Cinque ergastoli e un’infinità di altre condanne, Nitto Santapaola aveva un curriculum criminale da capo indiscusso della mafia catanese.

Un insanguinato palmarès di stragi e omicidi, traffici di droga, estorsioni e cointeressenze a vari livelli con l’imprenditoria etnea e della Sicilia orientale, di poco inferiore a quello dei padrini stragisti di cosa nostra Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro.
Componente della cupola, il vertice delle cosche, don Nitto u cacciaturi come era soprannominato, dava comunque del tu a Riina, col quale condivideva delitti e profitti e dal quale aveva ottenuto consigli e appoggi per la scalata a colpi di massacri e omicidi per conquistare il vertice delle cosche etnee.

Fra gli ergastoli di Santapaola figurano in particolare quelli per la strage di Capaci in cui venne ucciso Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta, e gli assassini del giornalista Giuseppe Fava e dell’Ispettore capo Giovanni Lizio.
Aveva la bibbia sul comodino e dormiva accanto alla moglie quando, all’alba del 18 maggio 1993 venne sorpreso e catturato, dopo 11 anni di latitanza, in un casolare nelle campagne di Mazzarrone fra Catania e Ragusa dagli allora dirigenti del Servizio Centrale operativo della Polizia, Antonio Manganelli e Alessandro Pansa, entrambi poi diventati Capi della Polizia.
Irriducibile e sprezzante, ha trascorso 33 anni detenuto in tutte le principali carceri di massima sicurezza italiane, alternando udienze e collegamenti video processuali.
Diabetico e malato da tempo é deceduto ad 87 anni nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano, istituito per le cure dei detenuti del Nord Italia, tra cui quelli che si trovano ad Opera, dove il capomafia scontava gli ergastoli in regime di 41bis .
Oltre ad una imprecisata ed occulta eredità finanziaria ed immobiliare, Nitto Santapaola lascia una lunga impunita scia di sangue, di segreti e di inconfessabili complicità riguardanti uno dei periodi più tormentati e cruenti della storia recente di una Catania e di una Sicilia, dove come scriveva Leonardo Sciascia, “la verità é in fondo al pozzo”: il pozzo ancora inesplorato dei misteri di cosa nostra. 
