HomeMotoriCase automobilistiche occidentali: prezzi giù del 35% o default
Case automobilistiche occidentali: prezzi giù del 35% o default
Gli italiani continuano ad avere bisogno dell’auto, ma acquistare una vettura nuova è sempre più difficile.
Per un’auto oggi servono mediamente 11 mensilità di stipendio, contro i 5 necessari nel 2000. 
Una dinamica che fotografa un fenomeno sempre più evidente: mentre l’auto resta al centro della mobilità quotidiana, il suo costo crescente sta trasformandola progressivamente in un bene meno accessibile.
È quanto emerge dall’edizione 2026 del sondaggio sulla mobilità degli italiani realizzata da Bain & Company in collaborazione con Aniasa, l’Associazione che rappresenta il settore dei servizi di mobilità. 
La centralità delle quattro ruote è connessa alla capacità di rispondere a esigenze diverse: lavoro, gestione familiare, commissioni quotidiane e tempo libero.
Nonostante questo ruolo strategico, il mercato dell’auto registra da tempo segnali di rallentamento. Il 59% degli italiani dichiara di non aver preso in considerazione l’acquisto di una nuova vettura o di averlo rinviato, mentre uno su dieci ha deciso di rinunciare del tutto all’acquisto.
A pesare sulle decisioni delle famiglie non é una minore esigenza di mobilità, ormai stabilizzata, ma soprattutto il contesto economico.
Il 36% degli intervistati indica l’incertezza sulle prospettive di reddito come principale motivo del rinvio dell’acquisto, mentre il 25% preferisce attendere condizioni di mercato più favorevoli, come prezzi più bassi o formule di accesso più convenienti.
Per tornare a valutare l’acquisto di un’auto, gli italiani indicano tre leve principali: incentivi pubblici (30%), sconti sui prezzi di listino (26%) e maggiore flessibilità finanziaria (12%). 
L’indagine evidenzia come il prezzo delle autovetture sia destinato a diventare uno dei temi centrali del settore. Con la complicità di numerosi fattori, in primis la carenza dei chip e la forte inflazione legate al Covid-19, i prezzi dei vari modelli, in Italia e nel mondo, non sono affatto diminuiti negli anni, anzi. Dal 2013 a oggi il prezzo medio delle automobili è aumentato del 52%, mentre il reddito familiare è cresciuto soltanto del 29%.
A incidere sono stati diversi fattori, tra cui gli effetti della crisi delle catene di approvvigionamento successive alla pandemia, l’inflazione, l’aumento dei listini e delle dotazioni di sicurezza, l’elettrificazione delle gamme e il progressivo spostamento della domanda verso segmenti più elevati, con una presenza crescente dei Suv e il ridimensionamento delle vetture più compatte.
Il rinvio dell’acquisto non è un segnale di disinteresse, ma la risposta razionale a un contesto di incertezza economica e a un’offerta che fatica a intercettare i segmenti di domanda più sensibili al prezzo. Questo cambiamento richiede risposte strutturali.
Complessivamente, al di là dei sondaggi sulla mobilità, sul piano internazionale proprio per gli altissimi prezzi e i rischi della precarietà della ricarica, le vendite di veicoli elettrici sono crollate, ma quelli veicoli ibridi stanno silenziosamente prendendo il sopravvento.
Dal 2023, le vendite delle auto ibride sono infatti globalmente di circa il 65% e le case automobilistiche se ne stanno accorgendo, senza tuttavia capire che è il prezzo la chiave di volta di un mercato sottoposto all’assedio dell’automotive cinese che offre veicoli all’avanguardia in tutti i segmenti di cilindrata e di prestazioni a prezzi mediamente inferiore del 40% rispetto ai marchi occidentali.
Per chi non l’avesse capito, la crisi della Volkswagen che dopo il piano shock dei 100 mila licenziamenti ipotizza la cessione della Ducati e della Lamborghini, non è soltanto un esempio emblematico, ma il possibile inizio di un effetto domino destinato a incidere su tutta la filiera dell’automotive europea e americana.
Gli italiani e gli automobilisti di tutto il mondo, dovendo scegliere fra una vettura cinese full optional, pienamente affidabile, che costa mediamente il 30% meno, e una macchina europea o americana, comprano la quattroruote made in China.
Ai blasonati marchi che, nonostante continuino a lucrare finanziamenti pubblici e a ricorrere a tutti i possibili escamotages fiscali, si ostinano a mettere in vendita auto che soltanto sceicchi arabi e paperoni possono comprare e mantenere, non resta che adeguarsi al mercato o predisporsi a trasformare le loro fabbriche in musei dell’automotive. 