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Teheran fra decapitazioni e repressioni mentre Washington studia i limiti dei raid

Radiografia di una guerra in progress. Mentre uno dopo l’altro vengono eliminati i vertici, l’ultimo poche ore fa sarebbe il leader ombra Ali Larijani, potente segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, in Iran il regime degli ayatollah resiste usando la popolazione come scudi umani e massacrandola al primo accenno di dissenso.

Teheran fra decapitazioni e repressioni mentre Washington studia i limiti dei raid
Il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, Ali Larijani, e il comandante della milizia Basij, Soleimani, gli ultimi o penultimi vertici del regime colpiti a morte durante i raid

Nonostante i bombardamenti, a Teheran e nelle principali città – scrive il Wall Street Journal – é in corso una nuova spietata repressione per scongiurare proteste e rivolte.

Anche se incessantemente bersagliato dai raid statunitensi e israeliani, che hanno distrutto i quartier generali e i comandi della polizia iraniana, dei pasdaran e della milizia Basij, il regime ha arrestato almeno 500 persone con l’accusa di aver condiviso informazioni con i media internazionali o con le forze nemiche allo scopo di aiutarle a identificare gli obiettivi oppure di aver festeggiato l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei.

I media statali hanno riferito che 11 presunti monarchici hanno opposto resistenza sono stati uccisi e che i servizi segreti del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica hanno arrestato “dieci stranieri”, accusati di raccogliere informazioni.

E’ il sintomo del terrore che serpeggia fra le file di una nomenclatura teocratica pressoché acefala, con una neo Guida Suprema fantasma, ferita, muta e forse sfregiata, non si sa dove ricoverata e in che condizioni.Teheran fra decapitazioni e repressioni mentre Washington studia i limiti dei raid

Un regime che, arroccato sullo stretto di Ormuz continua tuttavia a resistere e a lanciare missili e droni. Constatazione che al Pentagono e a Camp Rabin, il centro nevralgico a Tel Aviv del quartier generale delle Forze di Difesa Israeliane, ha messo in evidenza l’attualità, fra gli innumerevoli raffronti delle statistiche analitiche scandagliate  dai computer, della massima di Napoleone Bonaparte:” La strategia é l’arte di far buon uso del tempo e della distanza. La distanza può essere recuperata, il tempo mai.”

L’interrogativo su quale lezione iraniana si può già trarre dalle tre settimane di guerra all’Iran, presenta diverse risposte. “ Anche in un conflitto così a senso unico, ci sono dei limiti ben precisi a ciò che la sola potenza aerea può ottenere. Per esempio, l’ impossibilità di realizzare un cambio di regime dall’aria”,  rileva il Washington Post.

Gli Stati Uniti hanno sfruttato appieno il loro enorme vantaggio tecnologico contro l’Iran, un avversario a dire il vero di secondo piano, ma é bastato il contropiede asimmetrico degli ayatollah, il blocco dello stretto di Hormuz, per rischiare di incrinare lo scenario strategico del conflitto.

Un contropiede asimmetrico con mine, missili e droni, materializzatosi ai danni delle 18 fra petroliere e navi mercatili finora colpite nello stretto braccio di mare. Con il conseguente collasso di quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito “la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale”, l’effetto domino sui prezzi mondiali del petrolio e l’incipiente caos dei mercati. L’unico modo per porre fine all’ ”Ormuz fortification”, l’arroccamento sullo stretto, sarebbe quello di occupare le coste iraniane.

Uno tsunami di cause ed effetti trasformatesi in una ulteriore valanga di pressioni su Trump affinché ponga fine alla guerra il prima possibile.Teheran fra decapitazioni e repressioni mentre Washington studia i limiti dei raid

Sul piano militare la lezione iraniana ha tuttavia evidenziato tutta un’altra serie di problematiche e punti deboli. A cominciare dai costi e dalle capacità di arsenali e scorte. Le forze armate degli Stati Uniti dispongono di missili guidati di ultima generazione, ma ne realizzano pochi. Gli ultimi dati indicano che lo scorso anno sono stati prodotti solo 96 missili antiaerei Terminal High Altitude Area Defense, cioé d’alta quota, 54 missili Precision Strike e 57 missili da crociera Tomahawk.

Impressionante l’analisi costi benefici, con l’assoluta insostenibilità dell’utilizzo di missili Patriot da 3,7 milioni di dollari per abbattere i droni iraniani Shahed, che costano dai 20.000 ai 50.000 dollari. Sottoposta al gigantesco tentativo d’invasione della Russia , “l’Ucraina ha sviluppato droni intercettatori dal costo di appena 1.000 dollari, ma gli Usa – denuncia il Washington Post – non si sono preoccupati di acquistarli, mentre ora l’ esercito statunitense e gli stati del Golfo si stanno affrettando a farlo.”

Il quadro complessivo é confermato dai report dell’intelligence americana, che secondo il Washington Post, paventano scenari postbellici caratterizzati da un “indebolito regime residuo delle Guardie Rivoluzionarie” in grado tuttavia di mantenere capacità nucleari e missilistiche, nonché il sostegno di gruppi alleati regionali.

Un panorama gattopardesco con risvolti da incubo,  che impone una risoluzione unitaria di quella che, pur  considerata come la guerra di Trump e Netanyahu, si é trasformata nel conflitto esistenziale dell’Occidente contro la sorgente primaria di tutti i terrorismi islamici.

Una guerra che non portata a termine fino in fondo o, peggio, interrupta, innescherebbe l’ inesorabile vendetta fondamentalista a lungo termine.

Ne consegue che, parafrasando l’analisi sull’abolizione della guerra di Albert Einstein, é essenziale comprendere che  “il fondamentalismo islamico non si può umanizzare o riformare, si può solo sradicare”.Teheran fra decapitazioni e repressioni mentre Washington studia i limiti dei raid

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Gianfranco D'Anna
Gianfranco D'Anna
Fondatore e Direttore di zerozeronews.it Editorialista di Italpress. Già Condirettore dei Giornali Radio Rai, Capo Redattore Esteri e inviato di guerra al Tg2, inviato antimafia per Tg1 e Rai Palermo al maxiprocesso a cosa nostra. Ha fatto parte delle redazioni di “Viaggio attorno all’uomo” di Sergio Zavoli ed “Il Fatto” di Enzo Biagi. Vincitore nel 2007 del Premio Saint Vincent di giornalismo per il programma “Pianeta Dimenticato” di Radio1.
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