
Due casi, insomma, che fungono da sfondo e preludio insieme di un tracciante filmico che, tra simbolismo e schiettezza, si alimenta di tematiche di contorno che, in perfetto stile sorrentiniano, s’intrecciano vicendevolmente e al tema principale in una trama narrativa che procede tra lirismo ed esemplarità contemporanea.
Avvinto dal dubbio di non sbagliare nell’opzione che gli compete, il Presidente De Santis (chissà che nella selezione del nome non concorra una sottile allusione al grande critico letterario italiano, convinto assertore della funzione etica della letteratura!?) si ritira in una solitudine meditativa molto coerente al suo ruolo, ma in verità solo in apparenza; fumando assorto le sue sigarette vietate, scrutando la sontuosa e indifferente austerità degli ambienti quirinalizi e dei cieli romani, ma allo stesso tempo tuffandosi in un’incursione nel reale, consultando un pontefice in vesti tanto tradizionali (nei contenuti) quanto estreme (nelle forme); ancora recandosi personalmente in carcere per incontrare i due condannati per esplorare il perché delle loro colpe, infine assistendo rapito all’invidiata gioia dell’astronauta in lacrime nei suoi volteggi aerei senza gravità.
“Non esistono solo le carte, ci sono le persone”, é la frase detta da De Santis alla figlia Dorotea (un’intensa Anna Ferzetti) a risuonare quale editto etico destinato a sancire nel film il primato della comprensione umana sul freddo formalismo documentale. Una frase che in verità manifesta l’esigenza di una lunga riflessione per la decisione e che il Presidente avverte necessaria (anche) per comporre i suoi scrupoli d’immagine, nella potenziale apparente risultanza di “torturatore” (se non firma la legge) o di “assassino” (se invece la firma).