E’ un j’accuse tranchant e specifico quello che il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta Salvo De Luca pronuncia nell’audizione alla Commissione parlamentare antimafia.
Fra le “concause” delle stragi del 1992, – afferma De Luca – le precondizioni sono l’isolamento e la sovraesposizione prima di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino nell’ambito della Procura di Palermo e non solo.

Riguardo alle precondizioni vi sono molteplici e concreti indizi per affermare che la gestione del filone ‘Mafia e appalti’ presso la procura retta da Giammanco sia una delle concause della strage di via D’Amelio, e vi sono elementi per ritenere che sia anche una delle concause della strage di Capaci.
Queste in sintesi le dichiarazioni testuali del Procuratore De Luca alla Commissione antimafia:
“A noi pare che questa situazione di assoluta inopportunità, in cui hanno esercitato le loro funzioni, rispettivamente il Procuratore Giammanco e il dottor Pignatone, abbia contribuito, e grandemente, a sovraesporre sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino”.
“Le riteniamo anche delle precondizioni, e cioè qualunque sia poi la causale o la concausa a cui si voglia attribuire la maggiore credibilità, riteniamo che queste due precondizioni siano sussistenti, siano appunto delle precondizioni. Per completezza, riguardo all’isolamento devo dire, perché non voglio tralasciare elementi a difesa, che nella memoria di Pignatone sono indicati tutta una serie di interviste e tutta una serie di articoli, uno ad esempio di Paolo Borsellino che avrebbe affermato che l’isolamento non era stata la causa dell’omicidio di Giovanni Falcone”, ha proseguito De Luca.
“Ovviamente non ci sogniamo minimamente di mettere in dubbio le parole di Paolo Borsellino, non avrei la minima legittimazione né professionale né morale per mettere in dubbio la parola di Paolo Borsellino, ci permettiamo di mettere in dubbio l’esito dell’articolo, perché come ha detto la giudice Sabatino in sede dell’audizione del Csm, Borsellino era molto amareggiato, contrariato dall’esito di alcune interviste che, per il modo come erano costruite e per le frasi che erano state estrapolate, falsavano il suo pensiero”, ha concluso il procuratore nisseno, “il punto non sono le parole di Paolo Borsellino o Giovanni Falcone, che restano pietre miliari, il punto é come tutto viene riportato dai giornali”.

Riguardo a Pignatone, De Luca ricostruisce davanti alla Commissione parlamentare antimafia tutto l’iter dell’acquisto a Palermo negli anni Ottanta da parte della famiglia del magistrato di 26 immobili, fra appartamenti, garage ed altro, venduti dalla Immobiliare Raffaello, cioè dai costruttori mafiosi e massoni Bonura, Piazza e Buscemi.
“Paolo Borsellino – ribadisce De Luca – non aveva più fiducia nella dirigenza dell’Ufficio e siccome non era stato ancora verbalizzato il collaboratore Gaspare Mutolo (in merito alle rivelazioni riguardanti Bruno Contrada), Borsellino parla con due colleghi di cui si fida e glielo dice. E anche dopo la morte di Borsellino si sapeva che Mutolo queste notizie le aveva. Quindi, se preso da angoscia, ansia, ci avesse ripensato poteva essere stimolato perché i colleghi erano stati messi al corrente che Mutolo era in grado di parlare di questo. A parer nostro é stato il massimo atto di sfiducia che il giudice Borsellino potesse fare nei confronti della dirigenza e nei confronti dell’allora sostituto Procuratore Natoli, che eppure parla di ‘strettissima’ amicizia con Paolo Borsellino – dice De Luca – Se non ci fosse una giustificazione ben fondata, questa é roba da procedimento disciplinare”.
Relativamente al dossier mafia-appalti, prosegue testualmente De Luca: “nel 1992 non si è fatto quello che si doveva fare. Dopo la strage di Borsellino, cambia l’Italia perché ci sono state due stragi e perché c’é la forza propulsiva di Mani pulite che scompaginerà un intero sistema politico – ha specificato il Procuratore De Luca – Cambia lo stesso gruppo imprenditoriale Ferruzzi. Cambia il Procuratore. Ciò che era fattibile o secondo la nostra ipotesi, voleva la dirigenza della Procura fino al luglio 1992 cambia decisamente già dalla riunione che ha sfiduciato Giammanco e ancor di più quando arriva nei primi di gennaio 1993 il procuratore Caselli”.
“Il procuratore Caselli – afferma De Luca – dà un nuovo impulso a certe indagini, non ha alcun interesse politico personale a bloccare le indagini o a rallentare o insabbiare le indagini su mafia e appalti. Il problema sarà che o per volontà propria o perché non correttamente informato, il procuratore Caselli porterà avanti una strenua difesa della attività anche antecedente alla sua immissione, e cioè quella del procuratore Giammanco, affermando che tutto fosse regolare”.
Secondo De Luca, nell’estate del 1992, l’ex Presidente della Corte d’Appello di Palermo Gioacchino Natoli “ha mentito davanti al Consiglio superiore della Magistratura a proposito dei rapporti tra il giudice Paolo Borsellino e l’allora Procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco. In particolare, Natoli dinanzi al Csm, ha dichiarato: << Sui rapporti Giammanco – Falcone non posso dire nulla perché io arrivo alla procura di Palermo quattro mesi dopo che Falcone é andato via, quindi non ho alcuna conoscenza diretta del problema >>. E indirettamente? gli chiedono – prosegue il Procuratore capo di Caltanissetta De Luca – E Natoli risponde:<< Indirettamente neppure perché, ripeto Falcone si era trasferito a Roma . Si sentiva telefonicamente, ci si vedeva di tanto in tanto a Palermo, ma ovviamente l’intensità del rapporto non é più tale di quando ci vedevamo tutti i giorni. Sui diari non sono in grado di dire tutti questi punti e non posso dare nessun contributo né diretto né indiretto>>.

Invece prosegue il Procuratore De Luca nel corso dell’audizione all’Antimafia, “giovani colleghi e segnatamente Antonella Consiglio e del relato Domenico Gozzo, marito della Consiglio che ha avuto raccontato da lei quanto ora riferirò e il collega Antonino Napoli, hanno dichiarato che nel corso di una riunione del Movimento per la giustizia del quale Giacchino Natoli che era uno dei leader indiscussi, a richiesta dei colleghi preoccupati dal fatto stesse lasciando Palermo per andare al ministero, Giovanni Falcone dichiarò apertis verbis, con molta chiarezza, <<Non ci sono più le condizioni per lavorare a Palermo, non posso più lavorare a Palermo>>”.
Il Procuratore De Luca prosegue affermando che: “Nel corso del suo interrogatorio Natoli ha confermato di essere presente a tale riunione. Quindi, vi sono degli indizi ben concreti per ritenere che Natoli dinnanzi al Csm abbia mentito. Perché non so se l’avere sentito con le sue orecchie Falcone affermare queste cose sia indiretto o diretto, come conoscenza, ma certo la domanda era un omnicomprensiva, diretta o indiretta, quindi copriva qualunque interpretazione si potesse dare di questa fonte di conoscenza”.








