Slogan o alibi, il mondo é pervaso da alluvionali parole di pace, ma é sempre più sconvolto da un’infinità di guerre.
Nessuna delle martellanti invocazioni di pace é stata sinora seguita da personali e concrete iniziative per interrompere anche il più marginale dei conflitti in corso. L’unica eco delle parole di pace rimane quella mediatica. Un eco sintetizzata dalla battuta attribuita a Woody Allen: “combattere a parole per la pace é come fare l’amore per la verginità”.

“Pace giusta”, “disarmata e disarmante”, “Il sogno della pace”, “La pace é custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi”, “Non c’è pace senza verità, giustizia, amore e libertà” : l’enciclopedia delle definizioni della pace ha cominciato ad accumulare espressioni e modi di dire lo stesso giorno della comparsa dell’uomo sulla Terra, ma dal 6 agosto del 1945, quando ad Hiroshima é stata fatta esplodere la prima bomba atomica, rischia di trasformarsi nella lapide dell’umanità.

La domanda latente che l’opinione pubblica internazionale rivolge implicitamente a Papa Leone XIV, António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, Sarah Mullally, Arcivescova di Canterbury e al Dalai Lama, é la seguente: perché non fate seguire alle vostre davvero significative e toccanti parole di pace gesti concreti, come una visita a Kyïv o a Gaza ? Oppure Mosca o a Zaporizhia, a Tallinn o Riga?
Visite che, soprattutto quelle di Papa Leone XIV, imporrebbero una tregua di fatto e catalizzerebbero l’attenzione del mondo, trasformando la presenza del Pontefice in un ineludibile punto di partenza per avviare negoziati.


