Impossibile rassicurare senza essere rassicuranti. E Donald Trump non lo è stato affatto. Che fiducia può suscitare, infatti, un discorso televisivo incentrato sull’escalation piuttosto che sulle prospettive di conclusione del conflitto?
Retorico e reticente, tradendo bugie, sottovalutazioni e contraddizioni, il tycoon si é presentato con la giustificazione in mano davanti al popolo americano, come uno scolaretto davanti alla maestra.
Ha continuato a ripetere che é tutta colpa dell’Iran, che lui non voleva la guerra. Un conflitto, ha scandito, che però ora “dobbiamo portare a termine infliggendo agli ayatollah il colpo di grazia”.

Dall’inizio alla fine ha ripetuto che “non c’è alcun dubbio che abbiamo già vinto, ma é essenziale finire gli ayatollah e fare in modo che non ritentino di costruire missili balistici e atomiche”.
Non il solito vanaglorioso e narcisista Trump, ma una versione dimessa di un Presidente degli Stati Uniti, inquadrato in un momento di estrema delicatezza per l’amministrazione, segnato da un calo dei consensi e da una pressione internazionale crescente.
Un intervento appannato dall’esigenza di tranquillizzare gli americani alle prese con l’aumento dei prezzi, più che da una reale necessità di aggiornamento strategico.
Un tentativo di trasformare l’indeterminatezza delle prospettive belliche nell’immagine di una imminente vittoria duratura e di stabilità ritrovata.
Scomponendo la retorica dall’impostazione del discorso e analizzando i singoli passaggi, é sembrato tuttavia che Trump cercasse di preparare l’opinione pubblica americana ad una delicata svolta strategica, un’opzione rischiosa ma necessaria. Il tutto giustificato dal leitmotiv: abbiamo attaccato per proteggere i nostri figli.


