“Teheran odora di sangue” afferma in lacrime la scrittrice Pegah Moshir Pour, nata in Iran e trasferitasi quando aveva 9 anni in Italia, dove é diventata una delle voci più note per la lotta a favore dei diritti delle donne iraniane.
Le testimonianze che giungono dall’Iran sono talmente terribili da dare il senso di un paese trasformato in un immenso campo di sterminio a cielo aperto.
Fra i tanti episodi di disumana ferocia della repressione scatenata dal regime degli ayatollah, la CNN riporta la disperazione dei familiari costretti a pagare per riavere i cadaveri dei figli trucidati dai pasdaran.
Altre testimonianze riguardano la sistematica devastazione compiuta dalle forze di sicurezza nelle abitazioni dei genitori dei manifestanti uccisi durante le proteste di piazza.
L’aumento esponenziale del numero delle vittime che secondo vari bilanci, tutti per difetto, supererebbe le 20 mila, la maggior parte delle quali giovani di non oltre 30 anni, ha fatto crescere quella che é ormai diventata l’unanime pressione internazionale per un intervento degli Stati Uniti che possa scongiurare il massacro del popolo iraniano.
Intervento che da più parti viene ritenuto possibile entro le prossime 24 ore. Secondo una fonte israeliana, il presidente Donald Trump avrebbe preso la decisione di intervenire.
La risposta più plausibile degli Stati Uniti all’orrore di Teheran potrebbe essere rappresentata da blitz mirati contro i Guardiani della Rivoluzione e le strutture delle forze di sicurezza e dei servizi segreti.
Un intervento americano in grado di disarticolare significativamente la caccia al manifestante scatenata dalla repressione, incoraggerebbe più iraniani a protestare nelle piazze e farebbe dilagare la rivolta contro gli ayatollah, osservano gli esperti di strategie militari.
Ai raid si accompagnerebbero probabilmente anche, con la copertura esterna israeliana, interventi di cyber war, con attacchi informatici strategici per destabilizzare infrastrutture, sistemi governativi e d’intelligence.
Sotto stretta osservazione rimane intanto il comportamento dell’esercito, finora praticamente non impegnato nella repressione.


