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Gibellina 2026: l’arte senza paese

Tra memoria cancellata , ricostruzione e arte contemporanea: Gibellina, il caso di una città nata senza misura. Godere della scrittura letteraria, della sensibilità culturale e della sintesi storica del vero e proprio saggio dedicato a Gibellina sul Foglio dal Generale Giuseppe Governale, é come prendere alla lettera uno dei principali suggerimenti rivolti da Lucio Annea Seneca al discepolo Lucillo: “Fa una scelta di buoni autori e contentati di essi per nutrirti del loro genio se vuoi ricavarne insegnamenti che ti rimangano. Voler essere dappertutto é come essere in nessun luogo. Non potendo quindi leggere tutti i libri che puoi avere, contentati di avere quelli che puoi leggere.”

Gibellina 2026: l’arte senza paese
by Giuseppe Governale*

Nel 2026 Gibellina è la prima Capitale italiana dell’arte contemporanea, nuovo riconoscimento istituito dal Ministero della Cultura per premiare città che abbiano trasformato l’arte in identità pubblica.

In più, la 45ª edizione delle Orestiadi renderà omaggio ad Arnaldo Pomodoro — autore delle scenografie monumentali dell’Orestea tra i
ruderi della valle del Belice dopo il terremoto del 1968 — e a Roberto Andò, regista che nei suoi ultimi film è tornato ai grandi nodi della memoria siciliana: da Pirandello, con La stranezza, fino all’epopea garibaldina de L’abbaglio, immersa nella stessa Sicilia occidentale
del Gattopardo. Il progetto premiato si intitola Portami il futuro.

Eppure proprio Gibellina riporta al centro una domanda antica e sempre attuale: quale futuro può davvero esistere quando il passato viene separato dai luoghi, dalle abitudini e dalle vite che lo custodivano? Gibellina 2026: l’arte senza paese

Anche in questo senso, rileggere Il Gattopardo significa ogni volta imbattersi in qualcosa di inatteso: un nome, una località che sembra appartenere più alla letteratura che alla geografia. Rampinzeri è uno di questi.
Nel viaggio del Principe di Salina nell’agosto del 1860, da Palermo verso Donnafugàta — un convoglio di carrozze con tutta la famiglia, il nipote Tancredi, don Pirrone, mademoiselle Dombreuil, i domestici, il cane Bendicò — quei nomi scorrono tra paesi “dipinti in azzurrino
tenero” e “fiumare asciutte”, in mezzo a “sole e polverone”.

Rampinzeri, il bivio di Misilbesi, Marineo, Prizzi, Bisacquino, sulle Real trazzere: tre giorni di trotto, tra lente arrancate e il passo prudente delle discese.
Un’estate diversa dalle altre: il giglio borbonico aveva lasciato il posto al tricolore.

Gibellina 2026: l’arte senza paese
Il castello di Rampinzeri

Ma quei nomi non sono soltanto letteratura. Rampinzeri, il bivio di Misilbesi, Madonna delle Grazie: esistono. Stanno dentro una geografia precisa, quella della valle del Belice. E quando la letteratura torna a coincidere con i luoghi, il racconto cambia natura: non è più
allegoria, diventa memoria concreta.

La grossa pietra cantonale numero 29 della SS-119 che collega Alcamo a Castelvetrano era il segnale in cui si accostava per la nostra campagna, la Funtanedda, un chilometro prima di Gibellina.

Partivamo da Palermo con la Seicento, la mattina presto del sabato, per lo più.  Nelle campagne la terra alternava i suoi colori più vividi, più veri: un anno grano — e dopo la mietitura restava la restuccia, gialla sotto il sole — l’anno seguente a sulla, estese macchie rosso porpora che in estate si vedevano da lontano. E poi le zagare, con quel profumo che fin dalla primavera si faceva intenso, quasi inebriante. Prima del 1968 l’infanzia aveva un ritmo che non aveva bisogno di spiegazioni: in via Capo o in quella già più importante, Sacerdote Sala, osservavo muli e contadini uscire all’alba verso i campi.

Passava il lattaio e i miei nonni mi invitavano a bere quello della “capra nera”. Più buono e schiumoso, dicevano, soprattutto se “colorato” con una punta di caffè.

Poi la festa di San Rocco, a Ferragosto: i Prisenti di pane benedetto, portati in processione sotto drappi cerimoniali, modellati in simboli agricoli, in segni religiosi. E la cudduredda — il dolcino — parola che non traduce nulla, perché è già una traduzione del mondo.

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i prisenti della festa padronale di Gibellina

Era un mondo organico. Non perfetto: organico. Casa e campagna formavano un sistema. Il paese non “stava” nel territorio: era il territorio, nella sua forma umana.
Gli abitanti si appellavano a vicenda per ’ngiuria, non per cognome, solo formalmente riportato sui documenti: Di Girolamo, Tramonte, Navarra, Zummo.

Soprannomi smorfiati, diminutivi storpiati che bastavano a indicare una casa, una parentela, una storia: tutto il paese capiva. Un lessico condiviso, una musica breve, u peccu, che rimbalzava tra le case.

Dopo il terremoto anche quel suono si è spostato. Nella nuova Gibellina ricostruita a quindici chilometri dai ruderi riecheggia ancora, ma più basso, come se le distanze avessero assorbito la voce, il timbro, l’eco.

Le cose non erano giuste o sbagliate: erano semplicemente al loro posto.

Poi venne la notte del terremoto. La notte di domenica 15 gennaio.
Il 1968, nel Belice, non fu solo una catastrofe naturale. Fu un mutamento di grammatica.

Non crollarono soltanto le case: si spezzò la sintassi che legava gesto e luogo. Il contadino non perse solo un tetto; perse la distanza giusta tra la porta di casa e il campo. E quando si perde quella distanza, si perde una misura antica: quella che dice chi si è.

Le notizie arrivarono frammentarie, prima alla radio, poi alla televisione: Montevago, Gibellina, Salaparuta, Poggioreale. Nomi che fino a quel momento erano luoghi, e che all’improvviso diventavano macerie.

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Terremoto del 1968 immagini diventate cartoline

Tra quelle macerie emerse anche una bambina, Eleonora. La chiamavano la cudduredda, come il dolcino. Fu estratta viva, e per qualche giorno sembrò che la tragedia avesse
concesso un’eccezione.

La sua storia fece il giro del mondo; la fotografia del suo salvataggio
commosse tutti, quando il mondo si lasciava ancora toccare. Poi morì.
E in quella breve vicenda — una vita salvata e subito perduta — c’era già tutto: non solo il dolore, ma la misura della frattura.

Perché da quella notte non cambiò soltanto il paesaggio. Cambiò il rapporto tra gli uomini e il loro luogo.

La strada restò la stessa, la pietra pure, ma l’odore cambiò: polvere, zolfo, calcinacci. Le pietre cantonali non si spostano. Restano a segnare una distanza che non coincide più. Prima indicavano un ritorno, un’andata, una consuetudine. Dopo, solo un punto nello spazio.

La stessa cifra, lo stesso numero, ma un altro significato. Come se la geografia avesse conservato le coordinate e smarrito la memoria.

A Rampinzeri, a Madonna delle Grazie, sorsero le baracche. Ai miei nonni ne fu assegnata una delle innumerevoli, del tipo Quonset, semicircolari e metalliche, usate nel 1950 dagli americani in Corea, come in un’altra guerra diventate abitazione provvisoria. Provvisoria,
però, per oltre venti anni.

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baraccopoli per i terremotati

Quando pioveva, la pioggia batteva sulla lamiera con un rumore continuo, quasi militare. D’estate il caldo restava fermo come incapsulato. Si viveva lì, estate e inverno, come se l’emergenza avesse preso in affitto la vita.

E in Sicilia anche il provvisorio sa diventare destino. Con il tempo la nuova Gibellina baraccata divenne per noi un luogo estraneo.

Qui la Sicilia fa la Sicilia: non si limita a subire la frattura, la trasforma in stile.

La scelta di ricostruire a contrada Salinella, così lontana dal sito originario, fu presentata come una decisione tecnica: ferrovia, autostrada, comodità. Ma la tecnica in Sicilia è spesso una forma
elegante della politica. E la politica, talvolta, una forma opaca della proprietà.

I terreni espropriati appartenevano ai cugini Ignazio e Nino Salvo, i potenti esattori di Salemi, legati alla mafia e alla politica.

La ricostruzione si sovrappose alla valorizzazione fondiaria: terreni agricoli che diventano edificabili, la tragedia che diventa rendita. E a quel punto diventa chiaro che non è solo un paese spostato: è una superficie trasformata.

In Sicilia la domanda decisiva è sempre la stessa, anche quando non la pronunciamo: secondo quale criterio?

E il criterio, troppo spesso, è stato l’assenza di criterio: una somma di decisioni che non rispondono a un’idea di giustizia territoriale, ma a un equilibrio di interessi. E qui gli interessi sono i metri quadrati della ricostruzione.

Si fece un po’ come a Palermo, quando si ricostruì a distanza dal centro storico alla periferia. Palermo è bella diventerà bellissima, lo slogan di Lima e Ciancimino.

Gibellina 2026: l’arte senza paese
Il quartiere Zen di Palermo

E così nacque la Zona di Espansione Nord, lo ZEN dell’architetto milanese Vittorio Gregotti e della sua squadra cosmopolita.

A distanza di anni dirà: “Se tornassi indietro, non lo rifarei. È stato il mio più grande errore perché l’architettura da sola non può risolvere i problemi sociali se mancano le istituzioni.”

Lo stesso paradosso a Gibellina. La realizzazione del nuovo insediamento venne affidata dal sindaco Ludovico Corrao a un altro Ludovico, Quaroni, con l’ambizione dichiarata di costruire una città ideale moderna, rompendo con la tradizione rurale siciliana.

Quaroni — e con lui molti — non voleva semplicemente ricostruire: voleva rifondare. La pianta viene descritta come farfalla o ventaglio: assi viari ampi, rifiuto del borgo compatto, spazialità grande, quasi americana.

E poi il Sistema delle Piazze di Franco Purini e Laura Thermes:
una sequenza prospettica, un grande dispositivo urbano che doveva generare socialità, identità, centralità.

Sulla carta un’idea potente: la cultura come ricostruzione del senso. Sulla carta, perché in Sicilia tra progetto e vita si apre spesso uno scarto: e in quello scarto si perde il senso.

Non è questione di talento. È questione di precedenze. Il problema è l’ordine delle priorità: la vita può tornare anche quando la forma l’ha preceduta — ma con fatica.

E così Gibellina Nuova è stata chiamata museo a cielo aperto — ma anche città fantasma: perché gli spazi sono vasti, le prospettive grandiose, ma la densità sociale non si ordina per decreto.

La piazza non nasce perché la progetti: nasce perché la attraversi ogni giorno, perché ci litighi, ci compri il pane, ci porti i bambini, ci perdi tempo.

La piazza è tempo speso, non geometria riuscita.

Intanto la vecchia Gibellina è stata consegnata al bianco del Cretto di Burri: opera immensa, questa volta realizzata non da un vulcano, ma dai vulcanici, celebrata, iniziata negli anni Ottanta e completata nel 2015, capace di trasformare le rovine in un reticolo percorribile.

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Il Cretto Burri

È considerata un capolavoro. Lo è, nel linguaggio dell’arte. Ma nel linguaggio della memoria resta un sudario, ricorda la necropoli di Pompei: ha coperto non solo le case, ma la possibilità stessa di rientrare in quel luogo come si rientra in un corpo vivo. Il Cretto congela la memoria, la rende visibile dall’alto, la rende visitabile. Ma visitabile non significa per forza spiritualmente abitabile.

Qui mi viene incontro Sciascia, con quella sua capacità di essere insieme affettuoso e spietato. In un apposito testo scritto per Sellerio dirà: “Esiste: è questo che ci commuove, ora che
il paese non esiste più… Ricordo: una parola che ora raccoglie tanta pena.”

Eppure Gibellina, che dal sisma ha perso più di un quarto dei suoi abitanti emigrati al nord o nei paesi oltre oceano, per lo più in Canada, USA e Australia, non è stata negli ultimi quarant’anni soltanto superficie e progetto. Nacquero le Orestiadi: non un monumento, ma un rito.

Gibellina 2026: l’arte senza paese
La piazza della nuova Gibellina

Il teatro come tentativo di riaprire la ferita, non coprendola, ma attraversandola.
Se il Cretto congela, il teatro rimette in movimento. Se la città nuova fatica a farsi abitare, il festival la attraversa. Non una forma da contemplare, ma un tempo da condividere.

E tuttavia anche qui resta il nodo: un festival può generare comunità, ma non può sostituire una struttura urbana che ha invertito l’ordine delle priorità. Può illuminare, non rifondare.

Può creare un’appartenenza temporanea, non risolvere una misura perduta.

È esattamente questo: la commozione non è il pittoresco, è l’esistenza. E quando l’esistenza viene sostituita dall’effetto — anche quando quell’effetto è colto, anche quando è artistico — qualcosa rimane sicuramente fuori quadro.

La superficie delle baraccopoli, rivista oggi, è un insieme scomposto di piattaforme cementificate: come impronte gigantesche, senza pareti, di un animale estinto.

La provvisorietà è sparita lasciando tracce dure, permanenti, come se perfino la precarietà avesse avuto un suo monumento. E a tanti chilometri, nella città nuova, stradoni larghi come a Los Angeles: all’inizio li calpestavano nuovi muli con nuovi contadini, quasi senza meta, come se il paesaggio provasse a ripetere un gesto antico in un contesto che non lo riconosceva più.

E adesso il paragone che fa male — perché illumina.

Nel 1976, a Gemona e in Friuli, un altro terremoto. Anche lì case distrutte, lutto, paura. Ma la ricostruzione è diventata, nel racconto nazionale, un modello, il modello per la futura protezione civile italiana: partecipazione popolare, comunità protagonista, ricostruzione
che mira a ridare vita ai paesi e ai legami sociali.

Non idealizzo il Friuli: anche lì ci furono conflitti, interessi, errori. Ma il punto è la differenza di presupposto: lì il criterio dominante fu ricostruire per tornare, qui fu spesso ricostruire
per rifondare.

Lì la modernità provò a rispettare la continuità; qui la continuità fu trattata come un impedimento.

E allora si capisce la natura del nodo siciliano: non è solo mafia, non è solo politica, non è solo arte. È una particolare confusione tra cambiamento e sostituzione.

Cambiare può significare migliorare una continuità; sostituire significa cancellarla e metterci altro.Gibellina 2026: l’arte senza paese

La Sicilia, quando vuole fare moderno, tende alla sostituzione: un gesto teatrale, un colpo di scena, un cambio di scenografia.

Gibellina come la Palermo del “sacco”, una traslazione di
area, di contesto, di socialità, di umanità. E il pubblico — cioè la comunità — resta a guardare, spesso senza sapere dove sedersi.

Qui il Gattopardo torna come chiave involontaria.

Nel romanzo di Tomasi di Lampedusa il cambiamento del 1860 è politico, ma non territoriale: i latifondi restano, le distanze restano, i percorsi restano.

Cambiano le insegne, cambiano le parole, cambiano le uniformi; ma il paesaggio non viene spostato.

Nel colloquio con Aimone Chevalley di Monterzuolo, segretario di prefettura che per conto del governo gli propone a Torino un seggio di nomina regia, il Principe di Salina formula una diagnosi
che suona ancora attuale: «I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria».

Gibellina 2026: l’arte senza paese
Rendering del colloquio descritto ne Il Gattoparto fra il Principe di Salina e il funzionario piemontese Chevalley

Nel Belice, a Gibellina, accade quasi l’opposto: il paesaggio viene spostato, ridisegnato, monumentalizzato; e intanto le logiche profonde trovano altre forme per restare.

Come se la Sicilia riuscisse a cambiare la pelle e mantenere l’ossatura.
Tuttavia, la vita non si lascia sospendere per sempre. I giovani rimasti, i nipoti dei sopravvissuti, hanno dovuto inventare un’appartenenza in un luogo che non aveva memoria sotto i piedi.

Hanno costruito un’anima non prevista dal progetto. Hanno trasformato la geometria in consuetudine, lentamente, con una certa testardaggine che ricorda i muli dei loro nonni; la consuetudine che in Sicilia supplisce quando le istituzioni falliscono.

Resta la domanda che non è estetica, ma politica nel senso più alto: quale criterio governa la memoria?

Se la memoria diventa un’opera, chi decide dove va posata?
Se la ricostruzione diventa un progetto, chi decide per chi è quel progetto?

Alla pietra numero 29 ci si fermava. La strada è ancora lì, ora impercorsa, attraversata da zaffate di zolfo.

Il museo a cielo aperto di Gibellina nuova

Il paesaggio pure. È la continuità che si è interrotta. E allora la domanda non è se il Cretto sia un capolavoro o se la pianta a farfalla sia un’utopia riuscita.

La domanda è un’altra, ed è più semplice e più dura: come si ricostruisce un paese senza tradire la misura della vita di chi lo abita?

E proprio nell’anno in cui Gibellina viene celebrata come capitale dell’arte contemporanea, questa domanda resta sospesa. Perché si può costruire una città, si può riempirla di opere,  si può perfino darle un prestigio culturale. Ma se si perde il criterio — quello che lega i
luoghi alle persone — tutto il resto rischia di restare superficie.

E in Sicilia, più che altrove, la differenza tra superficie e sostanza non è una questione estetica.

È una questione di giustizia.

Perché l’effetto passa. Il criterio resta.Gibellina 2026: l’arte senza paese

Gli inventori della Giustizia*Generale Giuseppe Governale già Comandante del Ros dei Carabinieri e Direttore della Direzione Investigativa Antimafia

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