama la precarietà economica, il costo delle abitazioni, l’incertezza del lavoro, l’insufficienza dei servizi. Tutti fattori importanti, sui quali la politica ha il dovere di intervenire. Ma possono spiegare da soli una trasformazione così profonda?
Basta guardare alla storia delle nostre famiglie.
I miei nonni ebbero cinque figli. Io mi sono sposato a venticinque anni e ne ho avuti tre. Oggi, nella generazione successiva, le famiglie sono generalmente meno numerose e la scelta di sposarsi o avere figli viene spesso rinviata.
Le condizioni materiali sono migliorate e di molto ma è cambiata l’idea stessa di una vita desiderabile. Sono cambiati i tempi della formazione, le aspirazioni professionali, i rapporti tra uomini e donne, le aspettative di consumo, il significato attribuito all’autonomia personale.
Avere figli non è più la componente naturale del percorso di vita. È solo una scelta da conciliare con molte altre, spesso percepite come incompatibili.
Non c’è ragione di contestare la libertà individuale di compiere queste scelte. Ma una società deve interrogarsi sulle loro conseguenze collettive.
Se nascono sempre meno bambini, mentre aumenta la durata della vita, chi sosterrà il sistema produttivo, i servizi, l’assistenza agli anziani, il sistema previdenziale?
La risposta comprende inevitabilmente anche l’immigrazione.
Ed ecco un’altra contraddizione.
Abbiamo bisogno di persone che arrivino da altri paesi per svolgere attività indispensabili alla nostra economia. Ma possiamo davvero immaginare che queste persone, e soprattutto i loro figli, accettino indefinitamente un ruolo subordinato?
Un immigrato che arriva da una condizione di povertà può considerare assai soddisfacente ciò che per noi è diventato ordinario, di routine.
Un giovane che da un villaggio in Africa nel quale procurarsi acqua potabile richiede fatica arriva in Italia e scopre che basta aprire un rubinetto. È un miglioramento enorme.
Dopo qualche anno, però, osserva che altri consumano abitualmente prodotti costosi, frequentano determinati locali, acquistano beni che inizialmente gli sembravano superflui. Comincia a desiderarli anche lui. Quando potrà permetterseli, se lo potrà, scopre che esistono consumi più esclusivi, altri simboli di prestigio, nuovi modelli da imitare.
Il termine di paragone si sposta sempre in avanti.
Quello che ieri appariva un privilegio oggi diventa normale. E ciò che oggi rappresenta un traguardo domani può sembrare insufficiente.
Non è un difetto degli immigrati. È una caratteristica umana. Per comprenderla basta un piccolo esperimento.
Prendiamo due bacinelle. Nella prima mettiamo acqua gelida. Nella seconda acqua calda.
Immergiamo la mano sinistra nella prima e la destra nella seconda.
Dopo portiamole entrambe sotto il rubinetto, da cui scorre acqua a temperatura ambiente.
La mano che proviene dall’acqua fredda percepirà una sensazione di tepore. Quella che proviene dall’acqua calda avvertirà una sensazione di freschezza. Eppure l’acqua del rubinetto é sempre la stessa.
È cambiata soltanto la condizione dalla quale proveniamo. Qualcosa di simile accade nella percezione del benessere.
Non valutiamo la nostra condizione in termini assoluti. La confrontiamo con quella precedente, con ciò che possiedono gli altri, con ciò che immaginiamo di poter raggiungere.
Così, una società può diventare nel complesso più ricca senza essere necessariamente più soddisfatta.
I social hanno amplificato questo meccanismo. Un tempo il confronto avveniva soprattutto con il vicino, il collega, il compagno di scuola. Oggi con persone che esibiscono ricchezze, corpi, abitazioni, viaggi e stili di vita spesso irraggiungibili.
Non conta più soltanto ciò che abbiamo ma ciò che vediamo possedere agli altri.
È in questo scarto tra benessere reale e benessere desiderato può ben svilupparsi una parte della frustrazione contemporanea. 
Questa dicotomia non basta, naturalmente, a spiegare la violenza. La maggioranza dei giovani, anche quando vive difficoltà e frustrazioni, non devasta negozi né aggredisce persone. E sarebbe sbagliato confondere un’intera cultura giovanile con i comportamenti criminali di alcuni suoi appartenenti.
Ma il problema merita di essere affrontato.
La politica discute di sicurezza, di ordine pubblico, di responsabilità penali. Meno frequentemente riesce a collegare questi fenomeni alle trasformazioni della famiglia, alla crisi demografica, alla formazione delle aspettative e al ruolo educativo degli adulti.
Eppure sono questioni che riguardano il futuro delle società occidentali assai più profondamente della cronaca di un singolo fine settimana.
Non basta domandarsi come reprimere un comportamento violento. Occorre anche chiedersi quali condizioni ne favoriscano la comparsa, senza confondere la spiegazione con la giustificazione.
Soprattutto, occorre interrogarsi su un paradosso.
Abbiamo costruito una società che offre possibilità materiali, libertà e opportunità sconosciute a gran parte delle generazioni precedenti. Ma nello stesso tempo abbiamo alimentato un sistema di aspettative che rischia di rendere ogni conquista provvisoria, ogni risultato insufficiente, ogni limite intollerabile.
La famiglia dovrebbe essere il primo luogo nel quale si impara a convivere con questa contraddizione. La scuola dovrebbe aiutare a comprenderla. La politica dovrebbe occuparsi delle sue conseguenze collettive.
Nessuna di queste istituzioni può sostituirsi alle altre.
Ma se la famiglia rinuncia a educare, la scuola viene lasciata sola e la politica interviene soltanto quando il disagio si trasforma in disordine pubblico, finiamo per affrontare le conseguenze senza interrogarci sulle cause.
Le cui risposte non si trovano soltanto nelle periferie. E nemmeno nelle statistiche economiche.
Si trovano nelle nostre case, nel rapporto tra genitori e figli, nel modo in cui rappresentiamo il successo, nel significato che attribuiamo al lavoro e nelle aspettative che trasmettiamo alle nuove generazioni.
Perché la temperatura dell’acqua può essere la stessa per tutti. Ma se non comprendiamo da quale bacinella proviene ciascuna mano, continueremo a sorprenderci che qualcuno la trovi troppo fredda e qualcun altro troppo calda.
*Generale Giuseppe Governale già Comandante del Ros dei Carabinieri e Direttore della Direzione Investigativa Antimafia.
