Il Padrino e il Cavaliere. “Mio nonno Filippo Quartararo fece una società con Silvio Berlusconi nel 1969-70, per investire soldi suoi e di altre persone” esordisce Giuseppe Graviano in un aula del Tribunale di Firenze ed il processo lievita ai più alti, ma ancora oscuri, livelli degli intrecci mafia – politica – finanza.

Calma e perentoria, la voce del 63enne capomafia palermitano in carcere da 32 anni, pluri condannato all’ergastolo per le stragi di mafia e l’assassinio di Padre Pino Puglisi, conferisce al processo per le calunnie di uno dei suoi “picciotti” Salvatore Baiardo nei confronti del Giornalista televisivo Massimo Giletti, la rilevanza di un procedimento chiave di ben altre inchieste sui delitti e i profitti di cosa nostra.
Lo snodo della testimonianza che Giuseppe Graviano riesce abilmente a mantenere in bilico fra il déjà vu e la svolta giudiziaria, fra l’ammissione e la negazione delle strettissime collusioni del suo clan familiare, considerato uno dei più ramificati, efferati e spietati fra le cosche della mafia siciliana, ed il gotha dell’esordiente imprenditoria immobiliare e televisiva milanese degli anni 70 e 80 .

E’ proprio su questo terreno che si concentrano alcune delle domande e delle risposte che fanno trattenere il fiato ai molti che seguono il dibattimento: quali furono gli effettivi rapporti fra mafia e i rampanti industriali della Milano di quegli anni ? quali gli obiettivi della strategia stragista degli anni novanta e quali rapporti vennero eventualmente cercati con esponenti del mondo politico?
Il processo riguarda Baiardo, già condannato per avere favorito la latitanza dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e diventato successivamente noto nel sottobosco televisivo per avere in qualche moto anticipato pubblicamente l’arresto del super ricercato padrino Matteo Messina Denaro, latitante da quai 30 anni.
Il dibattimento si intreccia col buco nero della vicenda controversa che comprende le dichiarazioni sui presunti rapporti tra i Graviano e Silvio Berlusconi.
Tra gli elementi al centro del procedimento c’è anche una fantomatica fotografia che Baiardo avrebbe mostrato a Giletti. Foto che ritrarrebbe Graviano insieme a Berlusconi e al defunto Generale dei Carabinieri Francesco Delfino, durante gli anni della latitanza del boss.
Baiardo nega di avere mostrato quell’immagine e deve rispondere dell’accusa di calunnia. Ma all’udienza di oggi tiene banco la testimonianza di Giuseppe Graviano che inizia a ricostruire la genesi del presunto rapporto con Berlusconi.

“Fu mio nonno materno Filippo Quartararo a entrare in società con Silvio Berlusconi” ha sostenuto Giuseppe Graviano, che ha cosi proseguito:” Mio nonno mise 4-5 miliardi di lire ma la somma complessiva dell’investimento era di 20 miliardi di lire” dell’epoca.
Il boss ha detto di aver saputo di questi investimenti direttamente dal nonno Quartararo che tra il 1982 e 1983 gli avrebbe fatto conoscere Berlusconi.
“Ci fu – ha affermato testualmente il capomafia – un incontro a Milano in un albergo con Berlusconi, io, mio nonno e mio cugino Salvo. Ricordo una carta privata riguardo agli investimenti, che ne attestava l’esistenza.”

Il Pubblico Ministero Lorenzo Gestri lo interrompe e gli chiede: “C’erano i nomi degli investitori ? “. Il boss risponde: “C’erano, ma non posso confermare bene”, facendo comunque capire che gli risulterebbe anche quello di Berlusconi.
“Il 20% delle ricchezze prodotte da questi investimenti sarebbero state ritornate agli investitori”, ha poi proseguito Giuseppe Graviano che ha ricordato come nel tempo ci sarebbero stati alcuni incontri con Berlusconi. E al Pubblico Ministero Gestri che gli chiede di ricordare gli incontri risponde: “uno ci fu prima di essere arrestato in un appartamento a Milano”, dice Graviano confermando che dagli inquirenti gli fu mostrato un filmato con un appartamento individuato come luogo di questo presunto incontro col Cavaliere.
“C’era un residence con una piscina, era vicino a Milano. Il residence lo riconobbi ma l’appartamento no”, ha detto il boss che ha aggiunto:” Un altro incontro può essere stato nel 1986, mentre ero latitante. Berlusconi lo sapeva, ne parlavano tutti i giornali”.
Oggetto degli incontri? chiedono i Pm. “Si parlava – la risposta – dei nomi delle persone da inserire nelle società in cui erano investiti i soldi”. Nell’incontro che Graviano fa risalire al dicembre 1993 “nell’appartamento c’ero io con mio cugino e con Berlusconi, accompagnato da una persona, ma non mi ricordo chi era”. “Era un incontro per sistemare tutto” e per fissare una data “del febbraio 1994 per formalizzare i nomi delle persone che dovevano entrare nelle società”.
Ma con grande sorpresa del capomafia, il 27 gennaio del 1994 lui e suo fratello Filippo vennero arrestati dai Carabinieri di Palermo mentre cenavano in un ristorante di Milano assieme alle rispettive fidanzate e ad alcuni complici giunti dalla Sicilia. Un arresto, lascia capire il boss che sa di tradimento.
“Io non so dove sia quella la carta privata. Da quando sono stato arrestato non so niente. Hanno fatto la perquisizione e non l’hanno trovata. Io non so. Ve l’ho detto che esiste, ma non so più niente, non so se c’é ancora” così il boss risponde in merito all’esistenza di una presunta scrittura privata che legherebbe gli investimenti di fine anni ’60 di suo nonno Filippo Quartararo ed altri palermitani, in società di Berlusconi.
In un passaggio successivo il Pm Gestri ha chiesto se “prima o poi tale carta possa diventare disponibile, se esiste, visto che lei ha detto che c’è la firma di Berlusconi”.
“Se ne occupava mio cugino Salvatore. Io non so più niente”, ha replicato Graviano. In conclusione di testimonianza Graviano, rispondendo al Pm De Gregorio, ha detto che “ora non mi interessa più far rispettare quei patti”.

Prima di concludere la deposizione Giuseppe Graviano ha nettamente negato l’esistenza di una sua foto con Silvio Berlusconi: “questa della fotografia di me, Berlusconi e il generale Delfino é una falsità. Prima di dire una cosa del genere si deve andare a verificare”.
Ed è una falsità ha aggiunto,” dire che io abbia visto un orologio da 500 milioni di lire al polso di Silvio Berlusconi. Io non l’ho visto e non so di orologi” ha poi affermato Giuseppe Graviano rispondendo alla domanda del difensore di Baiardo, l’avvocato Roberto Ventrella che menzionava come nello stesso processo un altro capomafia, poi pentito, Giovanni Brusca , avesse sostenuto, la circostanza a suo dire appresa durante una riunione di Cosa Nostra alla presenza dei fratelli Graviano.
Immediate, e indignate, le repliche della famiglia Berlusconi. “Al Tribunale di Firenze la giustizia si è capovolta” – afferma la figlia del Cavaliere, Marina Berlusconi – ” un feroce boss si è travestito da Pm per rilanciare le sue infami accuse senza il minimo contraddittorio, e gli si è permesso di trascinare sul banco degli imputati chi non può nemmeno difendersi”.

Al di là delle odierne affermazioni del capomafia, e pur sottolineando come la posizione di Silvio Berlusconi sia stata sempre archiviata o ritenuta estranea in tutte le inchieste antimafia alle quali é stato sottoposto, ci si chiede quale sia l’effettivo obiettivo di Giuseppe Graviano che col fratello Filippo sembra voler dare la sensazione di avviare una duplice trattativa: da una parte facendo balenare una latente e ipotetica collaborazione con la giustizia e dall’altra di mercanteggiare per ottenere, estero su estero, ingenti somme derivanti dall’asserito investimento del nonno.
Una doppia inconciliabile ipotesi. La prima perché dovrebbe basarsi sulla sincera e totale ammissione di tutti i reati compiuti, tutti, nessuno escluso, dalle stragi ai tesori custoditi in Italia e all’estero, ma che potrebbe assicurare effettive garanzie di protezione per i due fratelli capimafia e i loro familiari.




