“Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana“
“C’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende”.
Due frasi lapidarie e che delineano gravissimi e terribili scenari: lo Stato mette sotto accusa lo Stato. La Giustizia italiana nel nome del Popolo italiano accusa alti esponenti degli organi investigativi e dei servizi di sicurezza della Repubblica Italiana di favoreggiamento nei confronti degli stragisti mafiosi autori della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992.

E’ un personaggio di primissimo piano, il Prefetto Arnaldo La Barbera, allora capo della squadra mobile e successivamente Questore di Palermo, Napoli e Roma, nonché Direttore della Criminalpol ed infine vice Direttore del Cesis, l’organismo di coordinamento dei servizi di intelligence, il protagonista al quale la Corte d’assise di Caltanissetta fa riferimento nelle 1865 pagine di motivazioni del processo quater sulla strage costata la vita a Paolo Borsellino e a cinque agenti di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Secondo le pagine delle motivazioni il Prefetto La Barbera, deceduto nel 2002, ebbe “ un ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

Per la corte l’agenda del magistrato, da lui custodita in una borsa e scomparsa dal luogo dell’attentato, “conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci”.
Ma quali erano, si chiedono i giudici, le finalità di uno dei più clamoroso depistaggi della storia giudiziaria del Paese? La corte avanza delle ipotesi riguardanti la copertura della presenza di fonti rimaste occulte, “che viene evidenziata – scrivono i magistrati – dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà”.
L’ipotesi più inquietante si riferisce “all’occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato”.


Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di rocambolesche ritrattazioni nel corso di vent’anni di processi, i giudici hanno optato per la prescrizione e la concessione dell’attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri.