Condanna annullata, la Cassazione ha disposto un nuovo processo d’appello per il Prefetto Renato Cortese e gli altri 4 fra dirigenti e funzionari della polizia, accusati del cosiddetto caso Shalabayeva.
Nel novembre 2025 la Corte d’appello di Firenze li aveva condannati, a quattro anni di reclusione ciascuno. La sentenza era arrivata dopo un processo di primo grado a Perugia e un’assoluzione in appello, successivamente annullata dalla Cassazione.
La vicenda risale al 28 maggio 2013, quando gli agenti della Squadra Mobile di Roma, allora diretta da Renato Cortese, reduce dalla cattura del superlatitante capo dei capi di cosa nostra Bernardo Provenzano , prelevarono nella loro villa di Casalpalocco la moglie di un dissidente kazako ricercato Alma Shalabayeva e la loro figlia, allora minorenne, Alua.

Contestato alla donna il possesso di un passaporto falso, venne disposta l’espulsione e lei e la figlia furono rimpatriate in Kazakistan con un volo speciale. Il provvedimento fu però revocato il 5 luglio e le due rientrarono in Italia. Nel 2014 ad Alma Shalabayeva fu riconosciuto l’asilo politico mentre Cortese, l’allora dirigente della Polizia di Frontiera Maurizio Improta e altri tre funzionari, che avevano eseguito gli ordini dei vertici del Ministero dell’Interno, furono incriminati per presunto sequestro di persona. Un’odissea giudiziaria protrattasi per 13 anni e ancora non definitivamente conclusasi.

Il nuovo processo d’Appello, disposto dalla prima sezione della Corte di Cassazione, riguarda infatti l’accusa di presunto sequestro di persona della figlia di Alma Shalabayeva, mentre è stata riconosciuta l’intervenuta prescrizione per il presunto sequestro della madre.
E’ stata la stessa Procura generale della Cassazione a richiedere, in sede di requisitoria, il nuovo processo d’Appello per i cinque poliziotti perché non ha condiviso l’impostazione della sentenza dell’Appello bis che condannando tutti gli imputati a quattro anni, aveva fatto un distinguo tra i due uffici intervenuti nel caso, la Squadra Mobile e l’Ufficio Immigrazione, non ritenendo sussistente il concorso.
“Il riconoscimento della prescrizione per l’accusa del sequestro di Alma Shalabayeva determina l’annullamento senza rinvio della specifica condanna, mentre per quanto riguarda il presunto sequestro della minore é stato accolto il ricorso della difesa che denunciava una errata interpretazione della legge penale” sottolinea la difesa di Renato Cortese, che oltre a quella dei colleghi e della società civile mobilitatisi a suo sostegno, non ha mai perso la stima e la fiducia delle istituzioni ed è stato promosso in questi anni prima Questore, poi Direttore della Criminalpol e successivamente Prefetto, Direttore dell’Ufficio Centrale Ispettivo.
