Quando si gira un film, come quando si scrive un libro, ci si può proporre di confezionare un prodotto “perfetto” e di trasmettere allo spettatore, o al lettore, un messaggio che ci sta a cuore.
In sé, i due obiettivi non sono certo incompatibili e i classici sono forse identificabili così: propongono, in forma vicino alla perfezione, un messaggio potenzialmente universale.
In concreto, però, almeno nell’intenzione dell’autore, si mira principalmente o al valore intrinseco dell’opera o (altrettanto legittimamente) al significato che s’intende veicolare e diffondere.
Un film come Sacro moderno (2021), di Lorenzo Pallotta (attualmente visionabile anche su raiplay ), girato con una cifra stilistica che mi ha ricordato Tarkovskij, Olmi e certo Pasolini, mi pare riveli la predilezione del regista per la ricerca della bellezza artistica rispetto alla sua fruibilità da parte del pubblico: con il risultato – se vedo bene – di indurre troppi spettatori ad autoescludersi dopo i primi dieci o quindici minuti dalla visione di una pellicola davvero originale e intrigante (tanto per la forma quanto per il contenuto).
La trama, talmente essenziale da apparire povera, è facilmente riassumibile: in un paesino abruzzese in via di spopolamento resistono antiche tradizioni religiose (processioni, feste, banchetti pasquali) di cui i pochi protagonisti lamentano la lenta, ma inesorabile, estinzione.
La retorica dei “tempi che furono”, non priva di riferimenti teologici oggi insopportabili (un coro iniziale di povera gente, sobria e mite, si confessa come responsabile dei peggiori peccati dell’umanità), indurrebbe a dolersi per il tramonto di quell’orizzonte devozionale: ma fu vera gloria?
La risposta é in un gesto apparentemente banale, di routine, che nel contesto appare lancinante: proprio in omaggio a quella religiosità tradizionale si ruba a un pastore-eremita la pecorella da lui allevata come una bambina e la si fa arrostire per rispettare le consuetudini alimentari della pasqua.
La domanda che emerge silenziosamente imperiosa é ovvia: é più “sacra” una civiltà nella quale si sacrificano a un Dio implacabile la propria voglia di riscatto, di affrontare l’ignoto, di provare a gioire e (antropocentricamente) le vite di tanti innocenti animali, oppure una civiltà, come si va prefigurando in alcune pieghe della società attuale, in cui si abbandonano miti e riti antichi ma si scopre la connessione con la natura nel suo complesso e la fraternità ontologica con tutti gli altri esseri senzienti?
C’è più spiritualità nell’insensibilità con cui si uccidono e consumano gli animali indifesi o nella capacità di relazionarsi affettivamente ad essi e nel conseguente desiderio di prendersene cura, rivedendo criticamente usi e costumi ritenuti immutabili solo perché secolari?