by Lia Sava*
Occorre ricordare ai giovani e fare Memoria di Paolo Borsellino, memoria che si fa carne, per lasciare un segno, in un percorso ideale, che si muove su due linee che si intersecano e che devono, ad un tempo, essere un faro nel buio che rischia di offuscare le nostre coscienze. Queste linee richiamano due concetti chiave: eredità e speranza.
Celebriamo in questi giorni non solo la memoria di un grande magistrato, ma anche una bussola ideale.
Quando guardiamo indietro alla strada che la mia generazione di magistrati ha percorso, ci accorgiamo che ogni passo importante, ogni scelta che ha definito chi siamo diventati, è stata illuminata dalla luce di una figura specifica: Paolo Borsellino.

Non parlo di un eroe da leggenda o di un personaggio di carta. Parlo di una persona in carne e ossa, fatta di sogni, di lotte, di vittorie e sconfitte e, soprattutto, di un’integrità morale che ha squarciato il velo dell’indifferenza della sua epoca rispetto al fenomeno mafioso.
Per la mia generazione di magistrati, Paolo Borsellino non é stato solo un esempio: è diventato il metro di paragone del mondo.
È stato il modello che abbiamo scrutato, studiato e, talvolta, disperatamente cercato di eguagliare. Senza riuscirci.
Perché la grandezza di Paolo Borsellino non risiedeva solo nelle sue azioni pubbliche, nei suoi processi, ma anche nella combinazione irripetibile tra il suo carattere, il momento storico che ha vissuto e la solitudine che ha saputo abitare.
E penso a quella solitudine eroica, che ancora mi commuove e mi scuote, di quei 57 giorni. Una sorta di lungo calvario affrontato con la forza eroica di un titano e con lo spessore etico fuori dalla sfera del concepibile. Per me credente autentico modello di santità cristiana.
Io l’ho conosciuto proprio in uno di quei 57 giorni. A margine di un convegno. A Giovinazzo, il 27 giugno del 1992. Ero un giovane Uditore Giudiziario, pugliese, destinato alle funzioni civili presso il Tribunale di Roma.
La Sicilia e le funzioni requirenti erano al di fuori di ogni mia previsione esistenziale. Quel giorno e lo sguardo di Paolo Borsellino, la sua Lacoste carta da zucchero, gli occhi tristi ed intensi non li dimenticherò mai. E ricordo quello che disse a noi giovani venuti ad ascoltarlo. Era a due passi dalla morte ma ci diede forza, speranza ed illuminò. Ancora una volta illuminò. 
Ma la mia generazione di magistrati non ha avuto in questi 34 anni un compito facile perché il modello di Paolo Borsellino era ed é ineguagliabile.
Di frequente, nelle discussioni fra colleghi, in particolare con quelli, come me ed il Presidente della Corte d’Appello di Palermo, Antonio Balsamo, che hanno lavorato fra Palermo e Caltanissetta, ci siamo chiesti, nelle pause delle lunghe udienze dei processi sulle stragi, e, in realtà, ce lo chiediamo ancora oggi, perché, pur provandoci da oltre 30 anni, non riusciamo a replicare a 360 gradi, finalmente all’unisono e muovendo tutti insieme nella stessa direzione, quella stessa forza, la medesima coerenza che fu di Paolo Borsellino per mettere insieme ciò che manca alla completa verità sulle ragioni e le complicità che determinarono la sua morte.
La domanda resta senza una risposta precisa ed é anche la ragione della nostra costante inquietudine. Ci siamo posti tutti noi l’obiettivo di restituire verità alla sua morte.
Ed abbiamo continuato a cercarla quella verità, molti di noi in silenzio, lontano dal clamore, lavorando incessantemente, senza trascurare di verificare alcuna pista, anche quelle che potevano apparire fantasiose o solo suggestive, con sacrifici personali enormi, dei quali solo i nostri figli e le nostre famiglie sono stati testimoni.
Ed è proprio in questo tentativo – in questo sforzo di cercare la verità a 360 gradi sulla morte di Paolo Borsellino – che risiede il cuore della identità della mia generazione di magistrati e che ha i volti di moltissimi fra i presenti qui oggi, colleghi validissimi, siciliani orgogliosi e forti, ma anche non siciliani, venuti, come me e tanti altri, da diverse parti di Italia per onorare Paolo Borsellino e lavorare per restituire a Lui, alla sua famiglia ed a questo Paese la verità.
Abbiamo lavorato tanto in questi anni. Abbiamo provato a impugnare ideali che richiedevano una tempra che stavamo ancora forgiando, cercando di imitare Paolo Borsellino. Ed abbiamo osato, nel tentativo di essere all’altezza della sua eredità, cercando di non dimenticare mai quello che era accaduto e non doveva ripetersi. Ed è questo il senso della giornata di oggi, perché l’eredità non va semplicemente copiata, ma deve essere coltivata. Abbiamo cercato, a volte commettendo errori prospettici, di eguagliare Paolo Borsellino. Ma la mia generazione di magistrati, e questo lo rivendico con orgoglio davanti, ha ritenuto che sia meglio provare ad emulare un gigante, a prezzo di qualsiasi sacrificio personale, piuttosto che vivere una vita all’apparenza perfetta ma all’ombra della mediocrità.
Ed allora, il dono più grande che Paolo Borsellino ci ha lasciato non é solo la sua biografia, ma la sua capacità di rendere possibile l’impossibile.
Il nostro compito, oggi, non é quello di essere la sua copia sbiadita, ma quello di prendere il suo esempio e portarlo avanti nel nostro tempo, con i nostri mezzi, accettando le nostre imperfezioni.
Dobbiamo misurarci ancora una volta, e finché avremo vita continueremo a farlo, con la responsabilità che quella grandezza ci ha consegnato e che oggi dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni.
Continuiamo a guardare a quel modello per ricordarci che la bellezza esiste, che la giustizia é una meta concreta e che, finché avremo in mente Paolo Borsellino, non saremo smarriti.
Mi piace pensare che la mia generazione, ancora una volta, idealmente giura di mantenere intatto il legame indissolubile con Paolo Borsellino, che ci ha insegnato a non abbassare mai lo sguardo.
Con l’auspicio di essere finalmente uniti, ricordando le parole di Paolo Borsellino, tratte da una intervista a Lamberto Sposini venti giorni prima di morire:
“La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi insieme abbiamo il dovere morale di continuare a farlo senza lasciarci condizionare dalla sensazione o dalla certezza che tutto questo può costarci caro”
*Lia Sava Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. In precedenza ha ricoperto lo stesso ruolo al vertice della Procura Generale di Caltanissetta. Dal 1998 al 2013 è stata pubblico ministero a Palermo e dal 2001 al 2011 ha fatto parte della Direzione distrettuale antimafia.
