Dalla guerriglia all’attacco frontale. Con una netta prevalenza del centro destra e una non indifferente compartecipazione della sinistra, ogni qual volta che inchieste giudiziarie, processi e sentenze intaccano o lambiscono esponenti di governo e dei partiti, la politica scaglia l’anatema della delegittimazione della magistratura. Un‘anatema che alla contestazione del processo e alla negazione del controllo di legalità aggiunge il veleno dell’intento pregiudiziale da parte delle toghe.
E’ uno degli aspetti più delicati e problematici del singolare rapporto nel nostro paese tra politica e magistratura, accusata senza mezzi termini di interferire e ostacolare le scelte parlamentari e governative ed attaccata con invettive e manifestazioni pubbliche che si trasformano in momenti di scontro diretto con i singoli giudici da parte di inquisiti eccellenti o di esponenti istituzionali. Una conflittualità che non solo alimenta, ma di volta in volta innalza, il livello della contrapposizione fra istituzioni.
Ma da cosa dipende il corto circuito ? Dalla sindrome dell’impunità che spesso illude alcuni politici o dal delirio di onnipotenza che talvolta pervade qualche magistrato?
Le leggi sono elaborate e promulgate dalla politica, e vengono applicate dalla magistratura. Due ambiti chiari e distinti che si basano sulla “responsabilità”, che in un sistema di democrazia liberale costituisce il valore principale essenziale nei comportamenti di tutti i protagonisti degli organi istituzionali e costituzionali.
“Eppure c’é sempre un’occasione, un pretesto per fare esplodere i contrasti fra politica e magistratura: i processi contro imputati eccellenti, le indagini contro la criminalità dei colletti bianchi e oggi anche gli immigrati!” dice Massimo Russo, allievo di Borsellino negli anni ‘90 alla Procura di Marsala, successivamente pm antimafia e attualmente alla Procura per i minori di Palermo.




