Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, Paul Thomas Andersonoffre una lezione magistrale su come realizzare un film politico, scrive The Economist nella recensione di “Una battaglia dopo l’altra” al quale sono stati appena stati assegnati sei Oscar: miglior film, migliore regia, miglior attore non protagonista, migliore sceneggiatura non originale, miglior casting e miglior montaggio.
L’eroe sbagliato. Il cattivo sbagliato. Il tipo di emergenza sbagliata, o, peggio ancora, esattamente quella giusta.
Con i loro tempi di produzione interminabili, i film sfarzosi che aspirano alla rilevanza politica rischiano di apparire datati quando finalmente arrivano nelle sale.
Oppure, se un film, ad esempio, tratta di un attentato terroristico e la sua uscita coincide con esso, la storia può sembrare preveggente ma il sapore pessimo. Inseguire le notizie è come dare la caccia ai fulmini: se non li mancano, i registi rischiano di essere inceneriti.
La cattiva tempistica é solo uno dei rischi che corre “Una battaglia dopo l’altra”, il nuovo film di Paul Thomas Anderson. Qualsiasi film con una connotazione politica può dimezzare il suo potenziale pubblico prima ancora di vederlo. Se la politica é troppo esplicita, gli spettatori che si presentano al cinema potrebbero pentirsene. Anderson evita questi pericoli grazie al suo protagonista disorganizzato che schiva i propri.
Il primo imperativo é quello di radicare le grandi idee in un dramma intimo, utilizzando personaggi coinvolgenti e non semplici portavoce.
Thomas Anderson
Anderson ci riesce. Il suo sconvolgente inizio ritrae una cellula rivoluzionaria che, in un’America leggermente distorta, piazza bombe, rapina banche e libera i migranti dai centri di detenzione. Teyana Taylor interpreta Perfidia Beverly Hills, una ribelle nera; Leonardo DiCaprio é Pat, l’amante succube di lei.
Un filo conduttore di problemi irrisolti con la figura paterna attraversa l’opera di Anderson , da “Magnolia” a “The Master”, e il personaggio principale interpretato da Di Caprio in questo film é quello di un padre , non di un ribelle.
Se un film politico di successo é qualcosa di più di una sterile allegoria, non può nemmeno essere una polemica. Deve considerare entrambi i lati della questione, anche solo di sfuggita. Qui il nemico è un militare squilibrato e senza scrupoli, Steven Lockjaw (un Sean Penn che ruba la scena).
La trama, liberamente ispirata a “Vineland” di Thomas Pynchon, é guidata dai suoi desideri. Uno é la sua brama per Perfidia, un’ossessione che allude in modo disgustoso a una lunga storia di predazione razziale e stereotipi. L’altro è il suo desiderio di unirsi a una cricca di suprematisti bianchi. Con la sua insicurezza e il suo odio per se stesso, è quasi, ma non del tutto, una caricatura odiosa.
Quanto ai radicali: un critico della National Review ha affermato che il film romanticizza gli assassinii, rendendolo “il film più irresponsabile dell’anno”. Un’affermazione ingiusta. La violenza letale si rivela squallida e rovinosa; la loro campagna si dissolve nel tradimento e nella disillusione. Il centro morale è invece un equilibrata istruttrice di karate (Benicio del Toro, nella foto sotto), che aiuta con calma i bisognosi senza far saltare in aria nulla.
«Il genere umano», scrisse T.S. Eliot , «non può sopportare troppa realtà». Avrebbe potuto aggiungere: «al cinema». I buoni film politici intrattengono prima di tutto e istruiscono leggermente. I thriller sono un genere accessibile, con il tempo che scorre inesorabile e la posta in gioco alta. L’angoscia della migrazione fa da sfondo a ” Una battaglia dopo l’altra”, ma in primo piano si susseguono una serie mozzafiato di sparatorie, voli sui tetti e inseguimenti in auto, il tutto accompagnato da una colonna sonora incalzante.
Come “Il dottor Stranamore” o “La morte di Stalin”, é anche molto divertente, e usa la satira e l’assurdità con serietà. Oltre ad essere sinistri, i cattivi sono assurdi.
Lo é anche l’ex star malconcia interpretata da DiCaprio, che si aggira per la California in vestaglia: una gag visiva che dura abbastanza a lungo da farti smettere di notarla, per poi ricordarla e trovarla di nuovo divertente.
In una lunga gag sul purgatorio del servizio clienti, fatica a ricordare le password quando telefona alla hotline della metropolitana, chiedendo con rabbia di parlare con un supervisore.
Il film riesce quindi a far ridere e a commuovere lo spettatore, un’impresa non facile, pur affrontando temi come la migrazione, la militarizzazione e l’idealismo. A differenza dei racconti roboanti di eventi epocali, evoca un senso di grandiosità attraverso il suo aspetto e la sua forma. Muovendosi tra gli epici paesaggi del sud-ovest, spazia tra diversi generi, dal film d’azione alla commedia d’azione e al film di amicizia, con un tocco di western pastiche. Questa miscela suggerisce che la stravagante avventura sia un compendio dell’America.
Le immagini sottolineano l’ambizione. I personaggi entrano in edifici ordinari – una casa di periferia, un negozio – che si aprono su enormi annessi e tunnel nascosti, un indizio che le battaglie del film infuriano silenziosamente tutt’intorno. E nell’ultimo, frenetico inseguimento automobilistico, i veicoli si rincorrono lungo una strada desertica in discesa, su e giù per le colline e di nuovo su, come a tracciare le infinite ondulazioni della storia. La lotta tra libertà e repressione, suggerisce la sequenza onirica, è una storia senza fine. ■