“Obbedisco, mi dimetto”, dopo quasi 24 ore di inespugnabile arroccamento, Daniela Santanché si è dimessa da Ministra del Turismo.
“Uno spettacolo indecoroso, una resa tardiva” é la definizione tranchant del portavoce dell’alleanza verdi e sinistra, Angelo Bonelli.

Vi é la somma di due metafore distorte, quelle dell’arroganza del potere e dell’assenza di limiti, nell’inusitato temporeggiare della Ministra che ha opposto una strenua resistenza all’auspicio espresso dalla Premier affinché condividesse, dimettendosi, la linea della sensibilità istituzionale.
Auspicio diplomatico che in ogni caso aveva trasformato da ieri sera Daniela Santanché in una dimissionaria che camminava, anzi barcollava.
Allarmante, più che penoso, come é stato definito nel dibattito parlamentare, l’arroccamento ha comunque sovraesposto la Presidente del Consiglio fino al limite di una eventuale situazione di crisi latente del Governo.

Un esecutivo già sottoposto al fuoco di fila di un’opposizione che dopo il successo referendario si sente già maggioranza, e che di per sé é pesantemente frustrato dalla netta bocciatura di una informe riforma costituzionale della giustizia, costretto a dimissionare fuori tempo massimo un sottosegretario già condannato in primo grado per rivelazioni di segreti d’ufficio ed ora coinvolto in un oscuro caso di cointeressenza affaristica con prestanome di boss mafiosi. Per non parlare del dimissionamento del capo di gabinetto di via Arenula che in piena campagna referendaria ha definito in tv la magistratura un plotone di esecuzione di cui sbarazzarsi.
Casi limite, addirittura surclassati dalle 24 ore di resistenza della Ministra Santanché, che al di là dell’incomprensibile masochismo destinato, probabilmente, a rendere ancor più disastrosa la situazione giudiziaria in cui si trova impelagata, rischia per inerzia di trasformarsi in una mina vagante a scoppio ritardato per il Governo e per l’assetto interno della maggioranza. Tanto di Fratelli d’Italia, quanto di Forza Italia che nella Lega.
A via Della Scrofa c’è un clima d’assedio, mentre monta il risentimento nei confronti degli azzurri di Tajani grandi propugnatori nel nome di Berlusconi di una sgangherata e indifendibile riforma della giustizia che si è trasformata in un boomerang elettorale.
Nella Lega i funerali di Bossi sono stati vissuti come le esequie del fu partito nazionale, ormai circoscritto come da risultati referendari a Lombardia, Veneto e Friuli.

Molto più profonda e destabilizzante la crisi d’identità e di prospettive aperta dal NO in Forza Italia. Assieme agli eredi di Berlusconi il partito era pronto a celebrare la fantomatica vittoria dei SI sulla tomba del Cavaliere ad Arcore. La débâcle rende irreversibile e urgente un profondo reset del partito che costa agli eredi del fondatore un bel pacchetto di milioni all’anno. Dai vertici del partito, ai gruppi parlamentari, ai candidati presidenti nelle regioni, ci sarà un ricambio totale. E’ l’ultima chance, ritengono Marina e Piersivio Berlusconi, per far sopravvivere il brand del partito fondato da loro poliedrico e vulcanico padre.


