by Augusto Cavadi
Nessuno di noi sostiene di essere per la violenza, per lo scontro armato, per la guerra. Questo rifiuto fa di noi dei non violenti (due parole con lo spazio intermedio). Ma la nonviolenza (una solo parola senza spazio intermedio) non è solo non violenza.
Tra tante altre differenze, mettiamone a fuoco solo una.
Il non violento vede la violenza esercitata, in atto; ne inorridisce; farebbe di tutto – se potesse – per cancellarla dalla faccia della Terra.
Il nonviolento si chiede se la violenza visibile, tangibile, come il rogo dei quattro lavoratori asiatici in Calabria sia estirpabile senza andare alle radici nascoste.
Se, dunque, la violenza delle azioni non sia l’epifenomeno – la manifestazione evidente – di una violenza sistemica: ad esempio se il rogo dei braccianti che chiedono di essere pagati equamente non sia il sintomo, la punta dell’iceberg, di una violenza strutturale di cui non ci scandalizziamo più di tanto (ammesso che qualche volta ce ne ricordiamo).
Ma se la violenza agita platealmente scaturisce dalla violenza sistemica, a sua volta questa violenza si basa su una violenza ancora più radicale: sulla violenza culturale, mentale. Prima di trattare gli altri – esseri umani, animali senzienti, vegetali, creazioni artistiche – come se fossero cose a disposizione del nostro arbitrio, li vediamo come tali: l’origine della violenza praticata è nel nostro pensiero, nel nostro sguardo sul mondo.
Lottare contro la violenza appariscente dei violenti, ma anche contro la violenza silenziosa dei sistemi ingiusti e più ancora contro la violenza intellettuale del nostro modo di vedere, è davvero impegnativo.
Sarà appassionante, potrà dare sapore alle nostre esistenze talora insipide, ma è faticoso.
Ecco perché nessuna persona di buon senso, se sa quello che dice, si dirà mai “nonviolenta”. Se mai, al massimo, dirà di essere una pellegrina sul sentiero interminabile verso la nonviolenza.
Ecco perché uno dei padri della nonviolenza italiana, Aldo Capitini (1899 – 1968) scriveva: «E’ un errore credere che la nonviolenza sia pace, ordine, lavoro e sonno tranquillo, matrimoni e figli in grande abbondanza, nulla di spezzato nelle case, nessuna ammaccatura nel proprio corpo.
La nonviolenza non è l’antitesi letterale e simmetrica della guerra: (…) è guerra anch’essa, o per dir meglio, lotta. Una lotta continua contro
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le situazioni circostanti,
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le leggi esistenti,
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le abitudini altrui e proprie,
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il proprio animo e il subcosciente,
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contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata”.
Dovrebbe essere superfluo esplicitare ciò che in ciascuno di questi “fronti” rimane sottinteso: che a dover essere contestati e contrastati, sino a capovolgerli, sono le “situazioni circostanti” quando opprimenti; le “leggi esistenti” quando inique; le “abitudini proprie e altrui” quando paralizzanti; il “proprio animo e il subcosciente” quando colonizzati dal conformismo; i “propri sogni” quando ci proiettano in un futuro di scoraggiamento e di resa.
