Difficile ma non impossibile. A Giancarlo Mirone che lasciò l’allora sacro posto fisso di Professore di scuola in Sardegna per l’incerta prospettiva giornalistica, il destino ha riservato un’esistenza di grandi soddisfazioni professionali e umane, difficili ma non impossibili da conquistare se si hanno effettive qualità e indiscusse capacità.

A cominciare dall’oggettiva difficoltà di emergere, come pure fece brillantemente, nella redazione dell’Ansa di Palermo della fine degli anni ’70, formata da Lucio Galluzzo, Pippo Morina, Antonio Ravidà, Alberto Giordano, Enzo Quaratino, Franco Viviano. Un’orchestra di grandi giornalisti, una formazione di cronisti d’eccellenza che ancora oggi si declama come quella dei campioni dell’Inter di Helenio Herrera.

Scrittura e gusto dell’avventura, come quella dell’inseparabile lapino, la Lapa 50: due passioni alle quali Juan Carlos, come affettuosamente lo chiamavamo in redazione, aggiungeva indimenticabili e struggenti take per lo stile e la scrittura.
Doti che ha trasferito nei suoi libri, sempre originali come “Billy Coyote è vivo, ma non lotta più insieme a noi” , “Quando Craxi andò in America e noi pure” e “L’amore sgrammaticato, la scuola che resta dentro”.
Un estro artistico e libertario evidenziato quando, nel 2013, utilizzò il suo indimenticabile lapino per portare a spasso il Teatro Massimo di Palermo in miniatura per una campagna promozionale itinerante che toccò varie città e si concluse a Roma, in Piazza San Pietro.


