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Rubrica di critica recensioni anticipazioni
by Antonino Cangemi
Se Franz Kafka é uno tra i più enigmatici e inquietanti autori del Novecento, “Il Castello” é il suo romanzo più oscuro e angosciante.
Lo scrittore praghese lo inizia a scrivere nel gennaio del 1922, ma a settembre ne abbandona la stesura: la tubercolosi si è impadronita del suo corpo e, se non ne offusca la vena creativa, deprime il suo umore.
Due anni dopo, Kafka si spegne nel sanatorio Hoffmann di Kierling, presso Vienna. L’amico Max Brod, tuttavia, nel 1926 decide di pubblicarlo sebbene incompiuto – tanto da concludersi con una frase monca seguita da una virgola – e contro la volontà dell’autore che non voleva dare alle stampe le sue ultime opere.
Il libro, alla sua prima pubblicazione, vende meno di 1500 copie e, come all’epoca ogni scritto di ebrei, é poco distribuito.
A un secolo dalla sua apparizione, “Il Castello” é riproposto in Italia da Fernandel a cura di Giorgio Pozzi e da Einaudi con l’introduzione di Melania G. Mazzucco e la traduzione di Paola Capriolo, e come ogni classico – per dirla con Italo Calvino – «non ha finito di dire quel che ha da dire».
Per quanto lo stile di scrittura sia apparentemente lineare, la trama del romanzo è nebulosa. K – il protagonista contrassegnato solo da una lettera iniziale che richiama il cognome dell’autore – giunge in un villaggio innevato per essere assunto come agrimensore presso l’adiacente Castello, nucleo dell’autorità politica e amministrativa.
L’assunzione però non avverrà mai (semmai gli verrà offerto un posto di bidello) e K s’imbatte nell’ostilità degli abitanti del villaggio mentre il Castello, popolato da figure sfuggenti e altere e governato da leggi assurde e incomprensibili, si rivela inaccessibile.
Quale messaggio si nasconde tra le pagine de “Il Castello”? Che cosa ha voluto comunicarci Kafka con un romanzo partorito nella sofferenza della malattia che, insinuandosi nel suo corpo e debilitandolo, ne fa presagire l’imminente e prematura scomparsa? Le chiavi di lettura sono diverse e, probabilmente, l’una non esclude del tutto l’altra.
L’interpretazione che inizialmente ha prevalso – soprattutto perché avallata da Brod – è quella teologica: “Il Castello” raffigurerebbe l’inafferrabile grazia divina, mentre l’altro suo capolavoro, “Il processo”, ricondurrebbe metaforicamente alla giustizia divina.

Per altri è da escludere che la religione e la fede costituiscano i motivi ispiratori e reconditi del romanzo che invece va letto con le lenti del sociologo: il Castello è il palazzo del potere – quello assoluto e totalitario, innanzitutto – di cui la burocrazia con le sue regole astratte e i suoi labirinti tortuosi custodisce l’impenetrabilità.
Per Theodor W. Adorno, Kafka allude «molto più al Nazionalsocialismo che al governo di Dio» e per György Lukács – che propone un’esegesi marxista – «il mondo del capitalismo odierno come inferno e l’impotenza di tutto ciò che è umano davanti alla potenza di questo inferno, costituisce il contenuto dell’opera di Kafka».
Secondo gli esistenzialisti, però, l’alienazione dell’agrimensore K non é la condizione di chi é escluso e schiacciato dal processo di produzione, ma è quella dell’uomo oppresso dal peso di un’esistenza di cui cerca il senso senza trovarlo.
In un narrazione di taglio onirico non poteva mancare l’interpretazione psicanalitica: nel romanzo si rifletterebbero l’insofferenza e i sensi di colpa dell’autore verso il padre. Per ultima, ma non meno importante, è la sfera erotica che pervade il romanzo.
Kafka visse più di un amore tormentato e diverse sono le donne del villaggio. Tra di esse Frieda, per molti trasfigurazione letteraria di Milena Jesenská, giovane traduttrice e scrittrice da lui conosciuta prima di accingersi a scrivere “Il Castello”.
Ma al di là delle differenti chiavi ermeneutiche, il romanzo, dopo un secolo dalla sua prima copia, continua ad affascinare i lettori attratti dal suo indecifrabile mistero.

