Se Ken Stern, editorialista del New York Times, esperto di relazioni sociali, del mondo anziano, di sociologia della senescenza e della utopia della sesta o settima giovinezza, autore di un libro pieno di promesse e di minacce: “Sani fino a 100 anni. Come i legami sociali forti portano ad una vita lunga”, diventa un tifoso della gioventù senza termine e si allinea al coro razzista “non chiamateci vecchi” deve delinearsi un problema identitario piuttosto serio.
Ok ragazzi (deviazione generazionale) noi nati tra il 1946 ed il 1964 abbiamo vissuto tante esistenze, tante, tantissime emozioni, abbiamo ingoiato la vita a grappoli, goduto della musica più bella di tutti i tempi – il rock -, amato i mari ancora azzurri, senza mucillagini e con i coralli color corallo.
Abbiamo capito cos’era il napalm sulle piaghe dei vietnamiti e pianto sui sacchi di plastica mezzi vuoti con brandelli di carne e di uniformi che tornavano in America.
Abbiamo giurato “we have a dream” e accarezzato con gli occhi ogni ruga delle ragnatele sul viso di Keith Richards, abbiamo indossato spavalde gonne lunghe a fiori e zoccoli olandesi e ci siamo tuffate negli Eskimo verdi dei mercati dell’usato (no, non vintage per favore).
Ci siamo svegliati una mattina di maggio del 1968 convinti che avremmo cambiato il mondo.
Abbiamo bevuto insieme da bottiglie di pessimo alcol nelle indianate e cantato intorno a qualsiasi falò Dylan e Battisti, Baglioni e i Deep Purple.
Abbiamo vissuto “la trasgressione“ del bagno di notte nudi e dei baci pieni di sabbia e salsedine.
Chi è andato all’Università ha gridato fino allo spasimo il diritto allo studio aperto a tutti. Abbiamo studiato tanto e lavorato tanto: chi faceva la baby sitter a Londra e studiava procedura penale, chi il cameriere in albergo e preparava scienza delle costruzioni, chi insegnava nuoto nei villaggi turistici e ripeteva storia delle tradizioni popolari, chi seguiva improbabili adolescenti impartendo improbabili riassunti di italiano, inglese o matematica e studiava filosofia teoretica.
Abbiamo vissuto le messe con le chitarre e la chiesa sociale dell’impegno dei doposcuola nelle periferie urbane.
Abbiamo fatto l’amore in una Cinquecento, con il freno a mano tirato che sembrava prendere vita ed allungarsi ovunque.
Abbiamo sognato di diventare genitori migliori senza il “NO perché NO” ed i mantra “…io ti ho fatto, io ti disfo” e “…questa casa non è un albergo”
Ci siamo vestiti di velluto e di seta e poi di cotone a fiorellini e di zampe d’elefante e di Lacoste.
Poi all’improvviso sono arrivate le cravatte ed i tailleurs.
Hanno bussato la cicogna, il mutuo, il capoufficio, l’asilo nido e l’avvocato.
Ha squillato il cercapersone, il telefono in macchina, il primo Nokia.
E poi abbiamo iniziato ad essere connessi.
Che bello! come sul muretto in comitiva, i saluti e i cuoricini nei social, i silenzi, i ghost e l’ansia ”reale/virtuale”.
Abbiamo osservato con un certo stupore pseudoscientifico orripilato il primo capello bianco. Forse é trasparente, é senza melanina….ma non eravamo i forever young ?
I più spregiudicati e vanitosi sono volati a farsi trafiggere il viso da iniezioni varie e pompaggi differenziati all over the body.
Poi un giorno le dita del compagno di vita, dell’amico per sempre o del collega simpatico sono scivolate tra le nostre dita e hanno lasciato la mano e la strada comune.
Un altro giorno eravamo tanti amici al bar, ci siamo contati e la metà non c’era più.
Abbiamo visto sfilare tra le macchine d’epoca durante una festa di paese in un agosto polveroso la Prinz, le Dyane 2 e 4, il Maggiolone.
Abbiamo cominciato ad ingoiare nodi di lacrime soffocati tra gli applausi per “il caro collega che ci ha lasciato all’improvviso “
Noi, nati – i più fortunati, con l’Enciclopedia Treccani e i più numerosi con la Garzanti, abbiamo imparato con allegria e molta autoironia, l’uso di software e tools, la pratica delle formule legali per divorzi veloci, unioni civili, le tecnologie delle intercettazioni ambientali, la gentilezza falsa di Alexa e le equivalenze della PEC.
Abbiamo soprattutto legittimato in mezzo al guado di tutti questi giorni il diritto di essere liberi, oltre qualsiasi aspettativa, oltre le recite, oltre il trucco, a dispetto dei sogni, abbiamo realizzato che esiste la libertà.
Essere liberi di parlare, pensare, tacere, ragionare, sragionare, lasciarci andare per vivere queste giornate in più.
Abbiamo conquistato la voglia di essere noi stessi, senza formalismi, senza socializzazioni imposte, senza sorrisi di plastica e senza geriatria.
Abbiamo diritto alla libertà e abbiamo scoperto che oltre qualche affanno o una barriera architettonica , la vera libertà è la ricchezza di chi ha vissuto tanto, dei vecchi.
E d’altronde ragazzi (deviazione generazionale) diciamocelo: nella vecchiaia non c’è proprio nulla di bello. Non il fisico – si deteriora, non la genialità – si esaurisce, non la saggezza – si traveste da bizzosità, non la forza – é un diagramma in discesa.
Il brillante nella teca, la luce che segna il percorso, il sorriso e poi la risata é la libertà assoluta della vecchiaia.
E allora niente eufemismi, niente promesse, niente ipocrisia, niente edulcorazioni, niente pietismi: chiamateci semplicemente vecchi, vecchi liberi.
Chiamateci vecchi, abbiamo tanto vissuto, chiamateci vecchi con un sorriso, senza compassione: una risata, all’improvviso, vi seppellirà !
Senior Osint and Media Analyst. Ha praticato il mondo delle investigazioni e dell’intelligence. Appassionata di mare cani rock e figlia non necessariamente in quest’ordine.