HomePagineLa società dei desideri e la crisi del limite

La società dei desideri e la crisi del limite

PAGINE

Rubrica di critica recensioni anticipazioniLa società dei desideri e la crisi del limite

Dalle rivolte giovanili alla denatalità: le contraddizioni di un Occidente che ha moltiplicato il benessere, ma fatica a trasmetterne il valore.

by Giuseppe Governale*

C’è qualcosa che non torna nella rappresentazione delle rivolte giovanili che, ultimamente, finiscono per occupare le cronache e alimentare il dibattito politico. Si parla di povertà, di emarginazione, di disuguaglianze, di difficoltà di integrazione. Questioni reali, naturalmente. Ma siamo sicuri che bastino a spiegare ciò che accade?

Prendiamo Milano. Se un gruppo di ragazzi assalta negozi, danneggia vetrine e si appropria di merci, la prima domanda dovrebbe riguardare anche la natura di quei prodotti. Non si tratta necessariamente di generi alimentari, di beni indispensabili alla sopravvivenza. Si cercano oggetti firmati che appartengono all’universo del consumo giovanile. Non semplicemente cose costose, ma cose considerate alla moda, capaci di essere cool agli occhi del gruppo.La società dei desideri e la crisi del limite

La distinzione non è di poco conto. Se la protesta fosse solo espressione di un bisogno materiale insoddisfatto, ci dovremmo aspettare comportamenti in parte differenti. Qui, invece, sembra affacciarsi qualcosa che riguarda il desiderio di possedere solo determinati simboli, di riconoscersi in un modello, di appartenere a una comunità che attribuisce valore proprio a quegli oggetti.

Chi assalta un negozio per impossessarsi di un paio di scarpe firmate non sta contestando la società dei consumi. Vuole semplicemente possedere ciò che quella società propone come simbolo del successo.

Ma accanto a questa violenza emerge un altro fenomeno, di natura differente. La vicenda di Youssef Siher, che merita una riflessione particolare.

La società dei desideri e la crisi del limite
Youssef Siher

Trentenne di origine marocchina, nato e cresciuto nel nostro Paese, Siher si è laureato all’Università Statale di Milano, ha proseguito gli studi in Scienze politiche, partecipando anche alla rappresentanza studentesca universitaria. Ha svolto esperienza di ricerca presso uno dei più autorevoli istituti italiani di studi internazionali. Ha collaborato con due quotidiani nazionali certamente non sovrapponibili per orientamento culturale e politico.

Non stiamo dunque parlando di un giovane al quale siano mancati gli strumenti per conoscere la società italiana. Al contrario, il suo percorso testimonia l’accesso a opportunità formative, culturali e professionali tutt’altro che ordinarie.

Eppure il suo nome è oggi al centro delle indagini sul Movimento 17 ottobre, nato all’indomani delle violenze milanesi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Siher avrebbe avuto un ruolo centrale nella gestione dei canali social e nella diffusione del manifesto del movimento, che respinge la rappresentanza politica tradizionale e annuncia una mobilitazione permanente contro le istituzioni. Sui canali sono circolati anche documenti con indicazioni operative per le manifestazioni e per affrontare le forze dell’ordine.

La questione giudiziaria seguirà il proprio corso. Vedremo. Quella sociale e culturale rimane.La società dei desideri e la crisi del limite

Si sostiene spesso che una delle difficoltà dei giovani di seconda o terza generazione consista nel non sentirsi pienamente appartenenti né al paese di origine delle famiglie né a quello nel quale sono cresciuti. Ma che cosa accade quando un giovane ha attraversato con successo proprio quelle istituzioni che dovrebbero favorire l’integrazione?

Se l’accesso alla scuola, all’università, alla cultura e alle opportunità professionali non basta a produrre un sentimento di appartenenza, dobbiamo interrogarci su ciò che manca.

Naturalmente, contestare radicalmente un governo non significa rifiutare la democrazia. Il problema nasce quando alla contestazione politica si accompagna la legittimazione della violenza o il proposito di sostituire il confronto democratico con lo scontro.

Il caso Siher ci ricorda che l’integrazione non coincide necessariamente con l’inserimento sociale e professionale. È un processo più profondo, che coinvolge il rapporto con le istituzioni, il riconoscimento delle regole comuni e la condivisione delle responsabilità.

Ma sarebbe un errore considerarlo un problema esclusivo dei figli degli immigrati.La società dei desideri e la crisi del limite

Perché esiste un modello culturale che attraversa ormai tutte le condizioni sociali e che contribuisce a plasmare desideri e comportamenti che si spingono oltre le fisiologiche normali aspettative.

È il modello diffuso quotidianamente dai social, dalla musica, dagli influencer e da una parte dell’industria dell’intrattenimento: una rappresentazione del successo fondata soprattutto su ciò che si possiede e si mostra.

Il risultato viene esibito. Ma il percorso che porta al risultato scompare.

Si vedono la ricchezza, gli abiti, le automobili, i viaggi, ma raramente il lavoro, la fatica, gli insuccessi e il tempo necessari per raggiungere una posizione professionale o economica.

E il desiderio finisce per perdere ogni misura. Non basta ottenere qualcosa: occorre possedere ciò che gli altri mostrano di avere, possibilmente subito.

Questo modello è comune ai figli delle famiglie benestanti, ai ragazzi delle periferie più povere e ai figli degli immigrati. Tutti riconoscono gli stessi simboli del successo, ma non dispongono delle stesse possibilità per raggiungerlo.

Il giovane della Milano bene può imitare linguaggi e comportamenti della periferia, sapendo di poter contare, nella maggior parte dei casi, sulla protezione economica e sociale della famiglia. Chi proviene da una condizione svantaggiata dispone di margini di recupero assai più ristretti.

Per i figli degli immigrati può aggiungersi la difficoltà di conciliare aspirazioni pienamente occidentali con un sentimento di appartenenza non altrettanto solido. Una contraddizione che può alimentare, come in Siher, estraneità, risentimento e persino ostilità verso la stessa società che ha offerto opportunità di crescita intellettuale, culturale ed economica.

È una sorta di democratizzazione dei desideri alla quale non corrisponde necessariamente una democratizzazione delle opportunità.

Nel 2021, in Sapevamo già tutto, parlando delle mafie che al Sud, da Bari a Napoli e Palermo fanno cultura con i neo melodici, osservavo come gli adolescenti della Milano benestante imitassero l’abbigliamento e gli atteggiamenti dei rapper delle perif. E concludevo:

«Una periferia, che quasi paradossalmente, deve quindi, diventare centrale nel dibattito sul tipo di aree sociali che ci prefiguriamo per il futuro».

Oggi quella riflessione mi suggerisce un altro paradosso.La società dei desideri e la crisi del limite

Mentre la periferia è diventata centrale nell’immaginario dei giovani, la famiglia, che per secoli aveva rappresentato il centro della società, sembra diventare progressivamente periferica.

Non mi riferisco alla famiglia patriarcale, ovviamente. Mi riferisco alla famiglia come luogo nel quale una generazione si assume la responsabilità della successiva, trasmette valori, conoscenze, regole e capacità di affrontare le difficoltà.

È attraverso questa continuità che le società di ogni epoca hanno costruito il proprio progresso.

Ma che cosa accade quando la soddisfazione individuale diventa il principale criterio con il quale organizziamo la nostra esistenza?

Perfino la scelta di avere figli cambia significato.

Quando avevo poco più di vent’anni, l’idea di non riuscire a sposarmi e ad avere figli, attraverso cui essere ricordato mi induceva a una certa inquietudine. Oggi, invece, molte coppie rinviano sempre più a lungo questa scelta, fino a quando, spesso, non diventa più possibile.

Viaggiare, consumare, coltivare interessi, conservare libertà di movimento sono diventati elementi importanti di uno stile di vita al quale si è sempre meno disposti a rinunciare. Un figlio, invece, comporta doveri e responsabilità che non possono essere sospesi quando diventano scomodi.

E così la denatalità si rivela un fenomeno non estraneo al nostro ragionamento: è anche una conseguenza della trasformazione del rapporto tra desiderio, limite e responsabilità.

L’immagine di un Paese tecnologicamente avanzato, ricco e segnato da bassissima natalità, come la Corea del Sud è diventato comune: incontrare tantissime donne che passeggiano spingendo carrozzine nelle quali, anziché bambini, viaggiano piccoli cani, vestiti con cappottini e accessori costosi.

Non significa che chi ama un animale rinunci per questo ad avere figli. Ma l’immagine del cucciolo con il cappottino, al posto del bambino con il cappottino, racconta efficacemente una trasformazione delle priorità e dei consumi.La società dei desideri e la crisi del limite

Una società che genera sempre meno figli e vive sempre più a lungo rischia di compromettere la sostenibilità di quel sistema di pensioni, sanità, assistenza e servizi che costituisce una delle maggiori conquiste della modernità.

È il paradosso di un benessere che, mentre viene difeso attraverso le scelte individuali, può vedere indebolite le condizioni della propria continuità.

Ma c’è un’altra prospettiva che merita attenzione.

Immaginiamo un grande parterre da cui altre società osservano il nostro mondo. Ne osservano ricchezza, libertà, opportunità, qualità dei servizi. Ma anche invecchiamento della popolazione, diminuzione delle nascite, indebolimento della centralità familiare.

Non è affatto detto che desiderino diventare come noi, in tutto e per tutto. Possono ben valutarne, infatti, i segnali di fragilità e intravedere, nel progressivo ridimensionamento demografico dell’Occidente, un’occasione irripetibile per riequilibrare i rapporti di influenza e di potere nel mondo.

La demografia, naturalmente, non determina da sola il peso internazionale di una nazione. Contano la capacità economica, la tecnologia, le istituzioni e la forza culturale. Ma una popolazione che invecchia e si riduce può incontrare difficoltà crescenti nel mantenere capacità di influenza.

La vulgata è che in un mondo globalizzato la diminuzione delle nascite è compensata dall’immigrazione.

Diciamoci la verità. Solo in parte è vero. Non possiamo immaginare, infatti, che chi arriva da altri Paesi, e soprattutto i suoi figli e ancor di più i suoi nipoti, accetti indefinitamente quei lavori e quelle condizioni di vita che noi non desideriamo più.

Anche loro aspireranno a migliorare la propria posizione, a partecipare al benessere, a usufruire delle opportunità e delle protezioni offerte dalla società.

Ma se finiranno per condividere anche le nostre scelte familiari e riproduttive, il problema demografico tenderà a ripresentarsi. Se invece vorranno non soltanto conservare i propri modelli culturali e familiari, ma anche imporli alla società che li accoglie, si aprirà un’altra questione, non meno delicata: quella della convivenza tra identità diverse e del rispetto delle regole comuni.

L’immigrazione può contribuire alla sostenibilità del sistema, ma non può essere considerata una soluzione automatica né alle difficoltà demografiche né a quelle della convivenza sociale.La società dei desideri e la crisi del limite

Torniamo dunque al punto di partenza: il desiderio e il modo in cui misuriamo il benessere.

Un piccolo esperimento può aiutarci.

Prendiamo tre bacinelle. Nella prima mettiamo acqua fredda, nella seconda acqua calda, nella terza acqua tiepida. Immergiamo una mano nell’acqua fredda e l’altra in quella calda. Dopo qualche istante trasferiamole entrambe nella terza bacinella.

La mano che proviene dall’acqua fredda avvertirà un senso di tepore. L’altra, proveniente dall’acqua calda, la percepirà come fresca. Eppure la temperatura è identica. Non è cambiata l’acqua. È diversa la condizione dalla quale provengono le due mani.

Qualcosa di simile accade al nostro rapporto con il benessere.

Chi proviene da una condizione di povertà può considerare straordinario ciò che per noi è diventato ordinario. Ma quando quel miglioramento viene acquisito, il termine di paragone cambia. Si sposta sempre e di più in avanti.

Il desiderio di migliorare è una delle grandi forze del progresso. Ma quando non incontra limiti, ogni conquista rischia di trasformarsi in nuova insoddisfazione. Ciò che ieri appariva un traguardo, oggi diventa qualcosa di scontato, domani qualcosa di insufficiente.

Il problema, allora, non è desiderare una vita migliore. È dimenticare che il benessere di cui godiamo non è nato dalla soddisfazione immediata dei desideri, ma dalla capacità delle generazioni precedenti di accettare sacrifici, rispettare regole, rinunciare a qualcosa nel presente per costruire qualcosa destinato a durare.

In una società nella quale il desiderio sembra non conoscere più limiti, rischiamo di considerare ogni attesa un ostacolo e ogni rinuncia una sconfitta, dimenticando che la nostra libertà incontra quella degli altri.

Abbiamo imparato a desiderare sempre di più, e possibilmente subito. Dovremmo piuttosto domandarci che cosa siamo ancora disposti a costruire per gli altri.

Gli inventori della Giustizia*Generale Giuseppe Governale già Comandante del Ros dei Carabinieri e Direttore della Direzione Investigativa Antimafia.

Facebook Comments
RELATED ARTICLES

AUTORI

Augusto Cavadi
119 POSTS0 COMMENTS
Vincenzo Bajardi
115 POSTS0 COMMENTS
Antonino Cangemi
38 POSTS0 COMMENTS
Adriana Piancastelli
36 POSTS0 COMMENTS
Maggie S. Lorelli
34 POSTS0 COMMENTS
Dino Petralia
28 POSTS0 COMMENTS
Valeria D'Onofrio
24 POSTS0 COMMENTS
Antonio Borgia
21 POSTS0 COMMENTS
Piero Melati
14 POSTS0 COMMENTS
Letizia Tomasino
8 POSTS0 COMMENTS
Rosanna Badalamenti
8 POSTS0 COMMENTS
Beatrice Agnello
5 POSTS0 COMMENTS
Arduino Paniccia
3 POSTS0 COMMENTS
Luisa Borgia
3 POSTS0 COMMENTS
Pino Casale
3 POSTS0 COMMENTS
Italo Giannola
1 POSTS0 COMMENTS
Francesca Biancacci
1 POSTS0 COMMENTS
Michela Mercuri
0 POSTS0 COMMENTS