Non basta annunciare un accordo per ottenerlo. Ma nella concezione della realtà di Donald Trump basata sull’everything against everything, tutto e il contrario di tutto, l’annunciata dirittura finale dell’accordo con l’Iran rappresenta soltanto una mossa negoziale per fare venire allo scoperto le vere intenzioni del regime degli ayatollah.

Le uniche intese raggiunte riguardano infatti la proroga di 60 giorni del cessate il fuoco, durante la quale lo Stretto di Hormuz verrebbe aperto senza pedaggi e bonificato dalle mine.
Nessun accordo invece sulla spinosa questione nucleare per la quale il memorandum prevede ulteriori negoziati sulle tassative richieste degli Stati Uniti di sospendere l’arricchimento dell’uranio e consegnare le scorte di uranio altamente arricchito.
Oltre che irriducibili ed estenuanti, gli iraniani si stanno rivelando abili negoziatori in grado di fruttare il minimo spiraglio per rimettere in discussione quello che si era concordato il giorno prima. 
Per il New York Times ci sarebbe infatti solo un apparente impegno di Teheran a rinunciare alla propria scorta di uranio altamente arricchito, decisivo per realizzare armi nucleari. Non é però chiaro, scrive il NYT, come l’Iran rinuncerebbe al quantitativo di uranio accumulato, rimandando la decisione a negoziati futuri.
Nonostante la frammentarietà della trattativa, sbilanciata sulla riapertura dello Stretto di Hormuz ma in stallo sul resto, il Presidente Trump ha consultato diversi leader arabi e musulmani degli Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Turchia e Pakistan, coinvolti negli sforzi di mediazione e tutti favorevoli agli sviluppi in corso.
L’unico nettamente contrario é il Premier israeliano Netanyahu che ha espresso preoccupazione sulla gestione dei negoziati, in particolare sulla parte d’intesa che stabilirebbe anche la fine della guerra in Libano tra Israele e Hezbollah.
La contrarietà israeliana non é rientrata neanche dopo le assicurazioni di Trump che le forze americane dispiegate in Medio Oriente rimarranno sul campo durante tutta la fase transitoria e verrebbero ritirate soltanto nel caso di un’intesa definitiva.

Al caos continuo che caratterizza l’amministrazione americana, con licenziamenti in tronco di ministri e da ultimo della direttrice della National Intelligence, Tulsi Gabbard, si è aggiunta la doccia fredda della smentita dell’agenzia di stampa iraniana Fars, che citando i pasdaran, afferma che le dichiarazioni sul quasi accordo fatte da Trump sono solo propaganda e che non é stato preso alcun impegno in merito al programma nucleare di Teheran, mentre lo Stretto di Hormuz rimane sotto il controllo delle guardie della rivoluzione.
Smentita seguita da una dichiarazione del Presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, che rivendica come “ con la resistenza all’aggressore sia stata dimostrata al mondo la forza del popolo iraniano”.
In attesa di una effettiva svolta negoziale o di una possibile repentina decisione di strike, di un nuovo attacco all’Iran ordinato dalla Casa Bianca, a Washington i democratici sostengono che Trump ormai non é d’accordo neanche con se stesso e ricordano che, come teorizzava lo storico Cancelliere tedesco von Bismarck, “quando si dice che si é d’accordo su qualcosa in linea di principio significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica.”
